Combattenti Stranieri Califfato 150402184354
TERRORISMO 3 Aprile Apr 2015 0600 03 aprile 2015

Jihad e foreign fighter: un fenomeno globale

Isis o al Qaeda non fa differenza. Più 71% di reclute straniere nell'ultimo anno. Venticinquemila da 100 Paesi. Siria, Iraq e Libia i luoghi di addestramento.

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Isis o al Nusra, per i foreign fighter, i combattenti stranieri in Medio Oriente e in Nord Africa non fa differenza. E neanche per gli attentatori di rientro in Occidente.
Come hanno dimostrato gli attacchi terroristici di Parigi inizio 2015 (l'uno attribuito ad al Qaeda nello Yemen, l'altro all'Isis), i due gruppi jihadisti che in Siria e in Iraq si combattono al punto di essere antagonisti, reclutano e addestrano jihadisti con le medesime modalità da mandare in battaglia o far esplodere tra la gente, negli alberghi, nei supermarket o nei musei.
DAL 2014 + 71% DI JIHADISTI. Un'indagine commissionata dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha fotografato che il flusso è lo stesso e cresce a una velocità impressionante (+71% dalla metà del 2004 al marzo 2015). A macchia d'olio e su una scala globale che fa impallidire l'allarme terrorismo precedente alle stragi dell'11 settembre 2001.
A questo punto ha poco senso, ed è addirittura pericoloso, distinguere tra jihadisti del Califfato islamico (Isis) e i fondamentalisti di al Nusra, affiliati ad al Qaeda, che in Siria ormai, dopo la vittoria nella roccaforte dei ribelli di Idlib contro le forze del regime, sono assurti a principale braccio armato degli insorti sunniti.
25 MILA FOREIGN FIGHTER NEL MONDO. Le brigate dell'Esercito libero siriano (Els) esistono, come gli islamisti moderati che nel 2011, insieme con altre opposizioni, si rivoltarono a Bashar al Assad. Ma sono ridotte a una minoranza incapace di conquistare e conservare territori, inclusa la loro base al confine con la Turchia.
In Siria e in Iraq, i ribelli vincono grazie ad al Nusra, che recluta foreign fighter come l'Isis: oltre 25 mila da 100 nazioni diverse, secondo il report delle Nazioni Unite, che se sopravvivono alla scuola sul campo in Siria e in Iraq, possono rientrare come incontrollabili schegge impazzite nei Paesi d'origine.

Afghanistan, poi Iraq, Siria e Libia: le nuove palestre per terroristi

Un gruppo di miliziani dell'Isis fotografati nel Nord dell'Iraq.

La matrice dei combattenti e dei potenziali attentatori è la stessa dei reduci dall'Afghanistan degli Anni 90.
Ma, nonostante 25 anni di war on terror, le dimensioni del fenomeno si sono poderosamente allargate, sia per uomini a disposizione sia per raggio d'azione.
Oltre all'Afghanistan, le palestre sono diventate la Siria e l'Iraq: «Scuole d'élite», secondo il rapporto delle Nazioni Unite. Ma, dal 2014 anche la Libia è tornata a ospitare campi d'addestramento e di battaglia per jihadisti. E in altri Paesi senza controllo statale effettivo, come la Somalia e lo Yemen, al Qaeda, Isis e una moltitudine di sigle jihadiste minori hanno ripreso a espandersi.
ALLEANZE E SIGLE FLUIDE. Le cronache quotidiane di attentati sempre più frequenti di fondamentalisti che - spesso disordinatamente e senza neanche collegamenti tra loro o ordini dall'alto - si richiamano alle due sigle sono la cartina di tornasole.
Reclutati in formazioni come al Nusra o, nell'Africa centrale, Boko Haram (poi affiliata all'Isis), i combattenti stranieri passano da un gruppo all'altro a seconda del miglior offerente o delle prospettive future più allettanti.
Gli schieramenti spesso sono contrapposti sul campo, come in Siria. Ma, alla base, la manovalanza è identica e fluida.
RECLUTAMENTO GLOBALE. Dalle migliaia di mujaheddin formati nei campi di Osama bin Laden in Afghanistan siamo passati agli odierni circa «20 mila foreign fighter in Siria e Iraq».
«Altri 6.500», secondo le forze di sicurezza locali interpellate dall'Onu, si troverebbero in Afghanistan.
In «centinaia» starebbero combattendo tra «Yemen, Libia, Pakistan e Somalia». Altri ancora, nella fascia subshariana del «Sahel, in Australia e nelle Filippine».
Il contagio è rapido e imponente «come mai prima nella storia». Catalizzato, secondo gli esperti, dall'attrattiva dei social media tra le nuove generazioni.

