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CAMORRA 23 Febbraio Feb 2015 1625 23 febbraio 2015

Carmine Schiavone e tutte le ombre sulla sua morte

Spiegò i veleni della Terra dei fuochi. Era pronto a nuove rivelazioni politiche. L'ex boss Schiavone è morto di infarto. Ma la procura valuta l'ipotesi omicidio.

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Carmine Schiavone, ex boss del Casalesi e cugino di Francesco Sandokan si è pentito nel 1993.

Per il procuratore della repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, che con il collega pm Lucio Di Pietro fu tra i primi a raccogliere nel 1993 le dichiarazioni del neo-pentito Carmine Schiavone, «sarà bene indagare con cura sulle vere cause della sua morte».
DA SEMPRE MINACCIATO. Il magistrato, che ha sempre preso molto sul serio le minacce e i pericoli cui è sempre stato esposto l'ex boss del clan dei Casalesi, non ha nascosto i dubbi e le perplessità che sta suscitando l'improvvisa dipartita dell'uomo che ha fatto conoscere a tutti alcuni fra i segreti di Terra dei fuochi e dell'Italia avvelenata.
Un infarto, il 22 febbraio. Una caduta dal tetto della sua casa in basso Lazio (il 10 febbraio) dove viveva con la compagna e con uno dei suoi figli.
Schiavone se ne è andato così, quasi in punta di piedi dopo i lunghi anni delle interviste e delle luci sempre accese della sua ribalta.
PERICOLO AVVELENAMENTO. Più volte, nel corso degli anni, aveva denunciato tentativi di attentare alla propria incolumità: «Vogliono avvelenarmi!», disse.
Ma di prove in tal senso non ne sono mai saltate fuori. Eppure, c'è da tenere le antenne dritte.
Secondo quel che ha lasciato intendere Cafiero de Raho, Schiavone si stava preparando a raccontare ulteriori dati relativi ai rifiuti depositati in Terra dei fuochi e, forse, anche un po' di connivenze politiche che tali traffici hanno negli anni reso possibile.
Un versante ancor più delicato, insomma, che potrebbe aver indotto qualcuno a zittire l'ex boss? È presto per trarre conclusioni, ma il dubbio permane.
RIVELAZIONI RELATIVE. A proposito di prove e di riscontri, in molti ritengono che - tutto sommato - la quantità e la qualità delle informazioni inedite che Schiavone è stato in grado di rivelare nel corso delle sue audizioni da pentito e nelle 6 mila pagine di verbali consegnate nelle mani dei magistrati è stata tutto sommato relativa.
In molti dei luoghi del Casertano in cui Schiavone aveva detto che sarebbero stati ritrovati rifiuti tossici seppelliti dal clan, gli inquirenti non hanno trovato nulla.
In altri casi, le indicazioni dell'ex boss non hanno fatto altro che ricalcare voci e indicazioni già emerse dalle confessioni di altri pentiti o da notizie giornalistiche.

Fino alla fine protezione per i suoi uomini

In senso orario: Francesco Schiavone, Carmine Schiavone, Francesco Schiavone Jr, Maria Rosaria Schiavone, Nicola Schiavone, Ivanhoe Schiavone, Emanuele Libero Schiavone, Walter Schiavone, Antonio Iovine e Antonio Schiavone.

