MAFIA 7 Giugno Giu 2015 1500 07 giugno 2015

Pentiti, analisi dello strano boom: nove in 12 mesi

Il primo fu Schiavone, nel '93. Dal 2014 la svolta: ‘Mastrone’, Pellegrino, Iovine. Ogni 40 giorni un boss 'canta'. Pesa il carcere duro. E i segreti dei clan vacillano.

  • ...

Ciò che è accaduto in Campania, tra fine marzo 2014 e aprile 2015, rappresenta qualcosa di singolare.
Talmente rilevante da sconvolgere una criminalità radicata e tentacolare come quella casertana.
Le cifre aiutano a comprendere il fenomeno: in 12 mesi i magistrati della Dda, che scandagliano la camorra di Terra di Lavoro, hanno “incassato” nove richieste di collaborazione con la giustizia.
In pratica, un pentito ogni 40 giorni.
SCHIAVONE IL PIONIERE. Dopo la scelta pioneristica fatta, nel maggio del 1993, da Carmine Schiavone (il primo del clan dei Casalesi a ‘cantare’), la figura del ‘collaboratore’ è diventata, gradualmente, uno strumento di indagine fondamentale per gli inquirenti.
Sia chiaro: di certo non ordinario, ma neppure inaudito.
Michele Froncillo, Domenico Bidognetti, Anna Carrino, Oreste Spagnuolo, Bruno Buttone, Luigi Guida, Emilio Di Caterino: sono solo alcuni dei tanti malavitosi che, nell’ultimo ventennio, hanno scelto di passare dalla parte dello Stato.
Si è trattato, quasi sempre, però, di collaborazioni spalmate nel tempo, non addensate in brevi periodi e mai troppo apicali.
LA SVOLTA IN PRIMAVERA. Nella primavera del 2014, invece, la svolta: il 31 marzo Massimo Di Caterino, detto ‘Mastrone’, esponente di spicco del clan dei Casalesi, iniziò a rilasciare dichiarazioni ai magistrati della Dda.
È stato il primo pentito dentro l’ermetica fazione Zagaria.
Lo ha seguito, il mese successivo (aprile 2014), Attilio Pellegrino, 46enne di Villa di Briano, ragioniere del gruppo guidato dal boss di Casapesenna.
SVELATI I SEGRETI DEI CLAN. A maggio è stata la volta di Umberto Venosa, che ha fatto da apripista alla decisione storica di Antonio Iovine (‘o Ninno), il boss accreditato nel “parnaso” dell’organizzazione, insieme con Michele Zagaria e gli adepti di Francesco ‘Sandokan’ Schiavone, e che ha cominciato a raccontare ai pm Antonio Ardituro e Cesare Sirignano i segreti del clan: sono venuti (e verranno ancora) così a galla le azioni militari, i rapporti con l’imprenditoria e quelli, ben più inquietanti, con la politica.
SPARTIACQUE IOVINE. È stato appunto l’episodio-spartiacque: se gli altri pentimenti erano stati, fino a quel momento, interni, offrendo cioè osservazioni parziali, riguardanti perlopiù i singoli gruppi criminali, col collaboratore-Iovine la musica cambia e di parecchio.
Iovine rappresenta per gli investigatori la miccia di una visione globale: ‘o Ninno coi suoi racconti (sottoposti a sacrosanti riscontri) fece osservare dall’alto la macrodelinquenza casertana organizzata, svelandone tutte le sue sommerse dinamiche relazionali ed economiche.

Rivelazioni chiave nel caso del ciclo rifiuti

Nicola Panaro, uno degli uomini più potenti del clan, è il cugino di Francesco ‘Sandokan’ Schiavone.

L’ondata di pentimenti, avviata da Di Caterino, non si è fermata col “canto” di Antonio Iovine; è proseguita infatti con Salvatore Ianuario, controllore del Basso Volturno.
In successione, a giugno, è toccato a Giuseppe Valente, sebbene non affiliato, ma nei panni di un ex impiegato statale che, grazie al suo percorso politico, è riuscito ad afferrare funzioni di vertice nella gestione del ciclo rifiuti.
DIETROFRONT DI SETOLA. L’autunno del 2014 è stato invece segnato dallo show in cui si è tuffato il capo dell’ala stragista, Giuseppe Setola, nel corso del processo Noviello.
Il killer, dinanzi alla Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere, prima ha annunciato di voler collaborare e poi, nelle udienze successive, ha fatto rocambolescamente dietrofront.
IL CANTO DI 'NICOLINO'. Nel febbraio 2015 clamorosamente si è pentito un altro “pezzo da novanta”: Nicola Panaro, detto ‘Nicolino’, cugino di Francesco ‘Sandokan’ Schiavone, la cui collaborazione ha provocato l’ennesima grana per l’organizzazione.
Panaro era considerato uno degli uomini più potenti del clan, subito dopo ‘o Ninno e Michele Zagaria.
BELFORTE E RESTINA. A fine marzo ha scricchiolato, invece, un soggetto della malavita casertana di altra sponda, distante poco meno di 20 chilometri dall’agro Aversano: in quel mese è stato Salvatore Belforte, boss dei Mazzacane, a decidere l’arduo passaggio.
Il 22 aprile a chiudere, almeno per ora, la stagione dei pentimenti illustri è stato Generoso Restina, ritenuto dagli investigatori il “vivandiere” di Zagaria dal 2005 al 2008.

