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INTERVISTA 19 Febbraio Feb 2015 1312 19 febbraio 2015

Suicidio a Opera, Greco: «Vogliamo dignità»

L'ispettore Greco sulla vita in carcere. «Per noi è dura. Ma condanno i commenti su Fb»

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Un detenuto che si suicida o che muore è «una sconfitta per tutti».
Per lo Stato, innanzitutto. Per il sistema carcerario, che ha fallito il suo compito di rieducazione. E anche «per noi agenti penitenziari». «Perché», spiega a Lettera43.it Alfonso Greco, ispettore nel carcere milanese di Opera e segretario regionale del Sappe, «spesso ci si dimentica che siamo persone».
I COMMENTI CHOC SU FACEBOOK. E non è che aiutino a ricordarlo i commenti choc apparsi su Facebook da parte di alcuni agenti dell'Alsippe che «brindavano» al suicidio di un ergastolano 39enne rumeno che si è tolto la vita impiccandosi in cella: «Uno in meno», «Ottimo, speriamo abbia sofferto», «Consiglio di mettere a disposizione più corde e sapone».
Durissima la risposta di Donateo Capece, numero uno del Sappe. «Vanno individuati e licenziati in tronco perché offendono la nostra onorabilità».
«PAROLE CHE CI UCCIDONO MEDIATICAMENTE». Commenti imperdonabili anche secondo Greco. Parole «che uccidono mediaticamente, ci screditano. E che non possono essere giustificate», nonostante il corpo di polizia penitenziaria «sia inguaiato».
A un lavoro di per sé «usurante» - «non è che si sorrida all'interno delle carceri», spiega l'ispettore - si aggiungono la carenza di organico e stipendi base che «partono dai 1.200, 1.300 euro». Poco importa se con gli straordinari, quando e se arrivano, «porto a casa anche 1.800 euro al mese. Significa che ho trascorso 60 ore alla settimana dietro le sbarre».
UNA POPOLAZIONE FANTASMA. Il problema è che sono fantasmi: sia i carcerati, sia gli agenti. Un universo che è meglio non vedere, di cui è meglio non occuparsi.
«Si parla di noi solo in occasione di queste tragedie, senza considerare minimamente il lavoro quotidiano che svolgiamo faccia a faccia coi detenuti», continua Greco. «Siamo psicologi, educatori. E spesso l'unica interfaccia che i detenuti hanno con il mondo esterno, l'unica umanità con cui si confrontano».
Non si dice, per esempio, che sono stati quattro i suicidi sventati all'interno di Opera nel 2014. O di cosa significhi «prendere sputi in faccia e feci addosso».

L'ingresso del carcere milanese di Opera.


DOMANDA. Opera è un carcere tutto sommato ben gestito. Perché questo suicidio?
RISPOSTA. Credo che sia stato dovuto alla depressione, o ai sensi di colpa. Non certo a causa di violenze o soprusi. Ci metto le mani sul fuoco.
D. Quali sono le condizioni all'interno dell'istituto?
R. Sono da 23 anni in polizia penitenziaria e fortunatamente non ho mai affrontato emergenze. Detto questo, la situazione di Opera è abbastanza buona. Si tratta di una struttura di reclusione, dove non c'è via vai. Per questo è possibile portare avanti programmi con i detenuti. Ma sia chiara una cosa.
D. Cosa?
R. La vita a Opera non è meno dura di quella in altre strutture. Non sono certo tutte rose e fiori, sembra piuttosto un girone infernale.
D. Quanti agenti ci lavorano?
R. Siamo circa 600 per 6.300 detenuti circa.
D. Uno su dieci...
R. Sì, ma va considerato che nel regime aperto, a parte un agente al blocco, lavorano solo tre colleghi per 100 detenuti.
D. Il nuovo sistema di videosorveglianza non alleggerisce il vostro lavoro?
R. Non è positivo. Viene meno l'osservazione del detenuto e con essa il sentore che possa farsi del male. E poi perdiamo il controllo. I soprusi tra carcerati, per esempio, avvengono più facilmente nei corridoi.
D. Stipendi bassi, carenza d'organico, stress possono giustificare i commenti apparsi in Facebook dopo il suicidio del detenuto romeno?
R. Assolutamente no. È vero siamo inguaiati. Al sistema mancano 7 mila agenti. Il nostro lavoro è usurante, gli stipendi sono bassi.
D. Quanto bassi?
R. Di base non si va oltre i 1.300 euro. E gli straordinari sono retribuiti con ritardo. Per non parlare dei ricorsi che siamo costretti a fare perché il dipartimento non paga. Ora ci tocca persino pagare gli alloggi di servizio.
D. Cioè?
R. La stanza che occupiamo nelle caserme. Ci fanno pagare pure quella.
D. La rabbia c'è dunque.
R. Sicuramente, ma voglio ricordare che non siamo dei giudici.
D. Cosa intende?
R. Non siamo lì per giudicare i detenuti. Né tantomeno per maltrattarli. Le persone che sono rinchiuse in carcere ci sono state affidate affinché noi le tuteliamo, difendendole, quando necessario, dagli altri carcerati.
D. Eppure i casi di violenza all'interno delle carceri non sono una novità.
R. In ogni corpo esiste chi sbaglia. Non significa che siamo tutti così. E poi va distinto il maltrattamento dal contenimento.
D. Una differenza sottile.
R. Non proprio. Tra picchiare un detenuto e cercare di renderlo inoffensivo nei confronti di se stesso ce n'è di differenza. Se una persona tenta di uccidersi, io intervengo sedandola, immobilizzandola. Questo è contenimento.
D. Cosa non funziona secondo lei nel sistema penitenziario?
R. Occorre puntare di più sulla rieducazione. E per questo servono pene alternative. Un tossicodipendente deve essere affidato a una comunità, per esempio. Noi per quanto ci impegniamo non siamo in grado di gestire la situazione.
D. Poi?
R. È assurdo che un processo duri 10 anni. Così come è assurdo che in carcere finiscano dei disperati che rubano pannolini per i figli. Non solo non è giusto, ma pesa sui contribuenti. E poi sa che c'è?
D. Cosa?
R. Che in prigione come all'esterno, i poveri restano poveri e i ricchi ricchi.
D. In che senso?
R. Non parlo di differenza di trattamento. Voglio dire che un poveraccio non riceve visite, è dimenticato, il suo livello culturale è bassissimo. E se non è seguito è più difficile che venga reinserito nella società.
D. E così aumenta la possibilità che torni a delinquere.
R. È così. La recidiva si abbassa notevolmente se il detenuto è normoinserito.
D. Cosa chiede al ministro della Giustizia Andrea Orlando?
R. Dignità, solo maggiore dignità per noi agenti di polizia penitenziaria.

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