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INTERVISTA 4 Aprile Apr 2015 1512 04 aprile 2015

Erin Saltman: «Così l'Isis strega le donne europee»

Giovani, istruite e violente: nel Califfato 550 donne europee. Mogli di terroristi. «Partono per amore, la propaganda Isis ha elementi romantici». Saltman a L43.

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Quello delle donne occidentali che lasciano il loro Paese per diventare mogli dei terroristi dell'Isis è un fenomeno ancora sottovalutato, ma soprattutto mal interpretato.
Perché spesso queste giovani musulmane francesi o inglesi vengono dipinte come ragazze «ingenue» a cui è stato fatto il «lavaggio del cervello».
In realtà, spiega a Lettera43.it Erin Marie Saltman, ricercatrice presso l'Institute for strategic dialogue di Londra (Isd), un think tank indipendente che lavora con governi, imprese, società civile e mondo accademico per sviluppare progetti in grado di contrastare l'estremismo, «si sottovaluta la determinazione di queste donne, la violenza che le anima, ma soprattutto il percorso che le ha portate a desiderare di avere come principe azzurro un terrorista».
«IL LORO RUOLO PRIMARIO? PROCREARE». Saltman è a capo del progetto contro l'estremizzazione delle donne. Si occupa in particolare di quelle occidentali che viaggiano per raggiungere il Califfato e diventare foreign fighter.
In realtà spiega Saltman «è sbagliato chiamarle così, perchè per quanto molte di loro vogliano combattere, il loro ruolo è quello di mogli a cui è affidato un ruolo ancora più importante: mettere al mondo la futura generazione di jihadisti».
Per capire chi sono e studiare le loro storie, il gruppo di lavoro guidato da Saltman inizia a cercarle attraverso le diverse piattaforme online; Twitter, Facebook, blog per poi risalire alla loro vita reale, alla loro comunità. Perché è lì che ha inizio il processo di radicalizzazione.

Nel riquadro, la ricercatrice Erin Marie Saltman.