Decisiva la durezza del 41 bis in carcere

Salvatore Belforte, boss dei Mazzacane.

Dunque, un pentito ogni 6 settimane.
A scatenare la trafila così intensa di collaborazioni ha contribuito, forse, per alcuni casi, la durezza della detenzione carceraria: Domenico Belforte, nel settembre del 2014, aveva persino tentato il suicidio nella casa circondariale di Parma, perché stremato dal 41 bis.
Ha cercato di farla finita, 6 mesi dopo, anche Francesco “Cicciariello” Schiavone per le stesse ragioni del boss dei Mazzacane.
Due circostanze che dimostrano come, alla lunga, la galera può diventare insopportabile.
MA QUALCUNO RESISTE. Domenico Belforte e Francesco “Cicciariello” Schiavone, però, non hanno scelto di collaborare: per questi due boss “saltare il fosso”, passare dalla parte dello Stato, rappresenta un’azione incomprensibile, “infame”, del tutto estranea alle loro logiche.
A influire sulla grande stagione dei pentimenti c'è anche un diverso fattore palesato proprio da Antonio Iovine.
UNA SCELTA DI CUORE. Come per gli altri suoi omologhi redenti, alla base della scelta collaborativa esiste, spesso, un sentimento genitoriale, quanto meno familiare o più egoisticamente di amor proprio: garantire a se stessi, ai figli, al resto dei familiari, un futuro, una vita migliore, ormai lontana dalla delinquenza, dalle mafie.
Tutto ciò è umano; in fondo, si collabora specialmente per questo.
«IL CLAN NON C'È PIÙ». Eppure Iovine, l’ex boss di San Cipriano, va ben oltre, cinicamente affermando che «il clan dei Casalesi non esiste più».
E quest’annunciata disfatta, constatata non da un uomo qualunque, ma da chi quel clan lo ha guidato ha in sostanza radici finanziarie e di evidente derivazione giurisprudenziale venute fuori dall’ormai nota confessione: ««La sentenza definitiva di Spartacus ha dato una svolta a non retribuire gli stipendi».

La crisi monetaria colpisce anche la mafia

Giuseppe Setola, capo dell’ala stragista.

Il denaro per pagare gli affiliati liberi, i detenuti e le loro famiglie scarseggia.
La crisi monetaria, d’altronde, è impietosa: colpisce tutti, onesti e disonesti.
A determinarla in ambito camorristico non sono state, però, le congiunture europee, ma la sinergica azione svolta da magistratura e forze dell’ordine: arresti, sequestri e confische di beni hanno rotto le principali adduttrici dei quattrini sommersi, illecitamente arraffati.
SISTEMA LOGORO. Quei soldi garantiscono il silenzio. Denari che, a detta dell’ex boss di San Cipriano, adesso mancano.
A ben riflettere, è appunto la penuria di denaro che man mano ha logorato il sistema un tempo potente.
Le file si sono sciolte e ora molti sono pronti a “cantare”.
UN'ARMA PER LO STATO. Questa stagione dei pentimenti illustri, se ben gestita, peraltro facendo leva sulla trasversalità criminale e sull’offuscato fascino malavitoso dei pentiti di primo piano, potrà sorreggere lo Stato nell’impresa storica dello smantellamento della mafia casertana e della micidiale congerie di meccanismi, soprattutto riconducibili al binomio politica-imprenditoria, che l’hanno troppo a lungo nutrita.
EFFETTI POCO CHIARI. La sequela di collaborazioni incassate in questi mesi ha prodotto, finora, effetti chiari soltanto in parte.
Si attendono altre verità: i megappalti, la cronica emergenza rifiuti e tanto altro.
Se non ci saranno inversioni di tendenza, i consistenti esiti di questo “canto” generale potrebbero davvero liberare Terra di Lavoro.

Correlati

Potresti esserti perso