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PASSO INDIETRO 15 Aprile Apr 2015 1422 15 aprile 2015

Diaz, la difesa di Tortosa: «Sono stato frainteso»

Il poliziotto dopo le polemiche per il post su Facebook: «Sono un servitore dello Stato, non un torturatore».

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Ora fa un passo indietro Fabio Tortosa, il poliziotto che a pochi giorni dalla sentenza che ha condannato l'Italia per il massacro della scuola Diaz aveva scritto su Facebook: «Io quella notte ero lì. Ci rientrerei mille e mille volte». E afferma di essere stato frainteso: «Sono un servitore dello Stato orgoglioso di questa professione, non un torturatore. Se dire questo ha disturbato qualcuno ne prendo atto. Per quanto riguarda il profilo sul social con il post diffuso a scoppio ritardato, l'ho rimosso personalmente per stroncare sul nascere ogni ulteriore strumentalizzazione», ha dichiarato attraverso la Consap, il sindacato cui appartiene - all'indomani delle polemiche suscitate dalla sua presa di posizione.
«LE MIE PAROLE SONO STATE TRAVISATE». «Le mie parole sono state travisate, il VII nucleo a Genova nell'irruzione alla scuola Diaz ha rispettato tutte le norme, le leggi e le prassi», ha agiunto. «Quella dell'irruzione alla scuola Diaz rimarrà una pagina nera per questo Paese, ma chi c'era sa che è venuta fuori solo una parte della verità. Crediamo che questa voglia di verità debba albergare anche nelle alte sfere, non solo in me, nei miei colleghi che erano con me e nelle vittime alle quali va tutta la mia solidarietà».
«NON HO PICCHIATO VOLONTARIAMENTE». Tortosa ha continuato: «Io ero alla Diaz quella notte in cui fummo allertati durante la cena, sono entrato in quella scuola non ho picchiato nessuno volontariamente, non ho ecceduto nell'uso nella forza ma ho posto in essere tutte le azioni previste dai protocolli operativi, come me lo stesso hanno fatto i miei compagni».
«IO DI DESTRA? HO VOTATO PD». «Io di destra? No, ho votato Pd», ha dichiarato l'agente a La Zanzara su Radio 24, «Non mi pento di nulla», ha aggiunto, «non ho spaccato teste. Torture? Non lo so, io non le ho viste, altrimenti sarei intervenuto», ha affermato. «Ma so che il numero dei 'refertati' è incongruo con il numero di persone fermate dal VII nucleo. I feriti erano di più. Ho assistito a tutta l'operazione, non abbiamo ferito le persone come poi è venuto fuori. Noi con le violenze non c'entriamo, non abbiamo spaccato le teste».
«NOI GLI UNICI IDENTIFICABILI». Nella scuola, secondo Tortosa, c'erano molti poliziotti anche in borghese ma «gli unici identificabili eravamo noi e servivano dei responsabili». Poi ricostruendo l'irruzione ha raccontato: «Il cancello della Diaz era chiuso, lo abbiamo forzato e poi abbiamo forzato il portone d'ingresso. Nessuno dormiva, hanno raccontato bugie. Abbiamo trovato una resistenza dentro la scuola, già dalle finestre piovevano degli oggetti. Obiettivo era partire da ultimo piano e portare tutti i fermati all'interno della palestra, un'operazione durata meno di sei minuti. Poi ci hanno ordinato di uscire».
«ABBIAMO USATO IL MANGANELLO ALL'INTERNO DELLE REGOLE». «Abbiamo usato il manganello, certo, «ha continuato», ma all'interno delle regole. E per sconfiggere la resistenza, fermare le persone e radunare i 93 occupanti nella palestra. Poi per l'identificazione sono rimasti altri agenti per un'ora dentro la Diaz».
«MI SCUSO PER LE PAROLE SU GIULIANI». Tortosa ha anche spiegato perché ha scritto «Carlo Giuliani fa schifo e fa schifo anche ai vermi sottoterra»: «Noi», ha detto, «siamo stati trattati come torturatori e colpevolizzati, mentre vedo che intitolano un'aula della Camera a Carlo Giuliani. È uscita fuori la pancia. Di questo mi posso scusare, ma bisogna tenere conto di quello che abbiamo passato». Infine a Sky TG24 ha spiegato: «Sono sorpresissimo di tutto questo clamore, visto che quanto ho scritto non è apologia di reato, ma il ribadire la propria totale estraneità ai fatti che sono emersi in sede processuale».
CONSAP: «ESTERNAZIONI ESTRAPOLATE». La Consap, nel ribadire il rispetto per le pronunce giurisdizionali nazionali ed europee, ritiene che «le esternazioni estrapolate da un profilo personale sui social network sono il segnale evidente di un malessere diffuso fra il personale che con enormi rischi e sacrifici garantisce l'ordine pubblico e la democrazia in questo Paese».

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