STORIE 28 Aprile Apr 2015 0727 28 aprile 2015

Terremoto Nepal, chi erano i quattro italiani morti

Gigliola Mancinelli, Oskar Piazza, Marco Pojer e Renzo Benedetti: le loro vite spezzate dal sisma.

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Da sinistra: Marco Pojer, Renzo Benedetti, Gigliola Mancinelli, Oskar Piazza.

Quattro italiani tra le migliaia di vittime del devastante terremoto che sabato 25 aprile ha messo il Nepal in ginocchio.
Le vite dei trentini Renzo Benedetti, Marco Pojer, Oskar Piazza e della marchigiana Gigliola Mancinelli sono state portate via dalla valanga di neve, sassi e ghiaccio che dopo il sisma ha sepolto il villaggio di Langtang, a Nord di Kathmandu. Si sono miracolosamente salvati, invece, i loro compagni di viaggio, che hanno riportato solo qualche ferita.
Ecco chi erano i quattro alpinisti, attraverso i profili ricostruiti dal Corriere della Sera.

Il medico Gigliola Mancinelli

Gigliola Mancinelli.

«Aveva insistito molto con me per farsi cambiare il turno di lavoro: doveva andare in Nepal». Germano Rocchi, responsabile del servizio di elisoccorso degli ospedali riuniti delle Marche adesso pensa che se due settimane fa la sua risposta fosse stata negativa Gigliola Mancinelli, 50 anni, due figli di 13 e 15, non sarebbe partita. Era medico anestesista al cardiologico Lancisi e al 118 di Ancona, Gigliola, ed esperta speleologa. «Il suo lavoro coincideva con il suo hobby, non ho mai conosciuto una persona così», ricorda ancora Rocchi.
«PREPARATISSIMA E AFFIDABILE». «Ho partecipato con lei a missioni mediche umanitarie in Cina e in Africa — racconta Christopher Munch, primario del reparto di anestesia e rianimazione cardiochirurgica dove Gigliola lavorava —, era preparatissima e molto affidabile, tanto da avere la responsabilità del soccorso speleologico di tutta l’Italia centrale». «Sensibile, capace, gentile, generosa», si commuove al telefono Paola Riccio, presidente del Soccorso alpino e speleologico marchigiano. Questa era la sua terza missione in Nepal. Del resto, Gigliola era nota per aver partecipato a diverse imprese. Un anno fa era andata in Germania per il recupero dello speleologo tedesco rimasto intrappolato a mille metri di profondità nella grotta Riesending-Schachthöhle.

Renzo Benedetti.

Renzo Benedetti, l'arredatore appassionato di montanga

Renzo Benedetti amava il Nepal, le sue vette altissime, ma anche la sua gente. Sabato è morto mentre andava a portare medicine a un’anziana signora conosciuta in una delle spedizioni precedenti. «Renzo viveva la montagna in modo totale, non era solo un grandissimo alpinista che aveva scalato gli ottomila, ma si fermava tra la gente, la aiutava, per lui andare in montagna era anche un’occasione di fare solidarietà per il Nepal» dice di lui, che era «un amico», il presidente della Sat del Trentino, Franco Giacomoni. Sessant’anni compiuti da poco, Benedetti viveva a Segonzano (Trento) con la moglie Sandra e il figlio Marco, di 22 anni.
OTTO VOLTE SOPRA GLI OTTOMILA. Di professione faceva l’arredatore, ma la sua più grande passione era la montagna: era socio della Società degli alpinisti tridentini da 32 anni e dirigeva la scuola di scialpinismo «Franco Dezulian». Aveva scalato otto vette al di sopra degli 8.000 metri, da Manaslu, al Makalu, Dhaulagiri, Cho Oyu, Gasherbrum II, Everest, il K2 e lo Shisha Pangma. In Nepal, questa volta, era andato per un trekking considerato relativamente facile: si trovava su un sentiero a 3.500 metri d’altezza, il Langtang Trek, nei pressi di uno dei villaggi più devastati dal terremoto. È stato investito in pieno dai detriti con il compagno di viaggio Marco Pojer, lo sherpa Sangha, 26 anni, il cuoco Prem, 48, e l’aiuto cuoco Dawa. I familiari fino all’ultimo avevano sperato che anche loro ce l’avessero fatta. Sotto choc il figlio Marco: «Non posso, non ce la faccio».

Il cuoco Marco Pojer

Marco Pojer.

Era appassionato di trekking Marco Pojer, 53 anni, di Grumes (Trento). Cuoco nell’asilo del paese, era un gran lavoratore: durante la settimana nella cucina della suola materna, nel weekend e nella stagione estiva anche negli alberghi della zona. Si era preso una «vacanza straordinaria» per poter tornare in Nepal e pur di partire aveva addirittura chiesto un mese di aspettativa. Ci era già stato l’anno scorso, sempre per un meso intero e con Renzo Benedetti, il compagno di viaggi più esperto. Anche Pojer faceva parte della Società degli alpinisti tridentini (Sat), era nel direttivo dell’associazione.
L'IMPEGNO NEL VOLONTARIATO. Cucinava per tutti, con la sua attrezzatura da cuoco, ogni volta che la Sat locale organizzava qualcosa. Tutti lo ricordano per il suo impegno nel volontariato: ogni anno dava una mano all’associazione locale «Stella bianca» e metteva in tavola 300 coperti: i soldi raccolti servivano a finanziare ospedali in Togo; era attivo nell’associazione Progetto Prijedor per la ex Jugoslavia. E sapeva cosa significa quanto la terra trema e porta via tutto: nel 2012 era stato a Medolla, in provincia di Modena, per dare un aiuto, anche in quel caso dietro ai fornelli, alla popolazione emiliana colpita dal terremoto. A Grumes viveva vicino alla madre vedova e alla sorella, ma spesso rimaneva a Trento, dalla compagna Patrizia.

Oskar Piazza, fondatore dell'elisoccorso

Oskar Piazza.

Sognava di trasferirsi a vivere in Nepal Oskar Piazza, 55 anni. «Ci andava per ricaricarsi, amava la dimensione di spiritualità di quel popolo e delle sue montagne» ricorda Adriano Alimonta, presidente del Corpo nazionale del soccorso alpino trentino. Originario di Mori, in provincia di Trento, Piazza avrebbe dovuto aprire dei nuovi percorsi per il torrentismo nel parco di Langtang. Era un ottimo alpinista (aveva scalato più volte l’Himalaya), ma soprattutto un punto di riferimento, anche all’estero, per l’elisoccorso, che aveva contribuito a fondare in Italia.
IL DESIDERIO DI AIUTARE GLI ALTRI. Tante volte si era calato in volo per con l’imbragatura per salvare persone in difficoltà. «Non ricordo nessun fatto particolare che mi ha spinto a diventare un soccorritore — spiegava sul sito dell’azienda di attrezzatura alpinistica che lo sponsorizzava —: è semplicemente un bisogno che sento, analogo al desiderio di salire un Ottomila». Con lui sarebbe dovuta partire anche la compagna Luisa Zappini, che dirige la centrale unica di emergenza in Trentino. All’ultimo momento ha dovuto rinunciare per un grave problema di salute della madre. Ieri rispondeva al telefono, la voce rotta ma lucida, per spiegare che si stava organizzando con gli amici e colleghi dell’elisoccorso per andare in Nepal: «Non posso lasciarlo lì».

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