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BAVAGLIO 22 Luglio Lug 2015 2148 22 luglio 2015

Da Gezi Park a Suruc, la guerra di Erdogan contro i social network

Twitter censurato dopo la strage. Ma non è la prima volta. Le tappe della crociata del 'sultano' di Ankara contro il web.

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Recep Tayyip Erdogan.

Recep Tayyip Erdoğan torna a mettere il bavaglio all'uccellino del web.
Il tribunale di Suruc (Sud Est della Turchia) ha vietato la pubblicazione su Twitter di foto e video collegati all'attentato che 20 luglio ha ucciso 32 persone nella cittadina sul confine con la Siria.
Scaduto il termine di 4 ore stabilito per l'oscuramento delle 107 immagini il social network è stato quindi bloccato fino all'eliminazione di tutto il contenuto collegato alla strage.
Una misura che ha sollevato la protesta del web: in poco tempo l'hastag #suructakatliamvar, super-cliccato in seguito alla carneficina, ha lasciato spazio a quello #TwitterBlockinTurkey.
E l'indignazione è diventata trending topic tra gli utenti di tutto il mondo.
BATTAGLIA AI SOCIAL INZIATA COI MANIFESTANTI DI GEZI PARK. Dal resto il sultano di Ankara non ha fatto mai mistero del suo odio verso i social network tanto che durante la grande rivolta di Gezi Park aveva definito Twitter, usato dai giovani ribelli turchi per informarsi e organizzarsi, «una minaccia per la società».
Anche l'apertura a sorpresa di un suo profilo twitter più che un gesto di apertura verso gli umori della Rete è stato letto dai critici più come un'inversione della strategia comunicativa in vista di quelle elezioni politiche poi rivelatesi rovinose per il suo partito. Una mossa che comunque non ha evitato all'Akp la perdita, per la prima volta dal 2002, della maggioranza assoluta in parlamento.
La censura sulla rete in Turchia è una storia che si ripete. Il blocco dei social media richiama l’analoga misura presa durante le manifestazioni di protesta del 2013, duramente represse dalle forze dell’ordine, e poi applicata di nuovo nel marzo 2014 per contrastare la diffusione delle denunce di corruzione contro il governo islamico-conservatore di Erdogan.
FACEBOOK E YOUTUBE BLOCCATI PER LA TANGENTOPOLI TURCA. Durante la campagna per le amministrative del 2014 Erdogan aveva usato toni incandescenti contro Facebook e Youtube, «amplificatori» alla tangentopoli turca con la diffusione di intercettazioni che hanno coinvolto l'entourage più stretto del primo ministro - figlio compreso - nello scandalo finito sotto la lente di quei giudici che comunque erano stati rimossi nelle settimane precedenti.
Il successivo oscuramento scatenò una valanga di polemiche interne ma anche internazionali, con prese di posizione anche degli alleati della Nato e delle organizzazioni a difesa dei diritti umani che non avevano tardato a segnalare il caso come un «intralcio al già complicato percorso di avvicinamento della Turchia all’Ue».
Il divieto di Erdogan era stato poi sconfessato dalla Corte Costituzionale di Ankara che, il 3 aprile 2014, ha stabilito che lo stop ai social rappresentava una violazione del diritto alla libertà di espressione e ha imposto la rimozione del divieto.
Per tutta risposta Erdogan passò ad accusare Twitter di evasione fiscale.
IL GIUDICE IN MANO AI TERRORISTI E IL NUOVO BLOCCO. La crociata anti-social del governo turco riprese vigore dell'aprile del 2015 in seguito della pubblicazione sul web delle foto del procuratore Mehmet Selim Kiraz, in mano agli estremisti del Dhkp-C, poi ucciso nel blitz delle teste di cuoio turche. Secondo la cui versione ufficiale un tribunale, che ricevuto numerose lettere di denuncia da parte dei cittadini, ha inoltrato richiesta a Google per eliminare dal web le immagini del procuratore minacciato con una pistola alla tempia dai «brigatisti» turchi.
Il portavoce della presidenza, Ibrahim Kalin, aveva giustificato la scelta della procura del blocco ai siti dei social media perché alcune testate hanno agito «come se stessero facendo propaganda al terrorismo».

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