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INTERVISTA 14 Maggio Mag 2015 0800 14 maggio 2015

Corruzione, Greco: «Norme più severe per i privati»

Legge troppo soft. Punire le società pubbliche non basta. Il sistema si è evoluto. Il procuratore Greco: «Falso in bilancio? Bene, ma s'intervenga sulle fondazioni».

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È il magistrato tuttora in attività che detiene il record, per numero e per importanza, delle indagini su casi di falso in bilancio e corruzione in Italia.
Sulla scrivania del suo ufficio, al quarto piano del tribunale di Milano, ci sono i dossier che scottano: dalla presunta evasione fiscale di Apple Italia all'ipotesi di aggiotaggio per il Consiglio di amministrazione di Ei Towers, fino alle perdite da centinaia di milioni di euro che sarebbero state occultate dagli ex dirigenti della banca Monte dei Paschi di Siena.
Il procuratore aggiunto Francesco Greco, coordinatore del pool sui reati finanziari, insieme con Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo ha fatto la storia di Mani pulite.
«IL DDL? GIUDIZIO COMPLESSIVAMENTE POSITIVO». A più di 20 anni di distanza da quell'esperienza, ha commentato in esclusiva per Lettera43.it il disegno di legge anticorruzione varato dal governo Renzi, che venerdì 15 maggio approda in Aula alla Camera dei deputati per l'approvazione definitiva. «Il mio giudizio è complessivamente positivo», spiega. «Mi auguro però che prima o poi il legislatore decida di intervenire con una normativa più seria per contrastare la corruzione privata, e per riportare a trasparenza il sistema delle fondazioni».

Il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco (foto Imagoeconomica).

DOMANDA. Ha parlato di giudizio «complessivamente positivo» sul disegno di legge anticorruzione. Nulla da eccepire, dunque?
RISPOSTA. Spero che il provvedimento venga approvato il prima possibile in via definitiva. In sede di audizione in commissione Giustizia ho segnalato tuttavia alcune criticità, che in parte ritengo superabili senza la necessità di cambiare il testo, in parte richiedono invece una riflessione più profonda su come sia cambiata la corruzione dai tempi di Mani pulite ad oggi.
D. Cominciamo dalla prima criticità: di cosa si tratta?
R. Per quanto riguarda il falso in bilancio, che finalmente torna a essere un reato di pericolo, la nuova legge punisce chi, al fine di conseguire un ingiusto profitto, espone nei bilanci «fatti materiali» (nelle società quotate) o «fatti materiali rilevanti» (nelle non quotate) «non rispondenti al vero».
D. Dove sta il problema?
R. Innanzitutto trovo risibile il concetto di «fatto materiale», dal momento che non esistono fatti che non siano materiali. Si tratta di una traduzione ridondante dell'espressione inglese «material facts», che però significa «fatti rilevanti», non «fatti materiali». In secondo luogo, in un bilancio non vengono esposti fatti, ma grandezze rappresentative delle realtà sottostanti secondo determinati criteri, detti principi contabili.
D. Cosa significa, in termini meno tecnici?