Finanziare i ribelli moderati sotto lo scacco di al Nusra: il dilemma degli Usa

Raqqa (Siria): un militante dell'Isis decapita un uomo accusato di stregoneria.

Tra loro ci sono migliaia di musulmani di seconda e terza generazione da Tunisia, Marocco, Russia e da terre d'immigrazione come la Francia e la Gran Bretagna.
Ma l'inchiesta dell'Onu ha rilevato un aumento di partenze da Stati, ancora un anno fa, insospettabili come «Finlandia, Maldive» e persino da isole caraibiche come «Trinidad e Tobago».
Fonti attendibili hanno raccontato a Lettera43.it di foreign fighter dell'Isis di nazionalità cinese, catturati in Iraq dai curdi, insieme con altri stranieri filippini e di vari Paesi d'origine, inclusa l'Italia. «Giovani africani» avrebbero inoltre raggiunto i combattenti nel Califfato sia dal Nord Europa sia dai campi profughi nel Sahel e nell'Africa centrale: un terreno fertile per l'indottrinamento - come i campi per rifugiati in Libano, Siria, Giordania, Turchia e nel Kurdistan iracheno -, nel quale la frustrazione può sfociare in adesione all'Islam radicale.
RECLUTE TRA I PROFUGHI. Le testimonianze dirette collimano con l'istantanea scattata dalle Nazioni Unite, molto più aggiornata e preoccupante dei dati del 2013 diffusi da think tank d'intelligence specializzati, pure presi come riferimento anche dai governi occidentali.
Tra i jihadisti di «Isis, al Nusra e altre sigle» spiccano le mosche bianche di occidentali convertiti, di famiglie non musulmane, dagli Usa, dall'Australia e dalla stessa Italia.
«Dal piccolo numero degli Anni 90, i Paesi d'origine dei foreign fighter risultano drasticamente saliti a oltre un centinaio, più della metà degli Stati nel mondo», è scritto nel rapporto. In generale, mette in guardia l'Onu, «i combattenti e i loro network sono una minaccia sia immediata sia a lungo termine».
COMBATTENTI DA 100 NAZIONI. Che i jihadisti stiano con il Califfato o con i rivali di al Nursa, l'interpretazione della sharia (la legge islamica) è egualmente estrema. Nei territori conquistati, entrambi commettono barbarie contro gli infedeli e, al ritorno in Occidente, attentati contro i civili.
In Siria Idlib, 1 milione circa di abitanti a 25 chilometri dalla Turchia, è diventata la capitale dell'emirato di al Nusra come Raqqa lo è dell'Isis. E, dopo al Nusra, l'Isis ha sferrato l'attacco al campo profughi palestinese di Yarmouk, alle porte di Damasco.
Le terre occupate da jihadisti crescono con i loro abitanti di oltre 100 nazionalità e si acuisce un dilemma. Gli Stati Uniti bombardano l'Isis e, formalmente, anche gruppi qaedisti come al Nusra. Ma, con la Turchia, armano i ribelli, in origine moderati, di Idlib contro Assad. Continueranno a farlo oppure il dittatore siriano avrà la definitiva riabilitazione?

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