Money Transfer Brescia 121031114758
INCHIESTA 3 Luglio Lug 2015 1200 03 luglio 2015

Money transfer, gli affari della mafia cinese in Italia

Money transfer accusati di riciclaggio. Bottino da 4,5 miliardi. Indagato l'ex direttore di Bank of China Milano. Irreperibile, come il denaro finito a Pechino.

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Il cartello di comunicazione di sequestro su un'agenzia di money transfer.

People's Bank of China, la Banca centrale cinese, è un colosso finanziario internazionale, che in Italia negli ultimi tre anni ha collezionato partecipazioni in una serie di importanti aziende private, istituti di credito e società quotate dal ministero dell'Economia.
Forse non tutti sanno, però, che quattro ex dirigenti della filiale milanese di un altro storico istituto di credito di proprietà del governo di Pechino, Bank of China, sono indagati dalla procura di Firenze con un'accusa pesantissima: riciclaggio di denaro sporco, aggravato dall'aver favorito un'associazione a delinquere italo-cinese di stampo mafioso.
L'importo? Circa 2,2 miliardi di euro, su un totale di 4,5 miliardi complessivamente gestiti dall'organizzazione tra il 2006 e il 2010.
MONEY TRANSFER AL CENTRO DELL'INCHIESTA. I nomi dei quattro manager (direttore generale, vice direttore, responsabile dell'ufficio rischi e responsabile dell'ufficio audit), assieme a quelli di altri 293 indagati, figurano nella richiesta di rinvio a giudizio recentemente firmata dal pubblico ministero Giulio Monferini.
Centosettantatre pagine che cercano di fare luce sugli affari della mafia cinese in Italia, sugli oscuri legami con la madrepatria e sul sodalizio stretto con presunti 'compari' italiani, attivi in un settore finanziario molto particolare, quello delle agenzie di money transfer.
DUE FAMIGLIE SOCIE IN AFFARI. Le indagini sono cominciate nel 2008, quando la Guardia di Finanza di Firenze ha scoperto le attività criminali che, secondo l'accusa, sarebbero state compiute con metodo mafioso da due famiglie, una cinese e l'altra italiana, diventate socie d'affari.
La famiglia cinese Cai, originaria della provincia di Hubei, e i bolognesi Bolzonaro, titolari della società di money transfer Money2Money, parzialmente rilevata dai Cai nel 2006.
Sede legale a Bologna, sub-agenzie sparse su tutto il territorio nazionale. In particolare a Prato, Roma e Milano.

Una singola agenzia ha raccolto più di 1 miliardo in quattro anni

La maggior parte del denaro da riciclare è stato raccolto nelle città di Prato, Roma e Milano.

Proprio in queste tre città l'organizzazione, composta secondo gli inquirenti da 24 persone, avrebbe raccolto la maggior parte del denaro da riciclare in Cina, attraverso le agenzie di money transfer affiliate al network Money2Money.
Soldi che per i magistrati provengono da una serie di reati commessi da centinaia di cittadini e imprese cinesi residenti in Italia.
Contraffazione, evasione fiscale, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione e ricettazione.
A Prato una singola agenzia ha raccolto in quattro anni, tra il 2006 e il 2010, oltre un miliardo di euro.
A Milano, nello stesso periodo, un altro money transfer situato nella locale Chinatown ha rastrellato 262 milioni. Mentre a Roma una terza agenzia ha accumulato da sola 1,24 miliardi di euro.
INTIMIDAZIONI E OMERTÀ. La pericolosità dell'associazione e la sua natura mafiosa, secondo la procura di Firenze, si sono concretizzate in una struttura verticistica capeggiata dalla famiglia Cai, in grado di controllare con forme di intimidazione, assoggettamento e omertà l'attività di riciclaggio nell'ambito delle comunità cinesi interessate.
Un controllo sistematico e continuativo, esercitato in tutte le città in cui l'organizzazione è risultata essere presente.
Non solo: l'attività di riclaggio avrebbe agevolato anche altri gruppi criminali cinesi operativi a livello internazionale, e interessati a gestire in maniera organizzata i flussi migratori clandestini di compatrioti diretti in Europa.
IMPORTI FRAZIONATI PER ELUDERE I CONTROLLI. Le Fiamme Gialle hanno documentato con informative, riprese video, intercettazioni telefoniche e il sequestro degli archivi informatici della Money2Money il modus operandi dell'organizzazione.
Centinaia di operazioni identiche, tutte dello stesso importo appena inferiore alla soglia in grado di far scattare i controlli anti-riciclaggio (2 mila euro all'epoca dei fatti, mille euro attualmente), venivano eseguite nel giro di pochissimi minuti nelle agenzie di money transfer.
I clienti arrivavano con buste piene di denaro contante, a frazionare le somme ci pensavano i gestori.
L'identità dei reali mittenti veniva nascosta usando i nominativi di prestanome consapevoli, oppure di cittadini cinesi all'oscuro di tutto o addirittura inesistenti.