R. Che un bilancio è fatto al 99% di valutazioni. L'attuale disciplina del falso in bilancio, a proposito dei «fatti materiali rilevanti», contiene l’inciso «ancorché oggetto di valutazioni», scomparso nella nuova formulazione. Tuttavia, considerando la giurisprudenza in materia, che ha sempre e correttamente esteso il falso in bilancio alle valutazioni, ho ritenuto non necessario chiedere una modifica del disegno di legge su questo punto.
D. Un problema risolvibile con l'interpretazione della norma, quindi. Quali sono invece le criticità che riguardano la mutata natura dei fenomeni corruttivi?
R. Consistono in ciò che resta fuori dal disegno di legge. Dai tempi di Mani pulite i meccanismi della corruzione sono cambiati. I centri di spesa della Pubblica amministrazione, in particolare, sono stati esternalizzati. Sorge quindi la necessità di intervenire con una normativa più seria sulla corruzione privata, che a mio avviso dovrebbe essere parificata alla corruzione pubblica. Tra i due reati oggi c'è un'eccessiva sperequazione di pena.
D. Si spieghi meglio.
R. La corruzione tra privati può incidere pesantemente sulla distribuzione delle risorse, ma non è facile ricondurla nell'alveo della corruzione pubblica. Le faccio un esempio ponendole una domanda: le società municipalizzate a capitale pubblico, secondo lei, sono società pubbliche o private?
D. Domanda difficile. Può fare altri esempi?
R. Se il presidente di una fondazione riceve da un imprenditore una tangente per l'appalto di costruzione di un ospedale, fondazione finanziata quasi interamente con soldi pubblici, che differenza c'è tra quel presidente di fondazione e il direttore di una Asl? La corruzione privata oggi rappresenta un mondo ibrido, al confine tra settore pubblico e settore privato. Una zona che contiene il core business dell'economia, in cui vengono gestiti capitali ingentissimi. Inoltre, le joint venture pubblico-private sono spesso la forma giuridica ed economica di grandi appalti internazionali.
D. Quali innovazioni sono previste dal disegno di legge anticorruzione nei confronti delle fondazioni?
R. Sono rimaste fuori dal provvedimento. Il nuovo reato di falso in bilancio, nell'ipotesi più grave, si estende anche alle società controllanti. Spesso però gli enti controllanti sono fondazioni, che a loro volta sono esenti dalla disciplina del falso in bilancio. Il paradosso consiste nel fatto che oggi chi falsifica i bilanci di una fondazione non commette nessun reato. Un problema insoluto che prima o poi dovrà essere affrontato, riportando a trasparenza le fondazioni.
D. Le fondazioni sono esenti anche da un'altra normativa: quella che riguarda il finanziamento illecito ai partiti.
R. Anche questo reato è rimasto fuori dal disegno di legge. Attualmente è considerato un reato bagatellare: chi eroga il denaro non attiva la legge 231 del 2001, la pena edittale prevista è risibile, eppure si tratta del reato principale del lobbismo occulto. Le fondazioni, in tale ambito, sono diventate uno degli strumenti più importanti per la raccolta di finanziamenti illeciti. Lei pensi che in alcuni casi noi abbiamo scoperto che c'erano fondazioni che pagavano uomini politici, ma non abbiamo potuto formulare un'accusa, perché la norma sull'illecito finanziamento non si applica alle fondazioni.

