Expo 150122071237
LA MODA CHE CAMBIA 19 Aprile Apr 2015 1451 19 aprile 2015

Perché non possiamo non dirci Expottimisti

Siamo al fischio d'inizio del grande evento: lamentiamoci pure, ma solo fra di noi.

  • ...

L'Expo di Milano prende il via ufficialmente il 1 maggio con la cerimonia d'inaugurazione.

Abbiamo sparato alzo zero, abbiamo esultato per le manette, ci siamo accapigliati al bar come ci piace tanto.
Ma adesso è arrivato il momento di fare come tutti gli altri in tutto il mondo, francesi in primis, e cioè nascondere la polvere sotto i tappeti. I cantieri di Expo sono ancora aperti? Una bella occasione per vedere come lavorano bene gli operai italiani. Il concerto di Andrea Bocelli del 30 aprile si tiene in piazza del Duomo, per cui i biglietti garantiti sono la metà rispetto a quelli preventivati in altra location? Una splendida opportunità per ascoltarlo in tivù, a casa, con gli amici.
NON CI AUTOFLAGELLIAMO. Siamo arrivati al fischio di inizio del grande evento. Ci siamo arrivati ammaccati, ma accidenti vediamo di non autoflagellarci ancora, perché adesso tutto si regge sull’orgoglio nazionale e sulle tante cose magnifiche che abbiamo allestito: la mostra sul cibo alla Trennale, l’hub di leonardo alle “Stelline”, il Silos di Giorgio Armani (che mette letteralmente la faccia sull’Expo, anticipandolo il 30 con una sfilata e l’inaugurazione del suo museo), la nuova Fondazione Prada. Dunque, se qualcosa non funziona – a Milano come altrove – cerchiamo di avere per una volta il nerbo di tenercelo per noi e tiriamo dritto, inalberando un bel sorriso.
L'ESEMPIO DEL FRECCIAROSSA, DA NON SEGUIRE. Un esempio? Mercoledì sera, 15 aprile, il treno Frecciarossa delle ore 19 da Milano Stazione centrale a Roma Termini ha accumulato 170 minuti di ritardo per colpa di un guasto sulla linea elettrica tra Settebagni e Gallese, alle porte di Roma. Non è stato il solo: ve ne erano davanti altri cinque nelle stesse condizioni, e un paio dietro a cui è andata anche peggio, secondo quanto ho saputo perché vi viaggiava una collega, che ho incontrato in sala di montaggio la mattina dopo, stravolta per essere rientrata a casa alle 3 del mattino al termine di un’odissea durata più di sei ore, invece delle 2 ore e 55 minuti regolamentari.
PICCOLI, ESAGERATI DRAMMI. Sul treno, fermo a porte chiuse in lunghe ore scandite da qualche volenteroso e impotente messaggio ufficiale, come in ogni drammucolo che si rispetti i viaggiatori avevano dato il meglio di sé: il regista sconosciuto percorrendo a grandi falcate i corridoi mentre, al telefono, informava senza interruzione una qualche fidanzata e il convoglio tutto dell’imprescindibilità dei propri impegni per il giorno dopo; il ginecologo davvero famoso calmava un gruppetto di signore di mezza età che ambivano solo a una sua parola di conforto per poterla ripetere alla prima occasione; il critico cinematografico evocava Cassandra crossing a ogni nuova stazione superata a passo di lumaca e a porte sigillate («state a vedere che abbiamo pure il virus», e giù una risata nervosa); l’avvocatino rampante comunicava che in un mese aveva già vissuto un altro guasto simile, con uguale ritardo, e che accarezzava l’idea di tornare a prendere l’aereo e forse anche promuovendo una class action, chissà.
DAVVERO NECESSARIO UFFICIALIZZARE IL DISAGIO? Tutti, però, ambivano all’ufficializzazione del disagio subito, alla gogna pubblica delle Ferrovie, insomma a una sequela di articoli che inchiodasse Michele Elia alle sue responsabilità, chi evocando «l’amico che lavora in Ansa», chi «il direttore del tg con cui vado in vacanza» e insomma tutte le possibili conoscenze nei media, pur nella «consapevolezza» che tg e giornali non avrebbero scritto una riga «perché si sa che sono al soldo della pubblicità e male come vanno non possono permettersi di rischiare un budget come quello di Ferrovie».
LAMENTIAMOCI FRA DI NOI. Il che è in parte vero (andiamo maluccio, la carta stampata in particolare), ma neanche al punto di autocensurarci, visto che la notizia è stata riportata poche ore dopo da Corriere.it e da altre testate, oltre che da questa rubrica, adesso. Ma per certi versi, avrei preferito, e credo tanti come me, giornalisti e non solo, che l’incidente non venisse nemmeno raccontato.
Non perché non ci interessi riportare fedelmente la cronaca o 'inchiodare' qualcuno alle sue responsabilità, sentimento che nutriamo verso un numero molto nutrito di personalità pubbliche. Ma perché, a pochi giorni da questo disgraziatissimo Expo che inaugura in location variegate e a cantieri semi-aperti, vorremmo presentarci agli onori del mondo. E se questo significa omertà, benissimo. Tanto, nessuno viene in Italia convinto che tutto vi funzioni a perfezione: secoli di approssimazione sono difficilmente cancellabili. Ma tutti vi arrivano lietamente disposti a sostenere qualche disagio in cambio del clima, delle bellezze che sapremo offrire, della nostra arte di vivere. Lamentiamoci pure, dunque, ma fra di noi. In casa, almeno per un po’.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso