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GIUSTIZIA 26 Febbraio Feb 2015 0855 26 febbraio 2015

Usa, niente lavoro da Abercrombie perché ha il velo

Giovane scartata per il copricapo religioso. E il caso finisce davanti alla Corte suprema.

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Samantha Elauf ha portato Abercrombie alla Corte suprema perché l'azienda l'avrebbe scartata per il velo musulmano.

Niente lavoro per la ragazza in hijab da Abercrombie & Fitch. E il caso è finito davanti alla Corte suprema Usa.
È una vicenda che sta interessando l'America, quella di Samantha Elauf che, come raccontato dal quotidiano La Stampa, nel 2008 si presentò nell'azienda di moda per ricoprire il ruolo di addetta alle vendite nel negozio di Tulsa, in Oklahoma: la giovane, all'epoca 17enne, voleva essere una delle modelle del gruppo diventando ragazza-immagine di A&F.
STOP PER LO HIJAB. Nonostante il colloquio fosse andato bene, la «look policy» dell'azienda bloccò Elauf, perché la giovane indossava il copricapo nero delle fedeli musulmane: una scelta non apprezzata dal brand che impone ai suoi dipendenti di non indossare cappelli, orecchini vistosi e copricapi religiosi.
VITTORIA IN PRIMO GRADO. A quel punto, Elauf decise di fare causa ad Abercrombie & Fitch tramite l’Equal employment opportunity commission (Eeoc) - l'ente che garantisce le pari opportunità del lavoro Oltreoceano - vincendo il confronto in tribunale (per il giudice di primo grado l'azienda aveva adottato un comportamento discriminante).
SENTENZA RIBALTATA. Tuttavia, in secondo grado nel 2013, la sentenza è stata ribaltata: la ragazza non poteva appellarsi al Civil Rights Act, perché in fase di colloquio non aveva spiegato di voler indossare lo hijab per motivi religiosi.
Ecco allora che il caso è arrivato alla Corte suprema, perché, secondo l'Eeoc, dichiarare la propria fede durante un colloquio di lavoro potrebbe essere pericoloso e quindi essere costretti a svelarla sarebbe un atto discriminatorio.
CASO ALLA CORTE SUPREMA. Ora tocca ai giudici sbrogliare la vicenda e decidere chi tra Elauf e Abercrombie & Fitch abbia ragione. In attesa della sentenza della Corte suprema, però, l'azienda ha già spiegato di aver sempre puntato su inclusività e rispetto delle diversità. Ma l'ultima parola è del tribunale.

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