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TERRORISMO 27 Giugno Giu 2015 0900 27 giugno 2015

Tunisia, silenzio sulla jihad per salvare il turismo

La città di Sousse bacino di combattenti. Il governo cela i rischi: senza 1 milione di stranieri in vacanza l'economia collassa. La strage al resort può essere fatale.

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Gli hotel colpiti sono l'Hotel Riu Imperial Marhaba e il Port el Kantaoui.

È successo a un anno dalla proclamazione del Califfato di al Baghdadi, e con ogni probabilità non è un caso.
È successo dopo il ripetuto invito ad attaccare gli infedeli fatto da al Adnani, portavoce del califfo di cui peraltro non si hanno notizie da tempo.
È successo nel mese sacro degli islamici, durante il Ramadan, come in una macabra celebrazione liturgica di sangue e orrore che poco ha a che vedere con la religione.
Attacchi in Francia, in Kuwait, in Somalia e in Tunisia, con dozzine di morti: sciiti e Occidentali.
SCONVOLGENTE TUNISIA. Il massacro che più sconvolge (nonostante l’orrore della decapitazione in Francia) è, se non altro per numeri e per la vicinanza, quello della Tunisia: il Paese che, fin dall’attentato di marzo al museo del Bardo, è dichiaratamente nel mirino dei terroristi.
Allora, nel centro di Tunisi, le vittime furono 23; il 26 giugno sono almeno 30, inclusi turisti inglesi, tedeschi e belgi.
UN BACINO DI TERRORISTI. Dietro alla storia drammatica dei bagnanti uccisi in spiaggia a colpi di kalashnikov c’è però un’altra storia, raccontata da Al Jazeera, fatta di numeri e di testimonianze.
Sousse, la città del litorale tunisino in cui si è consumata la strage, è infatti il serbatoio di combattenti jihadisti del Paese.

Un terzo di tutti i foreign fighters tunisini arriva da Sousse

Il luogo dell'attentato a Sousse, in Tunisia

Secondo le stime ufficiali, dalla Tunisia sono partiti tra i 2.500 e i 3 mila giovani per raggiungere le file dell’Isis: il numero più alto di foreign fighters tra quelli arruolati dal Califfo (i dati si riferiscono al periodo fino all’aprile 2014).
Circa mille di questi, stando all’articolo di Al Jazeera, arrivano proprio da Sousse.
CENTRI DI RECLUTAMENTO. «I quartieri di Al Qalaa al Kubra (che significa il Grande Castello, ndr), Al Riyad, Al Shabab e Hamam Soussa sono centri di reclutamento per il flusso dei potenziali combattenti», scrive il giornale nell’unico pezzo rintracciabile in rete in inglese che affronti specificamente l’emergenza del territorio locale
UN PRECEDENTE NEL 2013. Anche l’esterno della cittadina nel Golfo di Hammamet è diventata territorio di caccia per chi cerca aspiranti martiri: le zone di Herkalion, Sidi Abdelhamid e Nafidha - prosegue il pezzo - sono da tempo focolai di violenza, con frequenti scontri tra giovani islamisti e le autorità locali.
Alla fine del 2013, due ragazzi imbottiti di esplosivo provarono a farsi esplodere, cercando una strage.
L’anno precedente, due salafisti erano stati freddati dalla polizia dopo l’assalto a un commissariato locale.

L’esistenza delle cellule nascosta ai turisti per non bloccare il business

Turisti alloggiati all'Imperial Marhaba Hotel, nella città di Sousse.

Attività su cui si è cercato di distogliere l’attenzione, anche per non spaventare gli stranieri: con un milione di arrivi all’anno, l’industria del turismo è la principale fonte di sostentamento della zona, nonché della Tunisia che stava cercando - unica tra i Paesi travolti dalla Primavera araba - a rialzare la testa con elezioni democratiche.
IL 15% DI POVERI. Il tasso di disoccupazione nazionale si aggira intorno al 15,3% e, secondo le Nazioni unite, nel 2013 il 15% della popolazione viveva sotto la soglia della povertà.
Nascondere cosa succedesse fuori dai resort per turisti di Sousse era insomma funzionale all’interesse nazionale.
RAGAZZINI SPARITI. «Chi vive in questi quartieri racconta di come gruppetti di sei o sette ragazzi scompaiano dalla moschea del quartiere ogni tanto: dopo qualche giorno, le loro famiglie scoprono che sono andati in Siria o in Iraq», si legge su Al Jazeera.
GRUPPI PRONTI AD AGIRE. Secondo gli esperti interpellati dalla testata, questi incidenti dimostrano l’esistenza di gruppi «pronti all’uso» (ready made) che i jihadisti possono chiamare a operare in ogni momento, per colpire giovani non musulmani o, comunque, persone non fedeli.
Esattamente come è successo nella strage odierna, su cui l’Isis metterà verosimilmente il cappello.
TRA I 20 E I 30 ANNI. Gli aspiranti terroristi hanno normalmente tra i 20 e i 30 anni e - racconta ancora il giornale - vengono dai distretti più popolari e poveri, nei quali non sono solo i soldi a mancare: mancano le possibilità educative e «istituzioni religiose adeguate», precisa Al Jazeera.

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