Hipster 150620130716
LA MODA CHE CAMBIA 20 Giugno Giu 2015 1218 20 giugno 2015

La straordinaria banalità del dandy metropolitano

Un modello di uomo così avulso dalla realtà lascia una pessima impressione.

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Nella mutazione comportamentale a cui ne seguirà presumibilmente, ma speriamo ancora di no, una genetica, succede che in queste settimane si vada in estasi tanto per le braccia così toniche da sembrare mascoline di Michelle Obama, (capita per la seconda volta in tre anni, ma stavolta noi milanesi le abbiamo viste da vicino), quanto per i ridicoli fighetti di cui si è popolata Firenze in occasione di Pitti Uomo.
Certamente noi ragazze della moda siamo esposte a una dose esibita di vanità maschile superiore a quella di qualunque altro gruppo sociale e professionale, ma ho l’impressione che neanche i fiorentini, gente pragmatica e anche parecchio diretta come si sa, siano rimasti positivamente colpiti dalla fauna di ragazzini efebici, benché provvista di inconsulti barboni da frate Indovino e ancora più inconsulte giacchette rosa geranio avvitate, che si sono aggirati per giorni fra Palazzo Vecchio e la Fortezza da basso, scattandosi selfie o mettendosi a favore di telecamera per conto di produttori di moda certamente diversi, ma in apparenza tutti uguali.
IBRIDO RIDICOLO E SUPERFICIALE. Il combinato disposto fra barba e acconciatura hipster (capelli rasati sopra le orecchie ma tenuti lunghi sopra il cranio, quindi attorcigliati in un microchignon da mandarino cinese epoca Ming), e abbigliamento da gagà europeo, di preferenza anzi partenopeo insomma attillato e con tanto di cravattone sgargiante, ha dato vita a un ibrido che, in particolare quando calato su fisici non tonici come quelli della first lady, ha superato perfino la nozione del ridicolo. In genere, ha lasciato una pessima impressione di sé: l’impressione di un’inconsistenza assoluta, di una superficialità lontana ormai mille miglia sia dalla originaria cultura hipster, dichiaratamente antimoda, sia dalle ragioni, storiche e molto serie, con cui venne lanciato quasi due secoli fa il binomio giacca-pantalone lungo al posto della culotte courte in rasatello azzurro e bianco dei nobili ghigliottinati, questa sì e drammaticamente vicina a certi shorts indossati fra mille mossetine e smorfie a Firenze, come facevano i mignons della corte di Versailles, giovinotti usi ad ogni abuso per conto dei ricchi debosciati.
BISOGNA ANDARE OLTRE ALLA MODA DANDY. Nulla si è rivelato meno creativo, meno innovativo, meno 'straordinario', per usare l’avverbio più sfruttato del momento, di questo esercito di cloni azzimati, al punto che perfino le cartelle stampa, cioè la comunicazione diffusa dai marchi presenti è parsa modellata su uno stesso universo di riferimento, un’identica sintassi, addirittura lo stesso lessico: in tre giorni, noi giornalisti di moda abbiamo letto per sedici volte, su sedici marchi diversi, lo stesso richiamo al 'dandy metropolitano', ci siamo seduti a osservare sfilare gli stessi ragazzini calzati in mocassini dalla suola alta in cui incedevano con la stessa grazia della creatura del dottor Frankenstein e se mai ci avrebbe fatto piacere accompagnarci a uno di loro, con i loro sguardi vuoti sotto lo chignon. Nell’epoca della guerra fra bande terroriste, degli esodi biblici, dell’emergenza europea, una moda, ma soprattutto un modello di uomo così avulso dalla realtà, così antistorico, ma grazie ai social così diffusamente rappresentato in tutto il mondo, è non solo inutile, ma anche pericoloso. Beau Brummell, il dandy per antonomasia, è morto da 175 anni. Forse, potremmo cercare di passare oltre.

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