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SCENARIO 12 Aprile Apr 2015 1400 12 aprile 2015

Yemen in ostaggio della guerra Iran-Arabia Saudita

Lotte intestine. Scontro tra Teheran e Riad. E l'ombra di al Qaeda e Isis. Chi sono i protagonisti del conflitto tra sciiti e sunniti.

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Bombe saudite su Sanaa.

A Sanaa e Aden, nello Yemen tornato di fatto ad avere due capitali, c'è paura.
Gas ed elettricità mancano, il blocco aereo imposto dai raid impedisce alla gente di volare. Chi può cerca di riparare negli Stati vicini come l'Egitto, magari in Europa o negli Usa, dalla via di fuga nel Corno d'Africa alle prese con l'emergenza profughi.
Sono in tanti a voler fuggire dal Paese, diventato teatro di confronto tra Iran e Arabia Saudita. Rivali politici e religiosi da secoli, i due Stati sono sull'orlo di una guerra frontale che porterebbe allo scoperto le manovre sotterranee (loro e di altre potenze) della cosiddetta Primavera araba e lo scontro atavico tra sciiti e sunniti, i due rami dell'Islam che si odiano dalla successione di Maometto.
IL RISIKO YEMENITA. L'occasione storica di ridisegnare i confini e gli equilibri post coloniali in Medio Oriente e Nord Africa è ghiotta anche per governi occidentali come Stati Uniti e Gran Bretagna. E sullo sfondo ci sono le trattative sul nucleare iraniano, in chiusura entro l'estate.
Giochi molto più grandi delle lotte interne yemenite incombono su un Paese diviso fino al 1990, culla di un'antichissima civiltà e tra i più ricchi di storia al mondo. In bilico tra i raid sauditi che fanno stragi di civili, le bombe nei mercati di al Qaeda e l'ombra di una guerra civile, aizzata dalle ingerenze esterne sempre più aggressive.
CIVILI MASSACRATI. «Qua non c'è l'odio settario dell'Iraq, sunniti e houti (sciiti di ramo zaidita, ndr) pregano accanto, siamo un popolo accogliente e tollerante», spiega da Sanaa a Lettera43.it Arhab al Sarhi, imprenditore responsabile dell'associazione Amicizia italo-yemenita, decorato con il titolo di Cavaliere dalla Repubblica italiana.
«Ma troppi interessi sono in ballo dal 2011 e il Paese è ostaggio di tante manovre. I civili vengono massacrati, senza nessuna colpa». Nonostante l'annuncio di sospendere i raid la coalizione di Riad ha ripreso i bombardamenti su larga scala contro gli houti, colpendo soprattutto le abitazioni.

Le giravolte di Hadi e Saleh e l'avanzata degli houti

Morti civili nei raid in Yemen.

Per capire cosa accade in Yemen bisogna tornare indietro alle rivolte che, quattro anni fa, rovesciarono i regimi in Egitto, Tunisia e Libia.
In Siria gli attacchi a Bashar al Assad portarono alla balcanizzazione del Paese. In Yemen, Ali Ṣaleh, dittatore-architetto della riunificazione, fu scalzato, accettando ciò che il presidente siriano ha rifiutato, ossia cedere il posto a un suo vice, in cambio dell'immunità: nel caso yemenita è salito al potere Abd Manṣur Hadi.
«Il suo mandato era guidare una transizione di due anni, invece anche lui non ha voluto lasciare la poltrona», ricostruisce al Sarhi, «da lì sono ripresi i problemi». La guerra intestina è stata agevolmente strumentalizzata dalle potenze esterne che puntano al controllo del Paese sullo strategico Golfo di Aden.
TRANSIZIONE DIFFICILE. All'inizio Hadi è stato ambiguo, non ostacolando l'offensiva degli houti verso la capitale. Allora era suo interesse dare forza alla minoranza (il 40% nel Nord del Paese) appoggiata dall'Iran, per indebolire il partito della Fratellanza musulmana Islah: il governo ad interim di unità nazionale era formato per metà da esponenti di Islah e per metà dai nazionalisti panarabi dell'ex presidente Saleh e di Hadi, il General people’s congress.
Contemporaneamente, però, il presidente ha allontanato funzionari della vecchia guardia, per discostarsi da Saleh, fondatore e rimasto a capo del suo partito. Presa Sanaa gli houti si sono spinti fino ad Aden, dove ormai si combatte strada per strada.
RIAD CAMBIA STRATEGIA. La morte, a gennaio, del re saudita Abdullah, ha segnato un altro cambio di passo.
In chiave anti-sciita, il suo successore Salman ha ricompattato il fronte sunnita, riavvicinandosi alla Fratellanza musulmana, con Hadi come leader di riferimento. «Per reazione al tradimento, Saleh è passato con gli houti», precisa al Sarhi, «dando forza politica e militare al movimento».
Da soli gli houti non sarebbero potuti arrivare dove sono, anche se tra la gente raccoglievano fiducia.
Un anno fa anche parte dei sunniti speravano nella liberazione di Sanaa dal vecchio partito del regime e dagli alleati (provvisori) di governo, gli islamisti di Islah caduti presto nella trappola della corruzione e dei giochi di potere.

