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LA CERIMONIA 18 Luglio Lug 2015 1930 18 luglio 2015

Alla cerimonia di Borsellino, il figlio Manfredi difende la sorella Lucia

Manfredi: «Per mia sorella Lucia calvario come per papà». L'abbraccio con Mattarella.

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Alla fine è intervenuto e ha commosso tutti. Manfredi Borsellino non voleva partecipare alla cerimonia di commemorazione del padre, il magistrato Paolo Borsellino ucciso in un attentato di stampo terroristico-mafioso il 19 luglio 1992 in via Mariano d'Amelio a Palermo.
Manfredi aveva annunciato che sarebbe rimasto a Cefalù dove dirige il commissariato di Polizia. Ma poi è arrivato: «Io sono qui per lei signor presidente. Non era previsto il mio intervento. Forse sconvolgo l’ordine dei lavori...», ha esordito Manfredi rivolgendosi al capo dello Stato Sergio Mattarella seduto in prima fila.
LA STIMA DI BORSELLINO PER MATTARELLA. «Già l'anno scorso ho tentato, ho provato a ricordare mio padre, ricordare non commemorare, perché si commemorano i morti visto che io lo ritengo vivo. Non sono qui per ricordare o commemorare, lo faranno altri meglio di me senza commuoversi», ha spiegato, «Lei è tra questi, perché lei non solo ha il nostro stesso vissuto, e può comprendere cosa io e le mie sorelle sa cosa stiamo vivendo. Ma lei è sempre stato un punto di riferimento per mio padre e la mia famiglia. Ho avuto l'onore e l'occasione di assistere per due volte a un colloquio telefonico con mio padre e ho sempre notato la reverenza , il grado di stima che provava nei suoi confronti. Siccome non voglio commuovermi, preferisco leggere un testo, parole importanti che è bene leggerle».

«Mia sorella Lucia ha portato la croce e tante persone possono testimoniarlo»

Il giovane commissario ha parlato a braccio e poi ha letto un testo davanti a tutti. Una platea vastissima: il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il procuratore generale Roberto Scarpinato, il presidente della Corte d'appello Gioacchino Natoli, l'arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, l'assessore regionale alla Salute, Baldo Gucciardi, il capo della procura di Palermo, Francesco Lo Voi, il presidente dell'Ars, Giovanni Ardizzone. Presenti anche il ministro dell'Interno Angelino Alfano e il guardasigilli Andrea Orlando.
Mancavano solo le figlie di Borsellino, Fiammetta e Lucia. Quest'ultima ha deciso di non partecipare alla cerimonia dopo le sue dimissioni da assessore e il caso delle intercettazioni di Matteo Tutino che hanno coinvolto il governatore Rosario Crocetta, altro grande assente.
LA STORIA DI LUCIA RICORDA MIO PADRE. «Da oltre un anno mia sorella Lucia era consapevole del clima di ostilità e delle offese subite solo per adempiere il suo dovere, in corsi e ricorsi drammatici che ricordano la storia di mio padre», ha detto Manfredi.
«Lucia ha portato una croce. Si è trovata a operare alla guida di uno dei rami più delicati della Regione, mia sorella Lucia ha portato la croce e tante persone possono venire a testimoniarlo».
Ha poi detto tra le lacrime. «Lucia è rimasta assessore fino al 30 giugno perché ama a dismisura il suo lavoro, voleva davvero una sanità libera e felice», ha sottolineato, «è rimasta per amore di giustizia, poi non ce l'ha fatta più non so con quale forza ha tollerato. Per amore della giustizia, per suo padre, per potere spalancare agli inquirenti le porte della sanità dove si annidano mafia e malaffare».
IL SILENZIO SORDO DELLE ISTITUZIONI. Ed è sulle dimissioni che Manfredi si è soffermato per una triste constatazione: «La lettera di dimissioni con cui mia sorella Lucia ha lasciato l'assessorato ha prodotto il silenzio sordo delle istituzioni, soprattutto regionali. Ma quella lettera dice tutto e andrebbe riletta».
Una difesa quella della sorella che Manfredi ha spiegato ancora una volta: «Intervengo perché non credevo che la figlia prediletta di mio padre, quella con cui lui viveva in simbiosi, avrebbe dovuto vivere un calvario simile a quello di suo padre nella stessa terra che ha poi elevato lui a eroe».

Manfredi: «Dovrei andare via ma ho il dovere di rimanere qui»

Sulla telefonata di Tutino, Manfredi ha detto: «Non posso entrare, per le mansioni che ricopro nel merito delle indiscrezioni giornalistiche di questi giorni», ha spiegato, «che indipendentemente dalle verifiche che verranno fatte sull'attendibilità di determinate circostanze, avranno turbato tutte le persone presenti in quest'aula, ma vi assicuro che non hanno turbato l'interessata, mia sorella Lucia per una semplice ragione: perché da oltre un anno, l'ho vissuto da fratello, era consapevole del clima di ostilità in cui operava, delle offese che le venivano rivolte per adempiere nient'altro che il suo dovere, purtroppo sono corsi e ricorsi storici drammatici».
Un dovere, che anche Manfredi è determinato ad adempiere: «Oggi, io dovrei chiederle di essere destinato altrove, lontano da questa terra», ha continuato commosso rivolgendosi al prefetto Alessandro Pansa, «ma non solo non lo chiedo, ribadisco con forza che ho il dovere di rimanere qui: lo devo a mio padre ma ora più che mai lo devo soprattutto a mia sorella Lucia».
Alla fine del suo intervento Manfredi ha ricevuto un lungo abbraccio del presidente della Repubblica, visibilmente commosso.
Mattarella non ha fatto nessun discorso, ma dopo aver abbracciato Manfredi è andato sul luogo della strage, dove ha incontrato in forma privata Rita Borsellino, la sorella del giudice.
RITA BORSELLINO DIFENDE I NIPOTI. «Non posso che abbracciare forte Manfredi e Lucia e dire che dimostrano la stessa forza, la stessa coerenza che ha avuto il loro padre. Non potrebbe essere diversamente. Le parole di Manfredi sono state molto pesanti. Sono felice di sentire che abbia trovato la forza di esprimersi così liberamente», ha detto Rita Borsellino, che sulla decisione della nipote Lucia di uscire dalla giunta Crocetta ha commentato: «La scelta che ha fatto Lucia di continuare nonostante la situazione stesse degenerando, sentendosi addosso anche la responsabilità di cose che non le appartenevano è una scelta d'amore, come fu quella di Paolo di continuare. Amore per questa terra che forse non lo meriterebbe. Non possiamo che dirle grazie».
Al presidente Crocetta invece non dedica molte parole: «Questo non è il momento nè il luogo per fare commenti politici. Io ho fatto commenti etici. E dico che il presidente Crocetta deve guardarsi dentro e capire cosa è giusto fare».
Sul caso non hanno invece voluto dire nulla i due ministri. Il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha solo commentato le parole di Manfredi: «Solo ragioni di prudenza istituzionale mi trattengono dal pronunciare espressioni di consenso per quel che ha detto Manfredi Borsellino». Ha poi definito la vita e la morte di Borsellino «un pezzo fondamentale per la nostra democrazia», e ha ricordato «gli strumenti legislativi adottati nella lotta alla mafia come le aggressioni ai patrimoni dei boss e il carcere duro». Gli ha fatto eco il ministro della Giustizia, Andrea Orlando: «La mafia può essere sconfitta. Non ci sono collusioni o zone grigie che possono essere tollerate». Più che un imperativo, un auspicio. L'ennesimo.

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