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PRIGIONI DORATE 12 Maggio Mag 2015 1101 12 maggio 2015

Mafia, i privilegi dei boss in galera tra lusso e ricatti

Spavone viziato con pesce vivo. Cutolo in suite stellate. E poi Buscetta, Mutolo, Mannoia. Altro che carcere, i 'guaglioni al gabbio' vivono da re. Grazie a guardie colluse.

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Nicola Cosentino.

La Direzione antimafia è convinta che nella sua cella a Secondigliano entrasse davvero di tutto: dai vestiti su misura all’iPod per registrare i messaggi, dall’insalata di mare con le calamarelle al culatello, dalle mozzarelle di Aversa alle carni pregiate.
Ma la vera “bomba”, quella che strappava applausi (e gratitudine) da parte dei reclusi, era il “Rocco-Babbà”, lo strepitoso dolce al cioccolato (di cui è golosissimo anche il boss Antonio Iovine, detto ‘o Nennillo) dedicato allo stilista Rocco Barocco e inventato da Emilio, il pasticciere cult di Casal di Principe (il paese del Casertano patria del clan dei Casalesi) che dal 1993 è di casa sulle tavole dei potenti del mondo.
QUANTI AIUTINI PER NICK. Dopo cena, anzi di notte, l’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, per gli amici Nick ‘o ‘mericano, detenuto con l’accusa di aver coltivato rapporti illeciti con i camorristi (ma da più di un anno è in prigione aspettando il giudizio di primo grado), avrebbe ottenuto campo libero per spostarsi senza limiti da un padiglione all’altro grazie alla complicità di qualche guardia («che in cambio ha arraffato posti di lavoro per i familiari») e di troppi occhi che, invece di sorvegliare, si sono girati “dall’altra parte”.
COME UN LUSSUOSO RESORT. Arresti, obblighi di dimora, aiutini, nomi di insospettabili, sorpresa, scandalo. E memoria corta.
Grand Hotel Galera: in pochi ricordano che dalla Bicocca di Catania all’Ucciardone di Palermo, dal carcere di Trapani a quelli di Poggioreale e Secondigliano a Napoli, passando per i cosiddetti manicomi giudiziari di Barcellona Pozzo di Gotto, Sant’Eframo e Aversa, sono decine i criminali di rango che tra le sbarre hanno vissuto (e vivono?) come in un lussuoso resort di vacanza.
Aiutati, riveriti e protetti da dirigenti e vertici collusi per paura o - peggio - per inconfessabile interesse.

Spavone ‘o malommo primo prigioniero eccellente

Antonio Spavone detto 'o malommo.

Di favoritismi in carcere hanno sempre raccontato padrini di mafia come Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Francesco Marino Mannoia.
Nel peggiore dei casi, il capo di Cosa nostra Anni 80 e 90 finiva in infermeria, tra candide lenzuola, servizievoli infermiere e medici solerti.
All’Ucciardone di Palermo i direttori si gloriavano contenti di non dover affrontare mai rivolte o proteste da parte dei detenuti.
RICCHI REGALI AGLI AGENTI. Non dicevano che ciò era possibile perché tra le sbarre c’era chi garantiva per tutti.
E li teneva sotto schiaffo.
Per gli agenti, regali assai costosi.
Per gli altri ubbidienti, arancini, panelle, armi. E droga a volontà.
Narrano che più di un direttore di carcere (e di manicomio giudiziario) si sia addirittura tolto la vita per il rimorso di aver favorito chi era potente e impartiva ordini perfino alle guardie.
NESSUNO TOCCHI 'L'UOMO CATTIVO'. Vestaglia di seta pura, pantofole di velluto, champagne e liquori, lenzuola di lino, pranzi e cene serviti in piatti di ceramica di Capodimonte e posate d’argento: fu Antonio Spavone, detto ‘o malommo (l’uomo cattivo), il primo boss che negli Anni 60 nel carcere di Poggioreale a Napoli riuscì a suon di minacce (e di promesse) a circondarsi di funzionari, lacchè e portaordini di ogni risma pur di soddisfare i suoi “bisogni” da prigioniero eccellente.
ORATE, SPIGOLE E PESCE VIVO. Dalla cella ‘o malommo continuava a dirigere i suoi affari.
Direttore e comandante delle guardie gli riservavano tutti i riguardi.
Quando non era invitato a cena nell’alloggio di uno dei due, il capo-guappo si nutriva di orate, spigole e pesce vivo grazie al “catering” organizzato sottobanco per lui dai più noti ristoratori del Lungomare.

La cella di Cutolo? Una suite pluri-stellata

Raffaele Cutolo è stato condannato a 13 ergastoli da scontare in regime di 41 bis.