L'accusa: Bank of China Milano collettore finale

L'insegna di Bank of China.

I miliardi di euro raccolti con questo sistema non finivano però direttamente in Cina.
Per trasferirli in patria, a partire dal 2007 e fino al 2010, l'associazione mafiosa si sarebbe avvalsa dei servizi discretamente offerti dalla filiale milanese di Bank of China e da altri istituti di credito.
L'unica banca per cui la procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio è però Bank of China Milano.
ALTRE BANCHE AL RIPARO DALLE ACCUSE. Secondo fonti vicine all'inchiesta contattate da Lettera43.it, infatti, le altre banche avrebbero segnalato le operazioni sospette, mettendosi al riparo da eventuali accuse di illecito amministrativo.
Si spiega così la differenza tra i 4,5 miliardi di euro presumibilmente riciclati e i 2,2 miliardi che sarebbero passati attraverso Bank of China Milano.
Su quest'ultima somma l'istituto è accusato di aver incassato illecitamente un profitto di 758 mila euro, sotto forma di commissioni.
DENARO SPARITO NEL NULLA. Bank of China Milano avrebbe dunque consentito il trasferimento in Cina dei soldi ricevuti dal network Money2Money attraverso un sistematico ricorso al frazionamento di operazioni in realtà unitarie.
Una tecnica in grado di occultare sia la reale provenienza, sia la destinazione finale del denaro.
Tanto che i 2,2 miliardi di euro spediti in Cina sembrano essere svaniti nel nulla: irreperibili, proprio come l'ex direttore generale di Bank of China Milano, che ha fatto perdere le proprie tracce a luglio del 2014.

La Cina non collabora con le autorità italiane

Agenti della guardia di finanza.

Una delle ipotesi è che il denaro sia stato usato per acquistare merce a basso costo, da importare e rivendere sul mercato italiano.
Ma la destinazione e l'impiego effettivo di questo fiume di risorse è avvolto nel mistero.
I soldi, una volta lasciata l'Italia, sembrano essere spariti.
Le forze dell'ordine italiane non hanno potuto proseguire nelle indagini, anche perché il segreto bancario in Cina è considerato materia di sicurezza nazionale.
EPPURE UN MEMORANDUM C'È. Eppure Roma e Pechino hanno firmato un memorandum di cooperazione giudiziaria a settembre 2014, come ricorda l'Associated Press, che ha seguito l'intera inchiesta della procura di Firenze.
Un primo, timido segnale d'apertura è arrivato alla fine di giugno, quando Yeung Cheung Ying, company secretary di Bank of China, ha dichiarato che l'istituto fornirà alla autorità italiane «una disclosure temporanea, in linea con le leggi e i regolamenti vigenti» in materia di anti-riciclaggio.
BANKITALIA: NEL 2014 TRASFERITI ALL'ESTERO 4,77 MILIARDI. In questo campo, come comunicato a Lettera43.it dalla Banca d'Italia, è bene ricordare che le agenzie di money transfer sono equiparate alle banche e agli altri intermediari finanziari, e hanno quindi gli stessi obblighi di legge.
Secondo i dati forniti da Palazzo Koch, nel 2014 la quantità di moneta trasferita all’estero tramite il circuito dei money transfer (Poste escluse) è stata complessivamente pari a 4,77 miliardi di euro, di cui il 21% proveniente dalla Lombardia, il 18,5% dal Lazio e l'11% dalla Toscana.
Flussi di denaro diretti prevalentemente in Romania (876 milioni di euro), Cina (819 milioni), Bangladesh (361 milioni), Filippine (324 milioni) e Marocco (250 milioni).
Proprio le rimesse verso la Cina, che nel 2012 avevano toccato il record di 2,7 miliardi di euro, sono quelle che hanno fatto registrare, negli anni successivi, la caduta più marcata.

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