Lo scontro Iran-Arabia saudita e i negoziati sul nucleare

Forze saudite al confine con lo Yemen.

Alla gente l'opportunità di un vero rinnovamento dal 2011 appariva il movimento zaidita del Nord, un ramo sciita diverso da quello di Teheran, che venera cinque imam (non 12 come gli iraniani), negando i caratteri di infallibilità della guida morale e spirituale.
Sin dalle antiche origini, lo sciismo yemenita ha diversità teologiche sostanziali con la dottrina degli ayatollah iraniani. Tuttavia Teheran ne appoggia la scalata al potere, inviando da mesi aerei cargo di «aiuti umanitari», per insidiare il cortile di casa saudita ed espandere la sua Rivoluzione islamica.
È probabile che il generale Qassem Suleimani, mente strategica delle Quds Force (le unità dei Pasdaran iraniani all'estero) non davvero si trovi in Yemen, dopo i successi militari contro l'Isis a Tikrit, in Iraq: il tweet del canale arabo della Bbc che ne annunciava il viaggio è stato rimosso, «dopo verifiche».
RINFORZI DA HEZOBOLLAH. Ma gli houti sono molto bene addestrati e tra i rinforzi avrebbero anche le milizie libanesi filo-iraniane Hezbollah. Come Mosca con i separatisti ucraini, Teheran preferisce muovere le fila da dietro: non è interesse degli iraniani far esplodere una guerra diretta con l'Arabia Saudita.
E in vista dell'accordo del disgelo con gli Usa dal 1979, grandi forze premono per smuovere acque mai mosse prima.
«Non è solo l'Iran a muovere le sue pedine in Yemen. Anche l'appoggio di Saleh conta. E nel risiko della Primavera araba ci sono la Turchia, il Qatar, i sauditi, gli americani e i suoi alleati», precisa al Sarhi, «ognuno vuole avere carte da calare al tavolo del nucleare».
L'Arabia Saudita ha più interesse di tutti a far saltare l'accordo, bloccando l'Iran e mantenendo lo status quo di alleanza. «Ma, come in Siria, dubito molto si arrivi a un conflitto dichiarato, anche se lo scotto pagato dalla popolazione è - e sarà - altissimo», commenta l'imprenditore yemenita.
QUASI 1.000 MORTI.In violazione del diritto internazionale, i raid della coalizione guidata da Riad (appoggiati da Stati Uniti e Gran Bretagna) hanno fatto decine di morti tra i civili sfollati. Dall'inizio dei combattimenti il 27 marzo, il ministero della Sanità yemenita stima quasi 1.000 morti e oltre 3.500 feriti.
I sauditi hanno chiesto mezzi e soldati al Pakistan e anche l'Egitto è disposto a inviare truppe. «Invece servono negoziati internazionali, speriamo in un ruolo più forte e indipendente dell'Unione europea», conclude al Sarhi.
Con Saleh, neanche gli houti rappresentano più il rinnovamento e, nella trincea yemenita, contro gli houti e l'Iran vengono mosse anche al Qaeda e le prime cellule Isis. Il Califfato ha rivendicato una strage a Sanaa, gruppi legati ad al Qaeda controllano almeno un porto, un aeroporte e una base militare nel sud del Paese.

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