Per Raffaele Cutolo, che conobbe ‘o malommo proprio in quegli anni a Poggioreale, fu naturale emulare le abitudini di prigionia imparate dall’anziano “maestro”: narrano che la cella di don Raffaele, sia a Napoli sia poi negli Anni 80 nel carcere di Ascoli Piceno (quando lo Stato gli chiese di liberare l’assessore campano Ciro Cirillo rapito dalle Brigate rosse) era arredata come una sorta di suite pluri-stellata, dotata di ogni comfort disponibile all’epoca.
DONNINE E PRIVILEGI. Ugualmente dorata fu per il boss di Ottaviano la permanenza a Sant’Eframo, il manicomio giudiziario di Napoli in cui venne rinchiuso quando giurò a tutti di essere impazzito: concessioni, donnine, privilegi da re.
Raccontano nelle redazioni dei giornali locali: «Negli Anni 80 e 90 noi cronisti di nera a Napoli sapevamo a memoria quali fossero nel carcere di Poggioreale i padiglioni Grand hotel, quelli in cui ad alcuni reclusi importanti era consentito godere di ogni sorta di privilegi. Chi contava molto nella mala chiedeva di essere collocato nelle celle giuste, quelle dove la prigionia era un eufemismo. E spesso veniva accontentato».
AUTOREVOLEZZA RIAFFERMATA. Per lo scrittore Erri De Luca le sbruffonate dei detenuti eccellenti e la loro smania di grandeur si spiegano col fatto che «i malavitosi da sempre sono ricchi, ma soffrono per la perenne necessità di riaffermare la propria autorevolezza».
Perciò, aggiunge lo scrittore, sono «obbligati a ostentare i pranzi luculliani, le cascate di prosciutto e melone, la valanga di ostriche».
IL CIBO SEMPRE IPER-CONDITO. Da sempre il cibo tra i detenuti è considerato appetitoso solo se iper-condito, strabordante, greve: non esiste buon sugo al pomodoro, nei padiglioni sovraffollati, che non venga “rafforzato” nel sapore con un intero panetto di burro (o con due).
Racconta Biagio R., ex recluso: «Colesterolo a parte, chi sta lì dentro vince la frustrazione anche privilegiando il cibo dai sapori eccessivi. Un esempio? A Poggioreale va di moda l’uso smodato del dado di brodo sciolto nel pacchero al sugo con la pezzogna. È un segno di forza. E di stomaco indomito».

La paghetta ai detenuti di Poggioreale è il triplo di quella a San Vittore

L'esterno del carcere di Poggioreale, a Napoli.

Per i detenuti, mangiare il cibo “fornito dallo Stato” è invece sintomo di debolezza.
Racconta il testimone: «Vi si adattano i tossicodipendenti. E i morti di fame. Per quelli che fuori conservano conti correnti da nababbi grazie ai soldi incassati con la droga e col malaffare, “fa immagine” comprare cibo all’esterno».
Il quotidiano La Stampa ha calcolato che la paghetta dei detenuti a Poggioreale è pari al triplo della media registrata a San Vittore e al quintuplo rispetto alle case circondariali di Bergamo e Monza.
UN WELFARE INTERNO. Vacche grasse, nel carcere napoletano.
Che - secondo molti osservatori - consentono ai camorristi in cella legati al Sistema (l’alleanza fra i clan che tutto comanda sul territorio) di gestire una sorta di welfare interno, parallelo e sotterraneo, nel cui ambito “comprare” i reclusi più poveri.
Del resto, basta affacciarsi di mattina nella stanza dell’Ufficio conti correnti del carcere di Poggioreale per prendere atto della folla di mamme, fidanzate, sorelle e amanti che serafiche versano soldi per i “guaglioni al gabbio”.
Un fiume di denaro, che in carcere sancisce le gerarchie e si trasforma in corruzione.
A TRAPANI AGENTI CORAGGIOSI. Non sempre, però, al Grand Hotel Galera tutto fila liscio per i furbacchioni: a quattro detenuti del clan Di Lauro di Scampia, nel carcere “San Giuliano” di Trapani, il pranzo da re che avevano “ordinato” alla guardia ritenuta compiacente è decisamente “andato storto”.
Aragoste, caviale, champagne: il giovane agente, dopo aver fatto finta di aver recepito l’ordinazione, è andato di corsa dai magistrati a raccontare tutto.
Poi, per proteggerlo dalle vendette, è stato necessario trasferirlo in altra sede.
SOPRUSI E COLLUSIONI H24. Fame traditora. Peccati di gola. Segni del comando. Grand Hotel Galera era (e secondo molti è ancora) “aperto” h24, tra soprusi, prepotenze e collusioni.
Ogni tanto qualche angheria viene alla luce. A Trani, a Bari, in Sicilia. Ai messaggini tradizionali, quelli scarabocchiati sui foglietti di carta stropicciata, hanno sostituito i “pizzini” digitali: registrazioni su Mp3, con le celle trasformate in sofisticate sale di registrazione.
SONO LE GUARDIE A RICATTARE. Ma quel che più inquieta è che tra i detenuti eccellenti e gli agenti di custodia corrotti sono i secondi (sebbene in numero limitato) a ricattare e pretendere di più: «Abbiamo il porco in mano, finalmente...», hanno sussurrato al telefono quando si è saputo che Nicola Cosentino stava per rientrare da recluso nel carcere di Secondigliano.
Il «porco in mano». Vuol dire che ora ne faremo polpette. Firmato: i servitori dello Stato.

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