CRIMINALITÀ 1 Marzo Mar 2015 0800 01 marzo 2015

Triple Frontera, l'America tra jihad e narcotraffico

Tra Argentina, Brasile e Paraguay vige l'illegalità assoluta. In cui contrabbando, armi e droga finanziano il terrorismo islamico. Il caso Nisman ha riacceso i fari.

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Dietro lo specchio d’acqua dove Argentina, Brasile e Paraguay si sfiorano, nascosta dietro la bellezza delle cascate di Iguazù e la vegetazione tropicale, c’è una terra in cui impera l’illegalità e qualsiasi traffico illecito è la norma: la Triple Frontera.
Qui si trovano tre città: Foz do Iguaçu in Brasile, Puerto Iguazù in Argentina e Ciudad del Este in Paraguay.
In questa piccola area, 2.500 chilometri quadrati, convivono comunità cinesi, coreane e arabe. Un mosaico di etnie e religioni.
QUI SI PARLA IN FARSI. Nelle strade trafficate di Ciudad del Este, tra le bancarelle affollate, è facile sentir parlare persiano (farsi) o arabo.
La mattina si può sentire il canto del muezzin che risuona da una delle tante moschee costruite a cavallo degli Anni 70 e 80.
Gli anni in cui, nella Triple Frontera, si consolidò la presenza di cittadini di origine libanese che fuggivano dalla guerra civile che imperversava nel loro Paese.
BASE DEGLI HEZBOLLAH. In tanti arrivarono anche dalla Valle della Beqāʿ, nel Nord Est del Libano. Una terra dove hanno le loro basi gli uomini di Hezbollah, il Partito di Dio, fazione sciita politicamente vicina alla Repubblica Islamica dell'Iran, considerata organizzazione terroristica dal Dipartimento di Stato americano dal 1997.
La comunità araba, come quella cinese e coreana, ha deciso di stabilirsi nella Triple Frontera per intraprendere attività commerciali.
Non tanto a Foz do Iguaçu o a Puerto Iguazù, dove l’economia si basa principalmente sul turismo, quanto a Ciudad del Este.
UNA MOSCHEA IN CENTRO. Qui la presenza libanese è tangibile. Proprio nel centro della città sorge un edificio di 14 piani tirato su da Muhammad Abdallah Youssef, un immigrato libanese che ha anche costruito la moschea Profeta Mahoma. Questa posizione, così centrale, permette ai musulmani che ci lavorano di accedere facilmente ai luoghi di culto per le loro preghiere quotidiane.

Ciudad del Este, fulcro del mercato nero dell'America Latina

A Triple Frontier si incontrano du fiumi: l'Iguazú e il Paraná.

La porosità delle frontiere, lo scarso controllo statale, l’elevata affluenza di turisti che ogni giorno visitano le cascate di Iguazù e la stessa geografia della regione, hanno trasformato la Triple Frontera in un luogo caratterizzato da un alto livello di illegalità che si è concentrata a Ciudad del Este, divenuta negli anni il fulcro del mercato nero dell’America Latina.
Contrabbando, traffico di droga, pirateria informatica, riciclaggio di denaro sporco costituiscono le principali attività che regnano in questa terra difficile da gestire.
DI GIORNO È IL CAOS. A Ciudad del Este durante il giorno vige il caos più assoluto. Il commercio è frenetico e si può comprare di tutto. Nei negozi abusivi sono esposti cd, telecamere, macchine fotografiche, borse taroccate. Per chi le cerca, non mancano poi armi e sostanze stupefacenti.
Ogni giorno entrano a Ciudad del Este migliaia di persone dai Paesi confinanti. Si stima che dal solo Brasile accedano giornalmente tra le 20 mila e le 40 mila persone, un traffico continuo stimolato da un fattore: comprare a Ciudad del Este conviene.
NIENTE TASSE, POCHI CONTROLLI. Tutte le merci, in primis i prodotti elettronici, vengono infatti importati in questa città esentasse. I commercianti brasiliani e argentini che acquistano questi beni, li rivendono nei loro Paesi a un prezzo molto più alto. In base agli studi dell’International Institute for counter terrorism, i controlli sui veicoli carichi di merci sarebbero infatti limitati a semplici ispezioni campione.
TRE OMICIDI OGNI NOTTE. Appena cala il sole, a Ciudad del Este l’aria si trasforma ed entra in vigore una sorta di tacito coprifuoco.
I taxisti brasiliani e gli autisti di autobus turistici guardano l’orologio con impazienza. Vogliono varcare la frontiera e lasciare la città. La notte fa paura: si stima che ogni giorno nelle ore notturne vengano commessi almeno tre omicidi.

