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CONTRO 2 Maggio Mag 2015 1602 02 maggio 2015

Milano, no Renzi non sono solo «figli di papà»

Ridurre a teppistelli i devastatori non risolve nulla. La politica deve prendersi le sue responsabilità.

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L'imbrattatrice No Expo con al polso il Cartier.

C'è la ragazza col Cartier Tank Française al polso (4.150 euro). L'unico particolare riconoscibile sotto il k-way nero, cappuccio e fazzoletto a coprire il viso.
C'è lo studente di Pavia che dopo aver sproloquiato davanti alle telecamere sul «bordello-distruzione-protesta-figa-minchia» esponendosi allo sfottò della Rete, si presta a pubblica abiura ammettendo di essere capitato in manifestazione per caso, chiamato da un amico. Che aveva tante «emozioni dentro di sé», che fa volontariato e che andrà a visitare Expo con la scuola. E che suo padre «è incazzato nero».
Poi c'è la mora ammanettata che sfida gli agenti: «Si può fare sesso selvaggio in cella?».
CHI SONO I DEVASTATORI DI MILANO? Ci sono i devastatori «con le Nike» ai piedi, ma tra i 14 fermati anche disoccupati e operai, tra i 31 e 57 anni.
Non sono quindi solo «quattro teppistelli e figli di papà» ad avere messo a ferro e fuoco Milano, il primo maggio. E a liquidarli in questo modo, come ha fatto il premier Renzi, si rischia di confondere le acque, cedere alla demagogia salvinana. E non comprendere - e quindi dare risposte efficaci - le ragioni di questa violenza.
In ballo non c'è solo Expo che è solo l'ennesimo pretesto. E preoccuparsi esclusivamente che gli scontri non rovinino la festa è da miopi.
CRITICHE COL BAVAGLIO. Lo scempio andato in scena a Milano ha messo a tacere tutto il movimento No Expo. Le sue ragioni sono state ridotte in cenere come le utilitarie in centro. E cancellate dagli slogan di Salvini, di La Russa e Meloni.
Un vandalismo che non può avere una giustificazione. Per questo il silenzio degli stessi organizzatori delle Cinque giornate di Milano 2.0 è ancora più assordante.
Hanno pubblicato una sorta di risposta in Rete, è vero. Riducendo le violenze a «rabbia espressa in alcuni momenti del corteo». Se la prendono coi media, con quello che non dicono e non fanno vedere. Rilanciando le facce pulite e sorridenti del corteo pacifico.
Ma non condannando pubblicamente quanto avvenuto sono i primi a prestare il fianco alle facili semplificazioni, a chi fa di tutta l'erba un fascio. Come Filippo Facci che ha twittato: «Non generalizziamo. Bisogna dividere i No Expo pacifici da quelli violenti, e metterli in due galere diverse».
COMITATO NO EXPO? NON PERVENUTO. Dove sono oggi i manifestanti che denunciavano ai microfoni di Servizio Pubblico la colata di cemento, la devastazione (sì, devastazione) e la «promessa tradita» dell'Esposizione? Quelli che criticavano la presenza di sponsor «impresentabili» come Coca Cola, McDonald's ed Eni a una kermesse dedicata a Nutrire il Pianeta?
Non pervenuti. Per loro è stata solo «rabbia».
Ma è altrettanto vero che a distruggere Milano non c'erano solo i soliti choosy. Usare poi il contenitore di black bloc non risolve nulla, anzi. Vuol dire tutto e niente. Perché black bloc erano gli infiltrati delle forze dell'ordine al G8 di Genova. Una semplificazione make-up per coprire la complessità. Così come è sbagliato tirare in ballo - ancora - gli anarchici.
NOSTALGIA DI PASOLINI. E le parole illuminanti che Pier Paolo Pasolini scrisse dopo gli scontri di Valle Giulia non fotografano più questo fenomeno internazionale. Che va da Baltimora a Roma e Milano. «Avete facce di figli di papà.Vi odio come odio i vostri papà. Buona razza non mente», scriveva. «Avete lo stesso occhio cattivo. Siete pavidi, incerti, disperati (benissimo!) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: prerogative piccolo-borghesi, cari. Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri».
A Milano a devastare e attaccare i poliziotti erano anche disoccupati e operai. Disperati. Non è più una questione di classe sociale.
LE RESPONSABILITÀ DELLA POLITICA. Forse è arrivata l'ora che la politica si assuma le proprie responsabilità. Che non sono solo quelle della gestione - o mala gestione - dell'ordine pubblico. A partire dal ministro Angelino Alfano. Ma sono anche quelle di disinnescare questa miccia malata alle radici.
A partire dal lavoro, visto che nonostante il Jobs Act la disoccupazione è tornata a salire dell'0,2% a marzo, attestandosi al 13%. E dall'istruzione. Solo così si privano questi codardi di ogni alibi, di ogni possibile giustificazione. E in Rete purtroppo non mancano, tra complottisti e nostalgici della lotta armata.
Perché l'Italia non è solo l'Expo, non è solo un selfie. L'Italia, questa Italia, resta. Anche dopo i sei mesi di «festa».

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