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INTERVISTA 20 Aprile Apr 2015 1723 20 aprile 2015

Il prefetto Piscitelli: «Così diamo i nomi ai morti del mare»

Corpi numerati. Avvolti nei teloni. Tutti uguali. Il prefetto Piscitelli li identifica: «Il Dna, poi la chiamata ai parenti. Quante difficoltà. Ma è un dovere umano».

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Settecento, novecento, mille.
Nemmeno il numero delle vittime dell'ultima, ennesima, ecatombe del Mediterraneo è ancora certo.
A Lampedusa non c'è più spazio per i morti, le salme vengono trasportate a Malta, avvolte in teloni di plastica grigi in attesa che qualcuno dia loro una sepoltura. E un nome.
Perché nell'indifferenza colpevole dell'Europa, l'Italia cerca non solo di salvare vite umane - più di 10 mila migranti solo nelle ultime settimane sono stati soccorsi in mare -, ma anche di restituire loro la dignità.
C'È UN UFFICIO APPOSITO. Con un lavoro difficile, angosciante ma necessario: il riconoscimento delle vittime di quello che il premier Matteo Renzi ha definito senza giri di parole il nuovo schiavismo.
Se ne occupa a Roma l'ufficio del commissario per le persone scomparse diretto dal prefetto Vittorio Piscitelli, in collaborazione con il laboratorio di antropologia e odontologia forense (Labanof) dell'Istituto di medicina legale della Statale di Milano.
AL LAVORO DA OTTOBRE 2013. Nominato a gennaio del 2013, Piscitelli ha iniziato a occuparsi dei migranti scomparsi al largo di Lampedusa con i terribili naufragi dell'ottobre 2013.
Delle 195 vittime ancora senza volto di quelle stragi, ne sono state identificate finora nove.
«Su 30 mila persone scomparse in Italia, 20 mila sono straniere, e il 46% di loro minori. Una percentuale cresciuta anche a causa dell'incremento degli sbarchi», spiega Piscitelli.

Il prefetto Vittorio Piscitelli. © Imagoeconomica

DOMANDA. Come siete riusciti a dare un volto alle vittime del 2013?
RISPOSTA. La scientifica aveva fatto il lavoro di prelievo del Dna da tutti e 366 i corpi che erano stati recuperati in mare dopo i naufragi del 3 e dell'11 ottobre. Una parte delle salme, 184 del naufragio del 3 ottobre e otto di quello dell'11, erano già state riconosciute dai familiari o da chi viaggiava con loro. Ne rimanevano altre 195.
D. Quante ne siete riusciti a identificare?
R. Al momento nove. Perché la difficoltà è far venire qui i parenti e avere confronti sul Dna. Alcuni sono venuti, abbiamo già fatto una ventina di colloqui, altri sono in programma il 24 e 25 aprile a Milano.
D. Una volta accertata l'identità delle salme, cosa succede?
R. Diamo comunicazione ai parenti del luogo della sepoltura e del numero a cui corrisponde il nome, perché sono stati sepolti solo con un numero, in modo tale che possano venire a prendere la salma o almeno a renderle omaggio.
D. E sono venute anche le famiglie dall'Eritrea?
R. No. Fino ad adesso sono venuti per il riconoscimento solo parenti che risiedono regolarmente in Europa, che hanno un permesso di soggiorno. I clandestini non vengono perché rischierebbero di rimanere “prigionieri” in Italia.
D. In che senso?
R. In base all'accordo di Dublino, i migranti non possono lasciare il territorio di primo approdo. Questo è il motivo per cui molti, una volta sbracati qui, scappano o danno false generalità: vogliono raggiungere parenti e comunità in altri Paesi europei.
D. E per chi non ha familiari regolarmente residenti in Europa?
R. Stiamo cercando attraverso organizzazioni come l'Oim e la Croce rossa internazionale di diramare un avviso anche ai parenti delle vittime nei loro Paesi di origine per far in modo che almeno ci possano fare avere qualche documentazione ante mortem, foto, filmati o altri elementi utili al riconoscimento.
D. Le autorità eritree collaborano?
R. Nel Paese c'è un deficit enorme di democrazia. Molti non vogliono neanche far sapere che hanno un parente morto in quella sciagura, per cui noi cerchiamo di raggiungerli non attraverso canali istituzionali, ma tramite organismi umanitari per evitare di esporli. Altrimenti in quella parte del mondo potrebbe essere a rischio anche la loro incolumità.
D. Accade lo stesso con Paesi come la Tunisia o la Libia?
R. Con la Tunisia no: seppur giovane e fragile, è una democrazia.
D. Da tempo però molte famiglie tunisine chiedono al governo italiano di conoscere la sorte dei loro figli partiti sui barconi alla volta di Roma.
R. Sì, conosco la vicenda. Qualche giorno fa l'ambasciatore tunisino mi ha portato un elenco di 501 persone che non sono più tornate in Tunisia e di cui i parenti non hanno avuto notizie. Il problema è che loro credono che queste persone siano arrivate tutte in Italia e siano magari rinchiuse in carceri segrete, girano una serie di voci un po' assurde a riguardo. Molti potrebbero essere finiti in Libia o chissà dove.
D. I familiari delle vittime che avete incontrato sapevano che i loro cari si sarebbero imbarcati per viaggi clandestini?
R. Sì, lo sapevano, e sanno anche i rischi a cui vanno incontro. Ma sono persone disposte a tutto pur di scappare dalla guerra, dalla povertà, dalla violenza. Una volta arrivati in Italia, poi, vogliono proseguire il viaggio verso l'Europa e molti rischiano di cadere nelle mani della criminalità organizzata. Il nostro tallone d'Achille sono i minori stranieri non accompagnati.
D. Perché?
R. Li inseriamo nelle famiglie, nelle comunità di accoglienza con progetti di integrazione, ma scappano, perché magari hanno già qualche numero di telefono da contattare o sono partiti già con l'obiettivo di andare in altri Paesi.
D. Quali sono i numeri di questo fenomeno?
R. Di circa 30 mila persone scomparse in Italia, i due terzi, 20 mila persone, sono stranieri. E il 46% del totale degli scomparsi sono minori. Percentuali aumentate negli ultimi anni anche a causa dell'incremento degli sbarchi.
D. Che storie hanno alle spalle?
R. Miseria, disperazione, violenza, ma non sono solo poveri o sprovveduti. Molti di loro sono anche di estrazione sociale, se è possibile usare questa espressione, alta.
D. Cioè?
R. Sanno cosa rischiano, ma il rischio di restare nei loro Paesi è maggiore. Una delle cose che mi è rimasta più impressa è stato il dolore di una madre che dalla Svizzera è venuta in Italia per riconoscere il cadavere dei suoi 5 figli.
D. Come vengono assistiti in questa drammatica operazione di riconoscimento?
R. Dai mediatori e anche dagli psicologi, c'è un'associazione che li assiste durante i colloqui. Stiamo cercando di trasformare questi numeri in persone. Un dovere giuridico, ma soprattutto umano, etico. Che almeno si possano deporre dei fiori sulla tomba di qualcuno e non di un numero.

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