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TESTIMONIANZE 9 Aprile Apr 2015 1710 09 aprile 2015

Strage al tribunale, i commenti dei presenti

Gli spari scambiati per fascicoli caduti. Poi il caos. Il terrore di avvocati, passanti e impiegati del Palazzo di Giustizia dopo la sparatoria.

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Camionette della polizia fuori dal tribunale di Milano il 9 aprile 2015.

Incredulità, curiosità, spavento. Fuori dal Palazzo di Giustizia di Milano, centinaia di persone si sono assiepate sulle banchine della fermata del tram, in mezzo ai binari, sui marciapiedi. Cinquanta metri e un nastro di delimitazione più in là, dentro al tribunale, Claudio Giardiello, imputato per bancarotta fraudolenta, ha da poco ucciso tre persone, sparando una serie di colpi di pistola nell'aula in cui si teneva la sua udienza, in corridoio, dentro l'ufficio del giudice Fernando Ciampi.
EVACUATI, ANZI NO. In quei momenti, a regnare, è stato il caos. A qualcuno è stato detto di uscire, a qualcun altro di chiudersi in una stanza, mentre iniziava la caccia all'uomo che si sarebbe conclusa a Vimercate. Così chi sta fuori cerca di comunicare con chi è rimasto dentro, e mentre le notizie raccontano di un killer asserragliato, c'è chi teme per la vita dei colleghi e dei suoi cari.
«Avevo appena finito di prendere il caffè al bar, sono rientrato, ho fatto le scale, e appena ho messo piede al terzo piano ho sentito gli spari», racconta a Lettera43,it l'avvocato Elio Giannangeli, «poi mi sono fermato, i poliziotti mi hanno chiesto di uscire e sono uscito».
QUEGLI SPARI SCAMBIATI PER FASCICOLI CADUTI. C'è voluto un po' di tempo perché chi era dentro al tribunale si rendesse conto di quello che stava accadendo: «All'inizio la situazione era tranquilla, poi due o tre secondi dopo è cominciato il panico, la gente usciva piangendo». A scatenarlo non tanto gli spari, che qualcuno, da lontano, ha scambiato col rumore di fascicoli caduti per terra, quanto la corsa di chi era più vicino all'aula del terzo piano da cui è partita la follia omicida di Giardiello.

Una passante: «Ha fatto bene»

Passanti fuori dal tribunale di Milano il 9 aprile 2015, dopo la sparatoria in cui sono rimaste uccise tre persone.

Sotto la pensilina del tram, un gruppo di cittadini, lì un po' per caso e un po' per curiosità, si trovano a dibattere. «Ha fatto bene a uccidere un giudice, sono i primi a lasciare per strada i criminali, ed ecco cosa succede», è l'opinione espressa da una donna. «Ma cosa sta dicendo? Non si uccide nessuno», la replica stizzita di un'altra che non ha alcuna intenzione di cedere alla violenza e alla paura: «Certo che ci si può sentire al sicuro in tribunale».
«HO PAURA PER MIA MOGLIE». In quel momento un uomo arriva, sente queste parole e reagisce: «Come no, sicurissimi. Io ho mia moglie e mia cognata lì dentro. Le ho sentite 10 minuti dopo gli spari, ora hanno staccato tutto. Non so come stanno né quando usciranno».
«Ero a un'udienza come testimone, di fianco all'aula in cui è avvenuto tutto», spiega un uomo. «Ho sentito quattro spari e poi un gran movimento. I carabinieri non sapevano cosa fare: alcuni ci dicevano di uscire, altri di restare dentro. Io sono uscito perché ho pensato che sarebbe potuto entrare nell'aula e prenderci in ostaggio».
«CIAMPI? UN GIUDICE PARTICOLARE». L'avvocato fallimentarista Andrea Farano conosceva il giudice Ciampi: «Era al tribunale di Milano da una quarantina d'anni, alla sezione fallimentare e al tribunale delle imprese», spiega a Lettera43.it, «c'eravamo incrociati più di una volta. Era un giudice sicuramente competente, ma un po' particolare. Credo che in questo momento non sia il caso di aggiungere altro». La fama di intransigente di Ciampi è diffusa anche tra altri avvocati, uno di loro, però, lo ricorda soprattutto per i suoi modi mai sopra le righe: «Era esigente, ma tranquillo, non credo di avergli mai sentito alzare la voce. Ed era bravissimo».
UN AVVOCATO: «SE AVESSI PAURA NON POTREI LAVORARE». Ci si aspetterebbe di vedere panico e terrore negli occhi di chi ogni giorno lavora dentro il Palazzo di Giustizia, ma non è così: «Nessuna paura, se l'avessimo non potremmo lavorare», commentano due avvocati che sanno bene come sia semplice entrare saltando i metal detector con un «tesserino qualunque». Più spaventato un gruppo di impiegati del tribunale, qualche metro più in là: «Si è sempre intuito che la sicurezza non fosse proprio al livello massimo, ma non era mai stato un nostro pensiero. Ora però tutto cambia».

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