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LA MODA CHE CAMBIA 3 Maggio Mag 2015 0900 03 maggio 2015

Milano, quanto sono viziati i black bloc

L'armamentario del black bloc costa sui 200 euro. Chi ha pagato spranghe e asce?

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Milano: un momento della protesta contro Expo (30 aprile 2015).

La maggior parte di noi non ha alcuna dimestichezza con bombe molotov e mazze ferrate, per cui si è resa necessaria qualche ricerca approfondita sul web e un bel po’ di telefonate per venire a capo della piccola indagine che segue e che ha prodotto il seguente risultato: l’armamentario con cui il gruppo dei black bloc no Expo ha devastato il primo maggio il centro di Milano (molti di noi hanno tremato per i tanti monumenti storici disseminati sul percorso, oltre che per le case e per i negozi: ha ragione chi dice che la manifestazione non avrebbe dovuto essere autorizzata nel centro) è costato dai 150 ai 200 euro.
A testa, si intende.
L'ARMAMENTARIO ABBANDONATO. Ed è stato abbandonato quasi interamente nelle strade dello scontro: via Carducci, lo hanno visto tutti anche in televisione, era disseminata di cappucci, felpe, e soprattutto mazze e asce. Lasciate lungo la fuga.
La più piccola costa 75 euro, ed erano tutte uguali e tutte nuove. Chi le ha comprate? Il minorenne più violento di tutti, 17 anni di pura idiozia e certamente neanche una mamma come Toya Graham lì a prenderlo a ceffoni perché le nostre mamme li hanno cresciuti in modo da prenderli, semmai, gli schiaffoni dai figli, dove ha preso i soldi per la sua panoplia da scout della devastazione? Dando ripetizioni di latino come facevamo noi che i soldi iniziavamo a sudarceli da ragazzini? Naturalmente no.
NON SONO DISPERATI. Questi non sono disperati come lo è Michael preso a sberle in mezzo alla strada da mamma, che lamenta (con ragione) le vessazioni continue agli afroamericani e la totale mancanza di opportunità negli Stati Uniti «dove un presidente nero non è servito a niente».
Sono figli del benessere, parlano di problemi che non conoscono indossando abiti firmati, e con il corredo “giusto” per la protesta, perché sono abituati così: a sciare con la tuta bianca, a fracassare vetrine con quella nera.
MASCHERA SOLO QUANDO SERVE. Educati alla vigliaccheria, si mascherano solo quando serve, altrimenti mostrano viso scoperto e soprattutto poche idee, tutte per sentito dire e neanche troppo bene. Forse quando qualcuno li indottrinava stavano giocando con il cellulare. Blaterano di «distanza fra i politici e la gente comune», parlano di «multinazionali che sfruttano» a favore di quelle telecamere che ricercano ossessivamente e che sarebbe forse corretto si spegnessero sulle loro imprese, in modo da non offrire una ribalta che fa bene solo a loro, non certo all’immagine del Paese.
Ma non vanno a caccia delle insegne delle multinazionali, o lo fanno solo per caso. Danno alle fiamme, danneggiano e sporcano proprio i negozi e le abitazioni della gente comune «perché quando c’è da fare casino uno mica guarda» (dichiarazione al Tg4 di un semi-analfabeta brandizzato che alla fine ringrazia per lo spazio concessogli come un politico di mestiere).
AL GRIDO DI UVA FOGARINA. Ho incontrato un gruppo di questi vigliacchi rientrando da Expo, in zona piazza Cadorna: capitanati da un’energumena scarmigliata che cantava «quant’è bella l’uva fogarina», si sono catapultati in metro ridendo per la «bella giornata» e finendo di riavvolgere la bandiera.
Per mestiere, ho calcolato il costo di camicie, jeans e sneaker che indossavano. All’energumena ho chiesto se pensassero di andare a Dubai a protestare e fracassare a favore dei lavoratori del Bangladesh che lavorano negli Emirati dormendo nelle baracche a bordo deserto, fra quattro anni o se, avendo già idea di come funzioni nei paesi del Medioriente se finisci nelle mani della polizia, avessero scelto fin d’ora di rimanere sereni a casa. Non è degenerata perché ero con certi colleghi trovati per caso, alti due metri. E in effetti le «uve fogarine» avevano appena mollato i cappucci e le mazze in giro. Ma sono volati insulti pesanti.
E ORA CHE PAGHINO I DANNI. Adesso, però, 14 di questi protestanti per noia sono stati presi dalla polizia; alcuni di loro sono anche incastrati dai video che li inquadrano mentre gettano bombe carta e danneggiano negozi e portoni. Vorremmo, lo vorremmo in tanti, che a loro venisse chiesto di pagare i danni: in solido. Per i prossimi 10, 15, 20 anni, a rate, come un leasing. A imperitura memoria.
Coinvolgendo le famiglie, come accadeva nei Comuni medievali. Desiderio surreale, naturalmente, che si scontrerà con uno Stato di diritto garantista al punto di non espellere cittadini francesi e tedeschi (proprio i Paesi che in questi giorni ridicolizzano l’Expo à l’italienne) trovati dalla Digos in un appartamento stipato come una santabarbara.
Come sempre, succederà poco e niente, e tutti gli stranieri in visita continueranno a sentirsi in diritto di sporcare e deturpare. Ma vorremmo non dover pagare noi, ancora una volta, per la nostra città deturpata, mentre questa generazione di mamme italiote corre in questura a riprendersi il figlio che ruba, sporca e picchia allargando le braccia «perché lui è fatto così», e comprandogli una nuova felpa nera.

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