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EMERGENZA 22 Febbraio Feb 2015 0832 22 febbraio 2015

Sardegna, l'isola del carcere duro

In arrivo nelle prigioni sarde 200 detenuti in 41 bis. Un quarto del totale italiano. Una concentrazione che aumenta il rischio infiltrazioni. L'allarme di Consolo.

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Alla Sardegna sono destinati 200 detenuti in 41 bis.

Indietro di 30 e passa anni. Sardegna Cayenna di Stato, presto prestissimo. Anzi, ora.
Come ai tempi del super carcere dell’Asinara e quello di Badu ’e Carros a Nuoro, quando nell’Isola arrivavano brigatisti e mafiosi.
Fuori dalle sbarre strade blindate e famiglie a seguito che si trasferivano a Sassari e Porto Torres: con un copione simile compravano negozi e pizzerie, spesso mai aperte al pubblico. Dentro c’erano i regolamenti di conti: omicidi e sicari con vere esecuzioni ordinate da lontano. Presto la Sardegna potrebbe ancora aprirsi al rischio infiltrazioni grazie al nuovo piano per l’edilizia carceraria deciso a Roma. Da anni e con finalità precise, non solo svecchiare.
LAVORI DA COMPLETARE. La conferma arriva da una sede istituzionale: la Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi.
Lì, il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, durante un’audizione ha confermato che ben 200 detenuti al 41 bis, il cosiddetto carcere duro, saranno destinati alla Sardegna. Unico intoppo: gli ultimi lavori da completare, sia nell’istituto del Sud Sardegna, a Uta, 10 chilometri da Cagliari, sia in quello del Nord, nella borgata di Bancali, a Sassari.
«SITUAZIONE INACCETTABILE». Il sollecito arriva sempre dal capo del Dap, Consolo: «Non è allora tollerabile che ci siano due istituti, Cagliari e Sassari, costati moltissimi soldi allo Stato, dove potremmo sistemare quasi 200 detenuti al 41 bis: ma uno, quello di Sassari, non può essere aperto perché non è stato ancora attivato il sistema di multiconferenze, l'altro, quello di Cagliari, è in via di ultimazione ma con lavori da accelerare».
Le carceri sono congestionate ovunque: da Strasburgo avevano già storto il naso per il sovraffollamento italiano. Spesso non sono rispettati nemmeno i criteri minimi di isolamento e sicurezza per reclusi di spicco: due stanze che fronteggiano lo stesso corridoio, oppure una sopra e una sotto. Non impermeabili, dunque, alle comunicazioni.
200 41 BIS IN SARDEGNA. È sempre Consolo a tracciare il quadro: in tutta Italia i detenuti a regime 41 bis sono 720 distribuiti in 12 istituti di pena, 200 da destinarsi alla Sardegna. Più di un quarto del totale. E non è un caso che circa un anno fa si fosse espresso anche il procuratore generale di Cagliari, Mauro Mura, con un allarme sui legami stretti tra criminalità sarda e ‘ndrangheta calabrese.
Tra blitz nei cantieri, comunicati e post sui social il più attivo nel denunciare è Mauro Pili, deputato del movimento Unidos e già presidente della Regione di centrodestra. Posizioni di lotta che arrivano dopo quelle di governo. Tra i consiglieri regionali spicca Anna Maria Busia, avvocato, del Centro democratico, per il resto l’allarme non sembra condiviso e urgente. E comunque per la concertazione Isola – Stato centrale c’è poco spazio, al di là dell’Autonomia. Tutto è già stabilito.

Alcune carceri sono mezze vuote, altre senza posto

Il sindacato Uilpa ha denunciato che nel carcere di Buoncammino «al numero di detenuti non corrisponde un sufficiente numero di agenti di polizia penitenziaria e con la futura apertura del carcere di Uta, vicino a Cagliari, la situazione non dovrebbe migliorare».

A Uta la nuova struttura è stata inaugurata a novembre, con il trasferimento di massa dallo storico carcere cagliaritano di Buoncammino, costruito a fine Ottocento. Cinque pullman blindati hanno fatto la spola per trasferire i circa 340 detenuti. Ed è finita così un’epoca: quella delle celle con la città attorno. Un’apertura rinviata di continuo per un cantiere infinito: i bracci destinati al 41 bis, 92 detenuti, sono stati costruiti con appalti affidati d’urgenza per un costo totale di 95 milioni di euro.
Procedure simili per Bancali, qualche chilometro fuori Sassari. Chiuso per sempre il terribile carcere di San Sebastiano, la nuova struttura è pronta a ospitare anche i capimafia: è costata, per ora, circa 90 milioni di euro. Manca ancora da ultimare qualcosa, però: da qui il sollecito del capo del Dap.
DETENUTI SMISTATI. Si apre e si chiude: in un continuo vortice. Appena due anni fa, sempre nel 2013, era stata inaugurato un altro istituto in Gallura, nella frazione di Nuchis, a Tempio Pausania. Nemmeno questo è un carcere qualsiasi: bensì di Alta sicurezza.
I detenuti di Iglesias sono stati smistati, stessa cosa a Macomer, ex area industriale del Nuorese: niente più casa di detenzione. E a qualche chilometro di distanza si ridimensiona pure la scuola di polizia penitenziaria di Abbasanta.
Al momento sono quindi operative meno di 10 strutture: si tagliano, insomma, quelle di provincia.
SOVRAFFOLLATO IL 50% DEGLI ISTITUTI. I numeri della popolazione carceraria oscillano di continuo. Gli ultimi disponibili li ha forniti lo scorso ottobre l’associazione Socialismo diritti e riforme, filo diretto tra il dentro e il fuori. A settembre dello scorso anno c’erano 1.888 detenuti (35 donne e 493 stranieri) per 2.427 posti. Ma la metà degli istituti è sovraffollata, questo il quadro tracciato dalla presidente Maria Grazia Caligaris su dati forniti dal ministero. I casi da manuale nella struttura di Oristano-Massama (302 detenuti per 266 posti) e a Cagliari nell’ormai ex carcere di Buoncammino.
Così si consuma il paradosso perché se in alcuni istituti non c’è posto, in altri ce n’è fin troppo. Si punta sul 41 bis e sull’Alta sicurezza mentre le colonie penali sono vuote. Nell’Isola sono tre con altrettante aziende agricole in cui si coltiva o si allevano animali, o almeno, si dovrebbe. I reclusi hanno la possibilità di imparare e di lavorare per ottenere prodotti da consumare e vendere.
RISCHIO COLLASSO. Ebbene, a fronte di 750 posti disponili, attualmente vi lavorano solo in 284: nei tre presidii, di fatto, si marcia a un regime ridottissimo, meno della metà. Insomma, il rischio è che ci sia un collasso, non solo una perdita di entrate ma anche un danno per le finanze statali. Da qui la proposta dell’associazione Sdr di destinare ad Arbus, costa occidentale, a Isili, Campidano centrale, e a Mamone Lodè, nel Nuorese, i detenuti con una pena residua di almeno 6-8 anni. Attualmente chi arriva qui ha un conto in sospeso di circa quattro anni.
Ma i piani nazionali hanno altre ambizioni: chi è destinato alla Sardegna ha pene diverse, decisamente più lunghe, e regimi più restrittivi. Non da scontare nei campi, ma nelle nuove maxi carceri.

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