DOMANDA. Quante sono queste donne?
RISPOSTA.
Le occidentali che negli ultimi due anni sono partite per unirsi allo Stato islamico sono 550. La propaganda per queste donne è stata davvero molto forte ed è partita molto prima che il Califfato fosse annunciato. Questo perché le donne dell'Isis giocano un ruolo cruciale nella sua stessa costruzione. Per questo non le chiamiamo foreign fighter, che è una definizione sbagliata. Sono female migrants.
D. Il loro quindi è un ruolo più di supporto che di combattimento?
R.
È un ruolo innanzitutto riproduttivo. La loro missione è fondamentale perché devono essere le mogli degli jihadisti e dare vita alla seconda generazione di combattenti. Sono il cuore pulsante del Califfato, devono garantirne l'esistenza, il presente e il futuro.
D. Che vita fanno?
R.
Le loro azioni e i loro movimenti sono limitati, non possono lasciare la casa senza il permesso del marito, che al massimo ogni tanto le porta ad esercitarsi a sparare. La maggior parte delle conversazioni che postano in Rete riguarda soprattutto le faccende domestiche, parlano di quello che cucinano come se fossero in qualsiasi altro posto del mondo, sposate con una famiglia.
D. Insomma una vita da Desperate housewives?
R.
Con convinzioni molto forti però, sono estremiste, parlano spesso di violenza, la supportano, non dobbiamo pensare a donne ingenue. Nei blog ci sono foto di ricette e piatti cucinati da loro, ma anche immagini di trucidazioni. Parte del processo di radicalizzazione consiste nel portare queste donne a giustificare la violenza, perché capaci di dire che cosa è giusto e cosa no.
D. Quanti anni hanno?
R.
La più giovane che abbiamo identificato ha 13 anni, ma l'età media è 19.
D. In Europa quale Paese ne ha di più?
R.
La Francia più di 70 e il Regno Unito 50. Molte di loro sono europee, musulmane, figlie di migranti di seconda o terza generazione, alcune si sono invece convertite all'Islam ma non hanno alcun background di stampo musulmano.
D. Che istruzione e rapporti famigliari hanno?
R
. Contrariamente a quanto si possa pensare, sono donne istruite, che vanno a scuola, alcune hanno un livello di formazione molto alto, altre medio, ma in generale buono. E non hanno cattivi rapporti con le famiglie, non è da loro che vogliono scappare, non le odiano. Eppure la maggior parte delle volte i genitori non hanno idea di che cosa le figlie stiano per fare, sono contrari all'ideologia jihadista e per questo rimangono sotto choc quando scoprono che sono andate vie per unirsi al Califfato.
D. Cos'hanno in testa queste ragazze nel momento in cui partono?
R.
Molte vorrebbero combattere ma sanno che non è consentito, tuttavia lo accettano perché vedono l'appartenenza al Califfato come una causa umanitaria. Sono convinte di far parte di una società utopistica e vogliono contribuire alla sua costruzione.
D. Utopistica in che senso?
R.
Offre una visione del mondo in bianco e in nero, dove c'è un diavolo che è l'Occidente e dà la possibilità a queste giovani di rendere il mondo migliore unendosi alla lotta. Il Califfato sa che in Europa molti giovani si sentono emotivamente coinvolti da quello che sta succedendo in Medio Oriente, dalla crisi israelo-palestinese, dalla guerra in Siria. Ed è su questo che lavora la propaganda.
D. Giovani nati in Inghilterra che odiano il loro Paese perché credono sia responsabile delle guerre che affliggono il Medio Oriente?
R.
Qualcuno sì, ma molti non odiano il loro Paese, semplicemente non ne condividono la politica, il governo. Sono convinti che sta succedendo qualcosa di davvero sbagliato nel mondo e vogliono contribuire a cambiarlo, si vogliono sentire utili, parte di qualcosa.
D. Dalla generazione peace and love degli Anni 60 a quella jihadista del XXI secolo?
R.
È come se queste ragazze fossero sicure di aderire a una missione di pace. E spesso a convincerle sono altre donne già jihadiste che stanno in Rete prorprio con questo obiettivo..
D. In che modo?
R.
Scrivono messaggi, raccontano la loro esperienza nei blog e sui vari social network, ma soprattutto una volta che entrano in contatto con le nuove “adepte” le aiutano a lasciare il loro Paese, spiegano come raggiungere il Califfato, creano intorno a loro una rete reale a cui appoggiarsi per il viaggio e renderlo più semplice.
D. Avviene tutto su Internet?
R.
In realtà la prima fase di radicalizzazione si svolge offline, anche perché se vai su Internet e non sai cosa cercare, quali siti, quali persone contattare e seguire, difficilmente li trovi. Di solito si rivolgono a qualcuno che conoscono all'interno della loro comunità, a scuola o nella cerchia sociale che li porta nel mondo virtuale dove il processo di radicalizzazione si rafforza.
D. Qual è il profilo di queste jihadiste europee?
R.
Alcune si convertono all'Islam per l'occasione. Molte altre sono già musulmane e si sentono discriminate perché si vestono diversamente, perché portano il velo. E questo le fa sentire meno integrate nella società in cui vivono.
D. Mentre con l'Isis...
R.
L'Isis sta diffondendo una narrativa femminista molto contorta che dice: 'Le donne occidentali sono oggetti sessuali, la loro immagine è abusata, sfruttata, basta guardare il modello dell'azienda di lingerie Victoria's secret. Noi invece vi trattiamo con rispetto, accettiamo il vostro ruolo cruciale come creatrici della generazione futura, qui non sarete mai trattate come oggetti sessuali'.
D. Jihadisti come principi azzurri che salvano le donne da una società che le sfrutta?
R.
Sì, e non è solo l'aspetto fisico o sessuale che viene idealizzato. Il Califfato propone una sorta di società della fratellanza dove ci si aiuta a vicenda, dove non si è mai soli né discriminati, ma si vive tutti insieme come fratelli e sorelle, dove non conta chi sei e da dove vieni, o da quanto supporti la causa, ma importa solo essere lì, far parte del progetto.
D. Un messaggio di inclusione.
R.
C'è anche un elemento romantico che riscuote molto successo nella radicalizzazione delle donne. Spesso infatti viene presentato loro il futuro marito online ed è lui che poi loro dovranno raggiungere. Il viaggio diventa quindi un'avventura che compiono per il proprio amore.
D. Come in un film, visto anche il livello di hollywoodizzazione raggiunto dall'Isis...
R.
Una delle ragioni per cui la propaganda dell'Isis ha tutto questo successo risiede nel fatto che usa immagini patinate, e un'ottima tecnologia per fare i video. Veri e propri film dove i protagonisti sono giovani uomini armati che al tramonto con il vento tra i capelli sfrecciano a bordo di camion sulle strade del Califfato. Una propaganda molto forte che fanno in tutte le lingue, tradotta in maniera perfetta in modo da poter rivolgersi a tutti i giovani del mondo.
D. Ma succede mai che queste donne si accorgano che è tutto finto, proprio come un film?
R.
Sì, capita. Ma lasciare il Califfato per loro diventa molto difficile, non si possono muovere da sole e se ci provano vengono trovate subito. Per questo abbiamo registrato solo due casi a fronte di centinaia di foreign fighter uomini che sono tornati.
D. Che cosa si può fare per fermare questo fenomeno?
R.
Prima di tutto dare supporto e informazioni migliori alle famiglie: una delle ragioni per cui gli estremisti hanno così successo è che spesso sono gli unici a dare risposte alle domande dei giovani sulle guerre e sulla crisi in Medio Oriente.
D. E dove si possono trovare le risposte giuste?
R.
Si stanno sviluppando programmi specifici per combattere la radicalizzazione: in Francia c'è Stop-djihadisme, nel Regno Unito il Prevent programme. Ma si deve arrivare anche nelle scuole, noi stiamo lavorando a diverse iniziative, Extreme dialogue per esempio è un progetto che abbiamo lanciato da poco in Canada per spiegare ai ragazzi come si devono comportare e cosa devono sapere quando vanno online e si imbattono in siti e blog che incitano al terrorismo.
D. È possibile invece far sentire le donne musulmane non discriminate?
R.
Bisogna capire che si sentono continuamente giudicate in maniera negativa, perchè quando qualcuno le guarda vede solo delle donne musulmane velate. C'è molta pressione sulle giovani donne che non si sentono accettate dalla loro società.
D. E così decidono di abbracciarne un'altra, quella del Califfato.
R.
Sì, è un fenomeno in crescita, ogni giorno vediamo nuovi casi. Per questo dobbiamo lavorare al fenomeno ora, non dobbiamo sottovalutarlo.

Twitter: @antodem

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