«Collegare le intercettazioni al falso in bilancio? Un pretesto»

D. Il falso in bilancio torna a essere un reato anche per le società non quotate. La pena prevista, però, va da uno a cinque anni: si esclude così l'uso di intercettazioni telefoniche. Cosa ne pensa?
R. Su questo vorrei essere chiaro. Collegare le intercettazioni telefoniche al falso in bilancio è un pretesto per fare una pesca aperta, e io sono assolutamente contrario, non condivido le prese di posizione che ho letto di recente sui giornali. L'inchiesta Mani pulite è stata fatta senza neanche un giorno di intercettazioni telefoniche. D'altra parte, o il falso in bilancio è stato già commesso, e allora non si capisce come si possa motivare una richiesta di intercettazioni su un fatto già avvenuto; oppure il reato non è stato ancora commesso.
D. Ma cosa significa disporre intercettazioni su casi di falso in bilancio non ancora avvenuti?
R. Come ho detto anche in commissione Giustizia, è difficile immaginare un manager che telefoni alla moglie per dirle: «Cala la pasta che ho finito di falsificare il bilancio». L'obiezione che alcuni fanno è che, dato che il bilancio si falsifica per coprire altri reati, con le intercettazioni si potrebbero scoprire ulteriori violazioni della legge. Ma questo metodo dal mio punto di vista è sbagliato. Il vero problema della magistratura è imparare a fare le indagini documentali, un ambito in cui si è persa professionalità a favore delle intercettazioni. Dal legislatore non voglio reati-pretesto per condurre intercettazioni a tutto campo, da passare magari ai giornalisti.
D. A fine 2014 è entrato in vigore il reato di autoriciclaggio. La considera anche una sua vittoria personale?
R. Si è trattato di una battaglia durata circa 15 anni, condotta anche attraverso il Gruppo di studio sull'autoriciclaggio istituito nel 2013 dal ministero della Giustizia, di cui io stesso ho fatto parte. Il Gruppo, nella sua relazione conclusiva, ha sottolineato come il fenomeno del riciclaggio, incluso quindi l’autoriciclaggio, rappresentasse una grave minaccia non solo e non tanto per il bene patrimonio, quanto piuttosto per il corretto e ordinato svolgimento delle attività economiche e finanziarie nel nostro Paese, nonché per l’amministrazione della giustizia. Oggi posso rivendicare il merito di aver avuto l'idea che ha reso possibile l'introduzione del reato di autoriciclaggio nel nostro ordinamento.
D. Com'è stato possibile ottenere questo risultato?
R. Agendo su due fronti: da una parte con la previsione di una fattispecie autonoma di reato, dall'altra collegando l'autoriciclaggio alla voluntary disclosure. Esigenze di giustizia e l'andamento preoccupante dei conti pubblici imponevano una svolta. Piuttosto che continuare a varare provvedimenti discutibili e poco efficaci come gli scudi fiscali, occorreva fare in modo che se i capitali detenuti illecitamente all'estero non fossero rientrati in Italia, per l'evasore fiscale si configurasse il rischio di andare in galera.
D. E le banche?
R. Le banche non avrebbero certamente potuto correre il rischio di essere accusate di riciclaggio o di concorso in autoriciclaggio. In questo modo la situazione si è finalmente sbloccata.
D. In Italia secondo un recente studio dell'Agenzia delle entrate ci sono 11 milioni di persone considerate 'ad altissimo rischio' di evasione fiscale. È per questo che è così difficile combatterla? Si rischia di perdere voti?
R. Credo che la lotta all'evasione fiscale sia difficile anche per motivi culturali. Molti ritengono che il problema fondamentale del riciclaggio sia la trasformazione di denaro 'sporco' in attività lecite. Tuttavia, l'esperienza maturata in anni di indagini mi porta a dire che il problema principale è un altro.
D. Ovvero?
R. La trasformazione dei guadagni in denaro clandestino. I capitali depositati nei paradisi fiscali in tutto il mondo provengono in massima parte dall'evasione fiscale. Provviste di denaro utilizzate per la creazione di fondi neri, con cui si alimenta anche il sistema della corruzione.
D. La legislazione italiana in materia di evasione mostra molte incongruenze. La delega che il parlamento ha dato al governo è ferma, mancano i decreti attuativi. Quali sono i provvedimenti più urgenti che l'esecutivo dovrebbe mettere in campo?
R. In mancanza del testo definitivo dei decreti delegati non posso esprimere alcun giudizio. Certamente l'attuale normativa presenta molte lacune.
D. Per esempio?
R. Punisce con un massimo di tre anni l'evasore totale, mentre chi emette una fattura falsa rischia fino a sei anni. Una cosa che ritengo del tutto illogica. In ogni caso, nel momento in cui si pianificano riforme fiscali, occorre porsi il problema della loro sostenibilità economica.
D. L'opinione pubblica ha diritto di sapere se le nuove norme comportano un aumento oppure una diminuzione del gettito.
R. Esatto. Il rischio, segnalato dall'Agenzia delle entrate, è che alcuni cambiamenti legislativi possano comportare una riduzione delle entrate stesse. In un momento in cui le casse dello Stato sembrano essere a corto di fondi, abbassare il gettito può essere pericoloso.
D. Il presidente dell'Anac, Raffaele Cantone, ha chiesto ai partiti di mettere mano a un nuovo Codice degli appalti, per rendere il sistema più trasparente. Condivide questa richiesta?
R. La trasparenza è un valore fondamentale. A mio avviso per avere uno Stato più trasparente occorre partire dall'abolizione della carta. Se tutta l'attività della Pubblica amministrazione, compresa l'amministrazione della giustizia, venisse messa online, non solo si risparmierebbe sui costi di funzionamento della macchina burocratica. Ma si avrebbero guadagni tangibili in termini di controllo democratico dell'operato dei pubblici poteri. L'unica vera garanzia contro gli abusi e contro i comportamenti corruttivi.

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