Una terra di nessuno diventata rifugio dei terroristi

A Triple Frontera si incontrano tre Stati: il Brasile, l'Argentina e il Paraguay.

La Triple Frontera viene spesso soprannominata «the United Nations of crime» («le Nazioni Unite del crimine») o «terrorist safe haven» («rifugio sicuro dei terroristi»).
Gli studi dello Us Naval War College attestano che in questo territorio risiederebbero cellule dormienti di alcuni gruppi terroristici di stampo islamico: dalla palestinese Hamas al libanese Hezbollah.
Più che di presenza attiva di nuclei terroristici però, quello che finora è stato accertato è che dalla “terra di nessuno” partano ingenti finanziamenti dirette a queste organizzazioni.
INVIATI 100 MILIONI DI DOLLARI. Si calcola che ogni anno dalla Triple Frontera vengano inviati al gruppo sciita più di 100 milioni di dollari, soldi che provengono da attività illecite come traffico di droga e riciclaggio.
A fare da tramite tra l’America Latina e il Libano sarebbero diverse famiglie e personalità ben radicate nel cuore del continente americano.
Tra queste spicca il nome di Bilal Mohsen Wehbe, un immigrato libanese che secondo la Ofac, The United States Department of the Treasury Office of Foreign Assets Control, avrebbe trasferito fondi dal Brasile al Libano per un totale di 500 mila dollari.
Denaro che sarebbe sempre andato a ingrossare le casse di Hezbollah.
FRA CELLULE E ILLEGALITÀ. Da menzionare è inoltre Assad Barakat, commerciante libanese, arrestato dalla polizia del Paraguay con l’accusa di evasione fiscale.
Barakat avrebbe inviato i soldi non dichiarati in Libano. Sempre per sovvenzionare il Partito di Dio.
A preoccupare le autorità di Brasile, Argentina, Paraguay e soprattutto degli Stati Uniti è la capacità di queste cellule di insinuarsi nei traffici illegali presenti nell’area e di organizzare un’ampia serie di attività che vanno dal reclutamento di uomini all’organizzazione di attentati.

Argentina teatro di attentati islamici

Triple Frontier vista dall'alto.

Nel marzo del 1992 l’ambasciata israeliana di Buenos Aires fu teatro del primo attentato di matrice islamica nella storia dell’Argentina.
La sede diplomatica venne ridotta in un cumulo di macerie, furono 29 le vittime. A distanza di due anni, nel 1994, un furgone carico di tritolo esplose nel parcheggio seminterrato dell'edificio dell'Associazione mutualità israelita argentina (Amia) e della Delegazione delle associazioni israelite argentine. Quella volta le vittime furono 85.
ERRORI E DEPISTAGGI. Nonostante le indagini siano state caratterizzate da una serie di depistaggi ed errori, apparì sin da subito evidente la responsabilità di Hezbollah, organizzazione appoggiata dall’Iran.
Per questo le autorità argentine chiesero invano l'estradizione di alcuni cittadini iraniani, incluso l’allora presidente della repubblica islamica ‘Ali Akbar Hāshemi Rafsanjani e l’ambasciatore iraniano a Buenos Aires Hadi Soleimanpour.
ORA C'È IL CASO NISMAN. Il procuratore argentino Alberto Nisman, trovato morto il 19 gennaio 2015 nella sua casa di Buenos Aires, aveva formalmente accusato sia Carlos Menem, l’allora presidente argentino (di origini siriane) sia l’attuale presidente Cristina Kirchner di aver cercato di insabbiare le indagini.
La sua morte poco chiara - inizialmente si è parlato di suicidio, ipotesi che sta perdendo consistenza -, avvenuta proprio il giorno in cui il procuratore avrebbe dovuto presentare un primo rapporto sulla sua inchiesta a una commissione parlamentare, ha fatto tornare l’Argentina indietro di 20 anni.
Il caso Nisman ha fatto ripiombare il Paese nel 1994 e ha riacceso l’attenzione di esperti di politica internazionale nei confronti della Triple Frontera.
Di quella Frontera porosa dove il braccio armato di Hezbollah sembra avere il suo centro nevralgico nel continente americano.

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