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LA MODA CHE CAMBIA 8 Marzo Mar 2015 1647 08 marzo 2015

Giovane e apatica, videogioco di se stessa

Lasciati soli a se stessi, i giovani non capiscono i confini fra scelte e imposizioni.

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Buoni ultimi minuti di Festa della Donna. Tutto va bene nel migliore dei mondi possibili, cioè quello in cui viviamo, dove possiamo stare a discutere di quote rosa e organizzare pensosi convegni sulla parità di genere, mentre altrove le donne vengono stuprate e uccise perché una sera decidono di andare al cinema invece di attendere in casa il matrimonio con il marito anzianissimo a cui la famiglia spera di venderle (India), oppure stanno a casa ma vengono accecate dal marito a furia di botte (Romania), oppure vengono prese a colpi di pistola da un commando di delinquenti perché si ostinano a denunciare la brutalità dell’integralismo islamico e vorrebbero prendere la laurea (Pakistan).
NUOVA GENERAZIONE «APATICA». Buoni ultimi secondi di Festa della donna, o di quel che ne rimane, perché anche noi che viviamo nel migliore dei mondi possibili e ci lambicchiamo sulla durata dei congedi parentali per i nostri fidanzati, compagni e mariti, o facciamo le spiritose sui giornali femminili raccontando quante volte in un mese abbiamo caricato la lavatrice, continuiamo ad evitare di farci la più scontata delle domande: com’è stato possibile che noi così attente, così impegnate, così apparentemente solidali, noi figlie delle donne che hanno fatto il femminismo, abbiamo cresciuto una generazione di ragazzine che non solo non si fa alcun problema a calare le mutande all’invito del primo venuto (e vabbé, i tempi cambiano e la morale di conseguenza o quasi) ma lo fa senza nemmeno la gioia della famosa scopata senza cerniera perché si ritiene «apatica», e dunque dichiaratamente incapace di provare veri sentimenti e vere emozioni?
REAZIONE SCONCERTANTE. A una settimana dalla diffusione del video dei 'bagni del Loud' o comunque si chiami quella discoteca di Torino dove è stato ripreso e diffuso il video di una minorenne che fa sesso con un perfetto sconosciuto, più ancora della reazione dei genitori del ragazzo (scontata: i genitori dei maschi sono abituati da millenni a scaricare persino la responsabilità degli stupri sulla stuprata) ho trovato stupefacente – sempre sia vera - la prima reazione della minorenne, che alla notizia della diffusione virale del filmato si sarebbe fatta una risata e, solo su pressione degli insegnanti e della scuola, si sarebbe risolta a denunciare (denuncia contro ignoti, perché è impossibile risalire all’autore) gli amici e i compagni che hanno diffuso il video.
NON SANNO DI AVER FATTO UNO SBAGLIO. Perché la ragazzina capisse che il gesto in sé, cioè il darsi senza una vera ragione, e la sua reazione iniziale sono non solo moralmente eccepibili, ma per certi versi aberranti, e perché capisse di essere stata vittima di una violenza, ci sono voluti giorni interi e l’intervento della scuola. Perché i suoi compagni si rendessero conto di aver commesso un’azione di rilevanza penale altrettanti, e sempre grazie all’intervento di insegnanti e polizia. Nessuno di loro lo sapeva: in 16, 18, 20 anni di vita, non sono mai entrati in contatto con l’etica, che è innanzitutto il rispetto per sé e per gli altri, il pudore dei sentimenti. Ma non hanno nemmeno una coscienza di sé sufficientemente sviluppata a decidere, eventualmente, di superare etica e morale a destra, di farla a pezzi, di fregarsene sapendo e scegliendo di farlo. Non sanno di essere dei delinquenti, non sanno che verranno giudicate delle sgualdrine, in questo mondo che è al tempo stesso amorale e ancora moralista. Che cos’è il sesso? Boh. Che cosa è bene e che cosa è male? Mah. Chi sono io? Chi sono gli altri? Eh? Immagino le facce scioccate di questi liceali alla convocazione da parte della polizia postale che li accusa di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico, le urla per i cellulari sequestrati. E poi, mi immagino l’ira dei genitori. Non contro se stessi, per il loro evidente fallimento come educatori, ma contro la polizia o, ancora, contro la ragazzina protagonista del filmato, che non è in grado di giudicare se stessa ma che è stata già giudicata dagli altri.
SERVE UN SUPPORTO EDUCATIVO COSTANTE. Lo scambio iniziale con il ragazzo che stava con lei sui bagni è rimasto su WhatsApp, pubblicato dalla Stampa insieme con un’intervista alla minorenne che racconta di un padre sparito, che racconta della tardiva presa di coscienza della violenza che le è stata inflitta, ma che non alza mai la voce, che non si dilunga in parole, che non prova rabbia e indignazione e vergogna solo un po’, forse, ma senza certezze.
«Sono apatica», dice, e non è una boutade, perché le sue prime reazioni alla diffusione del video dimostrano che lei è davvero indifferente alle reazioni degli altri nei suoi confronti e di sé verso il mondo. Che ha difficoltà a ricomporre e vivere come un unico il sé reale dal sé che vive e viaggia in quel video, su Facebook, su WhatsApp. Ma proprio questa generazione che è videogioco di se stessa, che si percepisce come altro da sé, avrebbe invece bisogno più di ogni altra di un supporto educativo costante. Anche solo per scegliere di voler essere, scientemente, videogioco. Di farsi la scopata senza cerniera ma con allegria, di poter dire «l’ho fatto e lo rifarei, voglio solo vedere quegli animali che mi hanno ripresa dietro il banco degli accusati in tribunale». E invece non può farlo, perché nessuno le ha mai detto che darsi senza neanche allegria è puro squallore; nessuno, a partire da sua madre, le ha spiegato quali siano i confini fra scelta e imposizione. Un abisso di gelo infinito. Che Malala Yousafzai e le altre non conoscono.

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