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LA MODA CHE CAMBIA 5 Aprile Apr 2015 1624 05 aprile 2015

Svilire il diritto allo studio è indegno

L’analfabetismo sociale si risolve solo con l’educazione civica. Che è un dovere.

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Alunni in classe.

La rubrica dei giorni di pausa pasquale dovrebbe essere gioiosa e magari, considerato il titolo, ricca di consigli per trascorrerla con stile ed eleganza e altre belle cose. Però, visto che persino papa Francesco sembra parecchio contrariato per l’indifferenza con cui noi del lato del mondo che pensa di essere al riparo da tutto abbiamo accolto la notizia del massacro degli studenti cattolici in Kenya da parte di terroristi somali legati ad al Qaeda, quell’esercito lanciato con ogni mezzo contro di noi che ci ostiniamo a considerare come un branco di picchiatelli senza renderci conto che siamo in guerra («a signo’, me paiono un po’ esauriti questi», mi ha detto l’altro giorno il tassista romano, come se parlasse di un «branco de regazzini» strafatti), nella mia infinitesimale piccolezza mi prendo la libertà di avvicinare lo scempio perpetrato all’università di Garissa con la rissa fra studenti e professori avvenuta di recente in un istituto professionale di Modena e di contrariarmi parecchio anche io.
DIRITTO ALLO STUDIO SVILITO. Perché è aberrante, è indegno, che vi siano luoghi del mondo dove chi esercita il diritto allo studio rischi ogni giorno di perdere la vita (e, come abbiamo visto anche nel caso del premio Nobel Malala Yousafzai, vada molto vicino a perderla), e altri Paesi, come il nostro, dove questo diritto viene svilito al punto di essere considerato un insopportabile pedaggio e un noioso parcheggio. Che venga insomma valutata come un’attività per nulla utile, anzi seccante, da svolgere con il ricorso a ogni mezzo e appellandosi a ogni genere di scappatoia legale, e i suoi pubblici ufficiali, cioè i professori, siano considerati poco meno che pagliacci: ridicoli ometti di poco successo economico e scarsa visibilità personale, e dunque soggetti perfetti per ogni genere di bullismo.
L'INUTILE RICERCA DI UN PATTO SCUOLA-STUDENTI. Qualche giorno fa, un paio di quotidiani nazionali hanno aperto un intenso e pensoso dibattito sul tema del «ruolo sociale degli insegnanti», ribadendo la necessità di «un nuovo patto fra scuola e studenti», che mi pare il solito modo italico di affrontare i problemi, cioè di non affrontarli affatto. In questo Paese e, in media, nei Paesi della nostra civilizzatissima Europa, quando non sappiamo che pesci pigliare o constatiamo il fallimento di qualche ingranaggio del nostro civilissimo sistema, agitiamo l’esigenza di un patto, invochiamo il dialogo, cerchiamo di ascoltare le ragioni degli uni e degli altri, tendenzialmente e molto maternamente «accogliamo», «ci facciamo carico», valutiamo se non vi sia qualche elemento che ci permetta di colpevolizzarci, di stracciarci le vesti per poi tornare, sentendoci redenti, alle nostre solite occupazioni.

Violenza, ignoranza e maleducazione sono anche nelle scuole 'migliori'

In questo caso, di valutare se non vi sia qualche elemento di «disagio sociale» (ah, il disagio) che ci permetta di giustificare immediatamente il bulletto modenese che ha preso il professore a calci nella schiena fra le urla di incitamento dei compagni, continuando nel contempo a pensare che nelle ricche scuole frequentate dai nostri figli, i licei classici del centro storico e non gli istituti tecnici delle periferie, per esempio, questo non succeda. E invece succede, eccome: magari non attraverso l’espressione brutale e la violenza fisica, ma succede. Succede nei ricorsi al Tar, curiosamente sempre vincenti, che riammettono frotte di somari in classi dove non avrebbero titoli per occupare un banco; succede negli sguardi di sufficienza degli adolescenti che, una volta incassato il brutto voto, si ripresentano a scuola accompagnati dalla mamma ingioiellata e arrogante o dal padre minaccioso. Succede fra gli stessi ragazzini che vedono il padre provvisto di potente suv non rispettare i pedoni sulle strisce, insultare la ragazzina neopatentata che esita, incerta, al parcheggio, tentare di scavallare la fila all’aeroporto.
LE COLPE DEI GENITORI. Insomma, succede anche in centro e non solo nelle periferie. Perché non succede solo a scuola: i cattivi esempi partono da lontano. Anzi, da molto vicino. Per un istante, dopo aver letto di questa ennesima aggressione ai danni di un professore, avevo sognato un intervento costituzionale che vincolasse il diritto allo studio alla capacità di esercitarlo nel modo e nei tempi corretti (qualcosa del genere: il tuo Paese ti offre il diritto di studiare, ma non di calpestare questo diritto: al terzo richiamo c’è il centro di recupero e il lavoro nelle comunità). Poi, ho capito che questo vincolo, questa limitazione, andrebbe imposta non solo all’adolescente, ma ai suoi genitori. O’ pesce fete semp’ da’ capa; «Il pesce puzza sempre dalla testa», come dicono a Napoli: come è possibile che un ragazzo faccia ammenda, che comprenda la gravità di un’azione come la violenza contro il suo insegnante, ma anche il danno di un’educazione limitata, di una bassa scolarizzazione, per il suo futuro, se ogni sua azione viene sempre e totalmente giustificata dai genitori? Se, come è accaduto tre giorni fa a Roma, si fa arrestare per aver derubato un coetaneo e la mamma che va a riprenderselo in commissariato si limita a scrollare le spalle «perché lui è fatto così, e adesso possiamo tornare a casa?».
SERVONO LEZIONI DI EDUCAZIONE CIVICA. E allora, immaginiamo il ritorno delle lezioni di educazione civica (ma non solo da leggere sui libri: da esercitare attivamente, magari organizzando attività di studio, pulizia e recupero degli arredi urbani nei quartieri e nelle scuole, come fa già un gruppo di giovanissimi di Milano guidati da Filippo Gavazzeni con il progetto 'Milano fuoriclasse', dedicato ai ragazzi delle scuole medie) e per i violenti, i bulli, di ogni estrazione sociale, una sospensione collettiva e una rieducazione coatta: figli e genitori. Che il week end, invece di caricare gli sci sul suv e parcheggiare sulle piste in terza fila alzando il dito medio, facciano volontariato nei centri per anziani o negli ospedali, e che nelle ore serali della settimana frequentino un corso di educazione civica.
Il problema dell’analfabetismo sociale di cui si inizia a parlare in queste settimane, si risolve nell’unico modo possibile: con il suo antidoto, cioè con l’educazione sociale. Da esercitare, questa volta, non come un diritto, ma come un dovere.


P.S. Quando il ministro Stefania Giannini parla di ruolo sociale degli insegnanti dovrebbe prendere in considerazione l’idea di una normativa che vieti l’accesso in classe col cellulare: si lascia, spento, negli armadietti/in una cassaforte/anche sulla cattedra, e si recupera all’uscita, cioè alla fine delle lezioni. È all’origine dello spaventoso deficit di attenzione di questa generazione di studenti, ed è relativamente facile da risolvere.

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