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DIPLOMATICAMENTE 28 Maggio Mag 2015 1358 28 maggio 2015

Isis, ma quale ritirata: Iraq e Siria tremano

Lo scontro settario da una parte. Un regime indebolito dall'altra. La coalizione anti-Califfato è chiamata a una verifica della strategia in atto.

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In territorio siriano, lo Stato islamico domina su 95 mila chilometri quadrati ed è presente in nove province.

Tempo addietro, il Pentagono aveva diffuso la notizia secondo la quale l’Isis aveva perso oltre il 25% del territorio conquistato in Iraq nel corso del 2014.
Qualche osservatore aveva espresso più di un dubbio sulla sua consistenza, non solo perché non comprovata da sufficienti elementi fattuali, ma anche perché indebolita dai più che proporzionali progressi registrati dall’Isis in Siria.
AVANZATE IN SIRIA E IRAQ. Quelle riserve erano state però messe in ombra ed era prevalsa la tesi del Pentagono secondo la quale quella percentuale era un chiaro indicatore che l’offensiva della coalizione internazionale anti-Isis stava producendo, finalmente, i suoi frutti e che il processo di «debilitazione e distruzione del Califfato» evocato da Obama fin dall’estate scorsa era partito. E tale tesi appariva corroborata dal fatto che si adombrava come ormai imminente una decisa azione di riconquista della provincia di Anbar.
Già, proprio Anbar di cui Ramadi è la capitale, la città che invece ha ceduto all’attacco delle truppe del Califfato (salvo essere ripresa in parte dall'esercito iracheno) che per colmo di disdetta era riuscito a innalzare la sua bandiera nera, quasi contemporaneamente, sulla città siriana di Palmira, l’antica Tadmor elevata dall’Unesco al rango di patrimonio dell’umanità, e sul varco frontaliero siro-iracheno di al-Walid.
NESSUNA RITIRATA. Altro che Califfato in ritirata dunque; ma anzi capace, al contrario, di condurre la propria azione vincente su più fronti, in Iraq e in Siria, nella neo-battezzata Siraq.
Di fronte a questi rovesci si può ben comprendere il disappunto e lo sconcerto, per usare degli eufemismi, in seno alla coalizione internazionale e, in particolare, in casa del suo maggiore azionista americano: dove i Repubblicani non hanno esitato a parlare di fallimento della strategia di Obama e a sollecitarne una profonda revisione; dove anche fra i democratici non sono mancate espressioni di perplessità; dove lo stesso presidente Obama si è sentito nell’obbligo di intervenire per ridimensionare la portata dell’accaduto e confermare la validità dell’impianto strategico.
Il passo successivo era scontato: addossare la responsabilità del disastro di Ramadi all’esercito iracheno. Operazione facile, visti i suoi precedenti smacchi. Ma forse non si doveva necessariamente ricorrere alla piatta stigmatizzazione che ne ha fatto il Capo del Pentagono quando ha addebitato la sconfitta ad una «mancanza di volontà di combattere» resa plateale dalla supremazia numerica degli iracheni sulle milizie dell’Isis.

L'Iraq e il rischio di un inasprimento del contrasto politico-settario

Questa dichiarazione, infatti, ha suscitato la scontata irritata reazione del premier iracheno al Abadi che ha avuto buon gioco nel ricordare la sordità americana alle ripetute richieste di maggiori armamenti e di addestratori.
Ma ha anche ri-attualizzato il tema della congruità di una strategia imperniata sulla complementarietà degli attacchi aerei affidati alla coalizione e degli interventi terrestri all’esercito iracheno, quando era notoria l’inaffidabilità di quest’ultimo, anche dopo l’intervento ricostituente di personale americano di intelligence e addestratori (oltre 3 mila unità) dell’autunno scorso. Di una strategia che si era rivelata vincente solo nei momenti in cui l’interlocutore terrestre era costituito dai peshmerga (curdi) o era un mix trainato dalle milizie sciite legate a Teheran, opzione questa che viene ora di fatto avallata da parte americana per evitare altre rovinose sconfitte.
I prossimi giorni ci diranno se ci sarà in un inasprimento del contrasto politico-settario con le tribù sunnite, prevalenti in quell’area del Paese, come avvenuto in questi ultimi mesi proprio a seguito dell’azione delle milizie sciite.
IL SILENZIO DEI PAESI ARABI. Certo sorprende, in quel contesto, il silenzio che avvolge il ruolo dei membri arabi (sunniti) della coalizione internazionale, quasi a far sorgere il sospetto che per loro l’obiettivo del contrasto dell’Isis in Iraq sia per così dire, concorrente, con quello delle milizie sciite di osservanza iraniana.
Si tratta di un silenzio che contrasta, del resto, con la rumorosa e fortemente bellica determinazione della coalizione guidata dall’Arabia saudita contro gli Houthi (sciiti) in Yemen perché considerati pedina delle velleità egemoniche di Teheran. E rimanda alla sempre più conclamata crepa politico-settaria sciita-sunnita e alla popolarità dell’Isis (sunnita, non dimentichiamolo) nel mondo sunnita che potrebbe rivelarsi foriera di dinamiche anche sorprendenti, dentro e fuori la coalizione internazionale.

Siria: Hezbollah non basta, Assad perde colpi

Il presidente siriano Bashar al Assad.

Rimanda anche alla dinamica in atto in Siria dove si sta assistendo a una duplice operazione puntata a un serio indebolimento del regime di Assad, grande alleato di Teheran, malgrado l’accresciuto sostegno militare di Hezbollah libanese: da un lato, quella della cosiddetta “Armata della vittoria” in cui stanno confluendo decine di milizie moderate e radicali fino ad al Nusra (al Qaeda); dall’altro, quella, potenzialmente più efficace, dell’Isis che, dopo aver conquistato il secondo dei tre varchi frontalieri con l’Iraq e soprattutto Palmira, importante anche militarmente (ospita una base ed è sulla direttrice per Damasco) ed economicamente (giacimenti di gas), ora guarda a Damasco.
A quali sviluppi possa portare questa duplice operazione condotta da forze fra loro concorrenti e ostili è prematuro dire anche perché nel magma di alleanze vere o strumentali appare improvvido escludere a priori opzioni anche azzardate. Certo è che il regime di Assad non è stato mai tanto a rischio e il mondo sunnita non può che considerare con favore questa congiuntura.
VERSO L'INCONTRO DEL 2 GUGNO. E non è un caso che nella ritrovata convergenza tra Ankara e Riad, assieme al Qatar, anche Washington sembri aprirsi all’idea di una qualche copertura aerea delle milizie anti-Assad “moderate”, con tutta l’ambiguità che questo termine racchiude, mentre si valutano positivamente gli attacchi dello stesso regime contro l’Isis di cui tutti paventano la possibile conquista di Damasco. Almeno ufficialmente.
Chissà che a fronte di questa situazione, Teheran e Mosca, i due grandi sponsor del regime di Assad, non si decidano a cambiare registro a beneficio dei rispettivi interessi geo-politici e geo-strategici a medio termine; propiziando l’apertura di una vera fase transitoria ancora suscettibile di essere pilotata. Ma il tempo stringe e il carro del vincitore esercita sempre una fatale attrazione.
Il 2 giugno a Parigi si riunirà il gruppo di testa della coalizione anti-Isis e l’Italia chiederà una verifica della strategia in atto. Non sarà sola, soprattutto se sarà capace di proposte convincenti.

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