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SPIRITO ASPRO 27 Marzo Mar 2015 1252 27 marzo 2015

Airbus 320, anche la troppa sicurezza uccide

Conviviamo con l'incertezza. Non voler accettare il rischio significa rifiutare la vita.

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Andreas Lubitz, il copilota dell'airbus A320 della Germanwings schiantatosi in Provenza.

Con un'intempestività giustificabile solo con l'oceano che separa l'America dall'Europa, l'Huffington Post suggeriva «Dieci cose per rendere più piacevole il vostro viaggio in aereo».
Mancava quella che da qualche giorno sulla nostra sponda è diventata imprescindibile: una coppia di piloti non affetti da disturbi dell'umore.
Il disastro Germanwings ci ha messo di fronte a una banale, terribile verità: un viaggio in aereo (ma anche in treno, in metro o in autobus) consegna la nostra vita nelle mani di un'altra persona.
Mani che possono essere collegate a un cervello inefficiente, perfettamente corredato di nozioni tecniche ma ottenebrato dalla stanchezza o, come pare certo nel caso di Barcelonette, avvelenato dalla depressione.
ANDREAS, DIROTTATO DALLA SUA MALATTIA. Il 25 marzo la testa di Andreas Lubitz, pilota preparato ed esperto malgrado la giovane età, era come un velivolo in balia di un dirottatore. Il male oscuro, annidato da qualche parte nella cabina passeggeri della sua mente, ha fatto irruzione in cabina di pilotaggio; poi, come Mohamed Atta l'11 settembre, ha neutralizzato il vero comandante e ha deciso che la destinazione finale del volo era la morte.
Non è il primo esempio, e anche se non tutti i disastri aerei inspiegabili si possono attribuire all'impazzimento dei piloti, per l'incidente della Air Maroc del 1994 non ci sono dubbi: il comandante ha disattivato il pilota automatico e diretto l'aereo verso il suolo, l'unica incertezza è se l'abbia fatto perché innamorato senza speranza della giovane copilota, già sposata.
UN BLACKOUT DI NEURONI. Dodici anni prima la follia del comandante Katajiri aveva fatto precipitare un Dc8 della Japan Airlines, e nel 1999 un altro pilota psichicamente disturbato decise di farla finita mentre era alla guida di un aereo della Egypt Air (ma il caso è ancora controverso).
Stessa spiegazione per la sciagura della Mozambique Airlines del 2013: problemi mentali e beghe familiari in cabina. Si parla di errore umano solo quando il pilota sbaglia manovra, ma non è errore umano anche quello di chi sbaglia nel valutare l'attitudine di una persona ad assumersi la responsabilità di un aereo carico di passeggeri? E nel caso di un pilota, un blackout dei neuroni non si può considerare un'avaria alla stregua di un guasto al motore?

E ora cosa facciamo? Limitiamo la libera circolazione dei depressi?

Poliziotti in una strada di Montabaur, città della Renania dove nacque Andreas Lubitz, copilota dell'airbus A320 precipitato in Provenza.

Fatto sta che i disastri aerei dovuti a cervelli bacati dalla depressione superano quelli causati da menti bacate dal fondamentalismo.
E, alla ricerca di un'impossibile e totale sicurezza su un mezzo di trasporto che comunque è già quello statisticamente più sicuro (maglia nera, il motociclo che compriamo ai nostri figli a 14 anni; poi vengono i piedi, la bici, l'auto, la nave, il camion, il treno e l'autobus), dovrebbero scattare le stesse precauzioni adottate contro i terroristi: monitorare gli studi degli psichiatri per individuare eventuali piloti fra i pazienti, abolire Schengen per limitare la libera circolazione dei depressi, cercare in Internet proclami farneticanti in cui al depresso impegnato nella guerra santa contro la vita e la felicità altrui si prometta un Paradiso con settanta analisti e fiumi di Prozac e Zoloft.
I DEPRESSI? FACCIANO GLI ATTORI. Oppure indirizzare i depressi verso professioni più adatte a loro: gli scrittori, gli attori o magari gli insegnanti. Non perché un insegnante affetto da depressione non possa far danni ai suoi alunni e a se stesso, anzi; ma, pur essendo arcinoto che l'insegnamento è la professione più colpita da sindrome depressiva da burnout, la stessa di cui soffriva Lubitz, nessuno fa niente per prevenire e affrontare il problema (almeno in Italia), quindi si deduce che per chi governa non sia poi così importante.
Questi depressi, poi, sono più subdoli dei jihadisti sotto copertura. Non ce n'è uno di cui, dopo che ha schiantato un aereo, sterminato la famiglia o fatto strage in una scuola, amici e vicini di casa non dicano che era una persona tranquilla, gentile, generosa, addirittura «solare».

La sicurezza a tutti i costi è una chimera

Squadre di soccorso al lavoro sul luogo della tragedia dell'Airbus A320, in Francia.

Come individuarli, fermarli, evitarli, o almeno evitare di sposarli?
Impossibile. Sono intorno a noi. Anzi, «sono» noi. Perché la depressione arruola molti più uomini e donne dell'Isis e ognuno di noi sicuramente può contare fra i suoi amici più depressi che foreign fighters, oppure segretamente militiamo o abbiamo militato anche noi nelle file delle menti ammantate di nero. E sappiamo che uscirne è molto difficile.
L'ESISTENZA È UN ATTO DI FIDUCIA VERSO L'ALTRO. Paradossalmente, la risposta in nostro potere per placare le nostre ansie di passeggeri è riflettere sulla fiducia. In fondo la nostra vita è nelle mani altrui non solo quando prendiamo un aereo e un treno, ma anche, anzi, soprattutto, quando attraversiamo la strada, facciamo un giro in bici o ci sdraiamo in mutande sul lettino del dottore.
Non ce ne rendiamo conto, ma ogni attimo della nostra vita è un atto di fiducia nell'equilibrio mentale del nostro prossimo e nel suo desiderio di non farci del male.
E se io sono qui a scrivere e voi mi state leggendo significa che finora questa fiducia è stata ben riposta nel 99,9% dei casi. Gli unici che ci fanno saltare i sistemi d'allarme sono i dentisti; e sì che nessuno è mai stato ucciso sulla poltrona del dentista, al massimo è morto sentendo il preventivo.
NON RISCHIARE SIGNIFICA RINUNCIARE ALLA VITA. La sicurezza totale è una chimera se non una beffa: senza le misure antiterrorismo prese dopo l'11 settembre (la cabina di pilotaggio inespugnabile dall'esterno) ora 150 persone sarebbero ancora vive. Conviviamo con l'incertezza, e non fidarsi e non voler accettare il rischio significa rifiutare la vita.
Forse anche Lubitz era stanco di fidarsi di se stesso, degli aerei che guidava, del tempo atmosferico, del cielo, di rischiare ogni giorno. E ha placato la sua inquietudine puntando verso l'unica, incrollabile certezza che aveva a disposizione: la parete di una montagna.

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