Chi più di tutti, nel corso degli anni, ha sempre dubitato in maniera concreta dell'importanza e della originalità delle soffiate dell'ex boss è stato l'ex senatore del Partito democratico Lorenzo Diana, attuale presidente del Caan, il consorzio agroalimentare, nato a San Cipriano d'Aversa, in piena zona Casalesi.
PENTITO, MA NON TROPPO. Diana, che è cresciuto fianco a fianco con Schiavone e col cugino Sandokan, il capo indiscusso del clan, ha sempre dimensionato in maniera spietata le presunte rivelazioni dell'ex boss, affermando che egli si sarebbe sempre guardato bene dal fare i nomi dei suoi effettivi conniventi e di coloro cui era rimasto legato nel corso degli anni.
Insomma, le sue 'rivelazioni' sarebbero sempre state di tono minore, e soprattutto protettive nei confronti di uomni e fatti che davvero contano nella cultura del clan.
Di contro, di Lorenzo Diana l'ex boss Schiavone ha sempre parlato malissimo, come di una persona che - addirittura - avrebbe fatto della lotta alla camorra un alibi per acquisire potere e considerazione a livello politico.
«NOI SIAMO NATI MAFIOSI». Diplomato in ragioneria, figlio di un commerciante di agrumi e di una casalinga, nelle biografie più o meno ufficiali di Carmine Schiavone si legge che «definirlo camorrista sarebbe impreciso», in quanto è lo stesso Schiavone ad autodefinirsi in maniera diversa una lontana dichiarazione: «Noi siamo nati mafiosi, con il gruppo Bontade e Riccobono. Nuvoletta era il rappresentante regionale per la Campania. Poi ne siamo usciti nel 1984 dopo una guerra contro i Nuvoletta e contro il gruppo Riina» (salvo un riavvicinamento ai Nuvoletta nell’88, dopo la morte di Bardellino).
SI RITROVÒ LIBERO DAL 2013. Da luglio 2013 Schiavone terminò il programma di protezione. Si ritrovò libero.
Libero anche dai sette-otto ergastoli che gli sarebbero spettati se non si fosse pentito. E cominciò a rilasciare interviste: a raffica, a tutti, su tutto, per dire quasi nulla, ma sempre con grande e plateale clamore.
L'ex boss si attribuì la paternità di una settantina di omicidi, ma giurò di averne commissionati almeno 500.
DONNAIOLO E SPENDACCIONE. Voglia di sorprendere a tutti i costi? Verità rivelata? Anche il suo stile di vita suscitò curiosità e inquietudine: «Per vivere», avvertì, «mi servono 40-60 mila euro al mese».
Aveva due yacht, cameriere delle più curiose nazionalità, ville e appartamenti di lusso.
Le donne, assicurava, lo amavano molto. E lui non si faceva desiderare.
Tra i suoi biografi, c'è chi lo ha esaltato come capo indiscusso. E carismatico. «Per fare il capo», spiegava Schiavone, «bisogna essere capaci di pensare un istante prima degli altri».

L'inquietante profezia: «Tra 20 anni moriranno tutti»

Un rogo nella Terra dei fuochi, area tra le province di Napoli e Caserta.

Il rapporto con Casal di Principe è stato per Schiavone sempre connotato da una sorta di 'affetto' di tipo quasi infantile e campanilistico: mai droga in paese, mai rapine o atti di violenza.
Non a caso, è stato quando è venuto fuori che qualcuno nel clan aveva sotterrato rifiuti tossici anche in casa propria che Carmine Schiavone avrebbe iniziato a prendere le distanze dai Casalesi e a rimuginare la possibilità di prendere le distanze dal malaffare.
«Tra 20 anni moriranno tutti», ripeteva solenne quando gli si chiedeva quale futuro ci sarebbe stato per gli abitanti di Terra dei fuochi.
«NON VOGLIO RIMORSI». «Ho i figli grandi, sono ormai nonno e invecchio. Non voglio continuare a tenermi questi rimorsi sulla coscienza», disse tentando di apparire convincente.
Frasi impegnative, le sue. Poco, anzi per nulla apprezzate da alcuni fra i suoi familiari ed ex amici. «È un grande falso, bugiardo, cattivo e ipocrita che ha venduto i suoi fallimenti. Una bestia. Non è mai stato mio padre. Io non so neanche cosa sia la camorra», commentò la figlia Pina in una lettera aperta ai giornali scritta subito dopo la notizia del suo pentimento.
«Sono stati i cugini a costringerla a dire quelle brutte cose», la giustificò l'ex boss. Tra i meriti che tutti comunque riconoscono a Carmine Schiavone c'è quello di aver fatto conoscere agli italiani i traffici di rifiuti tossici che dalle aziende del Nord d'Italia si sono diramati per decenni nelle terre del Mezzogiorno avvelenate e devastate dall'improvvida invasione.
CONFERMÒ I VELENI. In molti già lo avevano scritto e sostenuto, ma il racconto in prima persona dell'ex capo dei Casalesi ha consolidato e reso indistubile quella terribile verità.
Ora Schiavone non c'è più. E viene meno una voce che, tra mille contraddizioni, aveva reso possibile aprire squarci di luce nel buio di almeno un paio di decenni di dominio camorrista in un'area, quella a Nord di Napoli e fino a Caserta, dove di ingnominie e orrori ne sono stati consumati senza fine.

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