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SPIRITO ASPRO 30 Maggio Mag 2015 0900 30 maggio 2015

La lingerie femminista? Devono ancora inventarla

La scritta «feminist» sul sedere non vuol dire emancipazione. Con buona pace delle mode d'oltreoceano.

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So che gli argomenti del giorno sarebbero gli impresentabili e i rom, ma ogni tanto anche noi opinionisti veniamo colti da raptus di autocoscienza, ci rendiamo conto della nostra totale inutilità e puntiamo su argomenti sui quali possiamo esprimere la nostra inutile opinione in modo più divertente.
Quindi oggi parlerò di mutande. Perché, breaking news, stanno crollando fra le donne gli acquisti di tanga e perizomi. A New York.
Le notizie, quindi, sono due; quale sia quella buona e quale la cattiva, o se siano buone o cattive entrambe, sta a chi legge deciderlo, a seconda che sia uomo o donna, e/o viva a New York o meno.
IL RITORNO DELLE GRANNY-PANTS. Altrettanto ambiguo è un altro scoop proveniente da oltreoceano, e cioè che le ragazze trendy optano per le granny-pants, la «vecchia mutanda larga un po' di gamba» cantata da Arbore, insomma, lo slippone poco sgambato che nulla concede alla civetteria.
A noi donne mature viene un po' di tristezza: ma figliole, proprio quando avete l'età in cui tutto sta sù da solo, andate a coprirlo? «Oh, come rimpiango di non aver portato il bikini quando avevo vent'anni», scriveva l'indimenticabile Nora Ephron, sceneggiatrice di Harry ti presento Sally e Insonnia d'amore, «ragazza, se mi stai leggendo, va' a metterti un bikini e non togliertelo finché non hai trentaquattro anni».
Ragazze, se mi state leggendo andate a mettervi un perizoma e… vabbè, toglietevelo domani ma solo per indossarne uno pulito.
NON CREDETE AI MEDIA. E mi raccomando, non credete a chi vi dice che quest'anno va il bikini ascellare da pin up Anni 50. Marilyn e Sophia lo indossavano solo perché non potevano scegliere, sennò col cavolo avrebbero mortificato le loro giovani curve maggiorate in quella specie di pancere, più perfide dello slip basso perché non «contengono» nulla, ma intozziscono le cosce e richiedono tessuti di sodezza marmorea, pena antiestetici rotolini in zona stomaco (per piacere, ditelo anche alle vostre mamme, che potrebbero cascarci anche più di voi).
Ma torniamo al presunto revival delle granny-pants fra le giovanissime (americane), che i media stanno contrabbandando come un trionfo della «lingerie femminista». La prova? Il must-have sono i pudibondi slip bianchi disegnati da Mayan Toledano e Julia Baylis, creatrici del marchio Me and You, e contraddistinti dalla scritta «feminist» sul sedere.

Le granny-pants tanto in voga negli Usa.

La scritta «feminist» sul sedere è uno schiaffo al femminismo

Sul tema mia figlia 17enne è più fumantina di me: «Scrivere 'femminista' in rosa su una mutanda è uno schiaffo al femminismo. La scritta è dietro, poi, dove non la leggi tu o chi hai di fronte, ma solo qualcuno cui stai mostrando il sedere. Come dire: sì, sono femminista ma sono carina e pucci-pucci, non avere paura del mio culetto. Alla faccia delle femministe vere che hanno rischiato botte e prigione per conquistare i diritti per le donne. Ma allora viva il tanga! Viva le Femen!»
Che volete, mia figlia non è un'evanescente ninfetta di Manhattan, è un'incazzosa teenager emiliano-romagnola, idealista e intransigente come si dev'essere alla sua età. E diffida del «candy-color empowerment» propugnato dalle Me and You, che vuol essere il trait-d'union fra Hello Kitty e Simone de Beauvoir.
GLI STEREOTIPI DANNEGGIANO ANCHE L'UOMO. Una declinazione in nuance pastello dell'approccio femminista «He for She» che Emma Watson, l'icona delle ragazze pensanti (comprese Mayan e Julia, nonché mia figlia), ha esposto all'Onu: uomini, gli stereotipi di genere danneggiano pure voi, se smetterete di sentirvi in dovere di mostrarvi forti e aggressivi per essere accettati, noi non ci sentiremo più obbligate a mostrarci deboli e sottomesse, e saremo più liberi tutti quanti.
Il ritorno alle granny-pants, oltre a consentire un notevole risparmio sulle cerette inguinali, sarebbe quindi una dichiarazione di indipendenza tanto quanto il rogo dei reggipetti negli Anni 70. Curioso come le donne stesse fissino come terreno della loro emancipazione le tette e il culo, anziché il cuore e il cervello.
IN 40 ANNI POCO È CAMBIATO. Quarant'anni fa la liberazione si esprimeva nel topless, in questo secolo nel «lato B», il «booty» prominente orgogliosamente esibito da popstar sexy e volitive come Beyoncé e Nicky Minaj, anche con connotazioni etniche.
Ora che l'abbiamo sdoganato, possiamo ricoprirlo e scriverci sopra «femminista». Ma così non è «He for She», è il solito «She for He», con le donne che attraverso la loro biancheria lanciano agli uomini un messaggio, che sia «sono femminista» scritto su una mutanda o «sono una porca» suggerito da un tanga (dove peraltro non c'è posto per scrivere alcunché).
Un intimo davvero «He for She» sarebbero dei boxer con scritto «feminist» sulla patta, o, ancora meglio «male chauvinist» sul culo. Ma forse, come obietterebbe la mia pragmatica figliola, l'unica biancheria maschile femminista è quella che lui si lava da solo.

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