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MESSAGGIO 7 Marzo Mar 2015 2044 07 marzo 2015

Obama a Selma, 50 anni dopo la marcia

Il presidente a Selma ricorda il corteo del 1965. A poche ore dall'uccisione di Tony Robinson. E avverte: «C'è ancora tanto da fare. Ma dipende solo da noi».

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Barack Obama a Selma.

A Selma, cittadina dell'Alabama, Barack Obama avrebbe dovuto ricordare il 50esimo anniversario del 'Bloody sunday' statunitense, la marcia per i diritti degli afroamericani brutalmente arginata, il 7 marzo del 1965, dalle forze dell'ordine sull'Edmund Pettus bridge.
Quello che il presidente degli Stati Uniti non aveva certo previsto era di dover fare i conti pure con la stretta attualità, che ha d'improvviso riacceso il campanello d'allarme sullo scontro tra la comunità nera e le forze dell'ordine, a poche ore dall'uccisione in Wisconsin del 19enne Tony Robinson. Colpito a morte, malgrado fosse disarmato, da un agente di polizia intervenuto per sedare una rissa (guarda il video). Una notizia, quella della morte di Robinson, che ha immediatamente riversato in piazza decine di persone, riunitesi nella città di Madison per manifestare contro la polizia.
«LAVORO NON ULTIMATO». «Il lavoro non è terminato», ha subito ammonito Obama rievocando la marcia per i diritti civili che ha segnato una svolta storica per gli Stati Uniti, garantendo il diritto di voto agli afroamericani degli Stati del Sud. Il primo presidente di colore della storia degli Usa ha pronunciato il suo discorso davanti al ponte sul quale diverse centinaia di manifestanti furono violentementi attaccate dalla polizia con manganelli e gas lacrimogeni.
«QUI SI È DECISO IL DESTINO DEL PAESE». «In questo luogo si è deciso il destino degli Stati Uniti», ha ribadito Obama, sottolineando come il lavoro avviato dagli uomini e dalle donne di Selma non sia completo, la marcia non sia finita e sia un errore comune suggerire che il razzismo è stato allontanato: «Basta aprire gli occhi per sapere che la storia razziale del Paese getta ancora un'ombra su di noi», ha avvertito l'inquilino della Casa Bianca. E ancora: «Dobbiamo riconoscere che il cambiamento dipende da noi, dalle nostre azioni, da quello che insegniamo ai nostri figli. Con questo sforzo possiamo assicurarci che il nostro sistema giudiziario funzioni per tutti, non per alcuni».
«PERSONE STRAORDINARIAMENTE CORAGGIOSE». Per Obama Selma «rappresenta il coraggio della gente ordinaria di fare cose straordinarie perché ritengono di poter cambiare il Paese». «Rifiuto l'idea che nulla sia cambiato», ha proseguito, «chi ritiene che nulla sia cambiato in 50 anni, dovrebbe chiedere a qualcuno che ha vissuto a Selma, Chicago o Los Angeles negli Anni 50». Ma c'è ancora molta strada da fare. «Nel perseguire la giustizia, non possiamo permetterci né compiacenza, né disperazione. Non abbiamo bisogno del rapporto di Ferguson per sapere che c'è ancora discriminazione».

Alla Corte Suprema: «Noi siamo i gay americani»

Barack Obama.

Obama ha, quindi, rivolto lo sguardo al futuro. Lodando i manifestanti del 1965, «gente munita di un'enorme fede in Dio e nell'America», il presidente ha lanciato un nuovo fronte dei diritti civili, i gay. «Rispettiamo il passato, ma non ci struggiamo per questo. Non abbiamo paura del futuro, cerchiamo di impadronircene», ha dichiarato. «Siamo i gay americani il cui sangue scorre per le strade di San Francisco e New York, così come è scorso su questo ponte».
MESSAGGIO ALLA CORTE SUPREMA. Favorevole alle coppie dello stesso sesso, l'amministrazione Obama senza mezzi termini si è rivolta alla Corte Suprema, che avvierà l'esame del divieto delle nozze gay imposto in quattro Stati americani il 28 aprile. Il divieto è contrario alla costituzione e «invia un messaggio chiaro», ovvero che le coppie gay e i loro figli «sono famiglie di seconda classe». Da qui il parallelo con i neri americani: «Gli Stati non possono proibire i matrimoni fra razze diverse e non possono proibire neanche quelli fra lo stesso sesso».

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