SIMBOLISMO 26 Luglio Lug 2015 0900 26 luglio 2015

Mafia, codici e riti di affiliazione tra mito e realtà

Cenni a Garibaldi, Mazzini e La Marmora. La leggenda dei tre cavalieri spagnoli. Sangue che sgorga, pugnali e baci: come si entra nelle organizzazioni criminali.

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Si chiama “punciuta”.
Serve a far uscire alcune gocce di sangue che devono ricadere su un santino da incendiare. Con la promessa che le proprie carni bruceranno come quelle fiamme in caso di tradimento.
È una delle parti finali dei giuramenti per il ‘battesimo’ mafioso che segna l’ingresso di un nuovo appartenente alla onorata società.
Il rituale ha un’importanza fondamentale, un’unica impronta, elementi e terminologie ricorrenti nel tempo e nello spazio.
CENNI A GARIBALDI. Il ‘buon vespero’ apre tutti i summit finora conosciuti; e i riferimenti espliciti a Garibaldi, Mazzini e La Marmora sono addirittura documentati nelle intercettazioni dei carabinieri del Ros poi rese pubbliche il 18 novembre 2014 in occasione di un maxi blitz contro la ‘ndrangheta al Nord.
«Buon vespero e santa sera ai santisti! Giustappunto questa santa sera nel silenzio della notte e sotto la luce delle stelle e lo splendore della luna formo la santa catena! Nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, con parole d’umiltà, formo la santa società!»
«GIURO, RINNEGO TUTTO». E ancora: «Dite assieme a me: “Giuro di rinnegare tutto fino alla settima generazione... tutta la società criminale da me fino a oggi riconosciuta per salvaguardare l’onore dei miei saggi fratelli! In nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, passo la mia votazione sul conto di...».
Infine: «Se prima lo conoscevo come un saggio fratello fatto e non fidelizzato, da questo momento lo conosco per un mio saggio fratello! Sotto la luce delle stelle e lo splendore della una, sformo la santa catena! Nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, con parole di umiltà, è sformata la santa società!».
RITI SPESSO SOTTOVALUATI. Enzo Ciconte, docente di Storia della criminalità organizzata all’Università di Roma Tre, spiega che «il rituale di affiliazione serve a nobilitare l’appartenenza a un gruppo criminale. I riti vengono relegati spesso a un aspetto folcloristico e per questo sottovalutati. Rappresentano, invece, l’elemento cruciale secondo cui devono passare tutti gli affiliati. Nel linguaggio mafioso, determinano chi ha potere di vita o di morte e non c’è possibilità di tornare indietro».

Osso, Mastrosso e Carcagnosso: leggenda per nobilitare la mafia

I codici utilizzati nelle affiliazioni sono stati analizzati da diversi autori nel corso degli anni.
Fonti accreditate datano nel 1888 la prima formula ritrovata e la collocano in Calabria, a Nicastro, uno dei tre comuni che formano l’attuale Lamezia Terme, dove ogni anno si svolge Trame, il festival dei libri sulle mafie.
C’è però una leggenda, quella che ‘nobilita’ la mafia, che risale addirittura agli inizi del XV secolo.
Tre cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso, lavata con il sangue l’onta subita da una loro sorella, scapparono nell’isola di Favignana e per scampare al carcere privo anche dell’aria, si rifugiarono nelle cave di tufo.
NUOVE REGOLE SOCIALI. Lì lavorarono per 29 anni, 11 mesi e 29 giorni alle regole sociali che avrebbero esportato in Sicilia, Calabria e Campania mutuandole probabilmente da quelle della Garduña, l’associazione cavalleresca fondata a Toledo nel 1412.
E nonostante l’isola di Favignana faccia parte dell’arcipelago delle Egadi, in Sicilia, il racconto dei tre cavalieri colloca la camorra all’origine delle mafie.
«La camorra risiede nell’isola della Favignana in una tomba larga, segreta e profonda».
LA CAMORRA È L'ORIGINE. Le mafie derivano dalla camorra anche dal punto di vista storico-documentaristico, ma con una data e in un luogo diversi.
Sarebbero un fenomeno nato a Napoli nelle carceri borboniche su imitazione dei comportamenti massonici.
Si concretizzava in una sorta di estorsioni fra galeotti per la gestione del posto letto o dei posti a sedere all’interno delle celle.
RICAMBIO INFINITO DI BOSS. Isaia Sales, docente di criminalità organizzata presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, lo dice chiaramente: «La camorra è l’unica organizzazione disorganizzata. Questa impostazione di gruppi anarchici slegati gli uni agli altri non è mutata fino a oggi e si spiega così anche l’alto livello di litigiosità al suo interno. Il frastagliamento sul territorio, anziché indebolire la struttura, la rende ancora più forte. Quando viene sgominata una banda ce n’è subito un’altra pronta a prendere il posto. È la struttura con il più alto rimpiazzo dei boss: un esercito delinquenziale con un ricambio infinito».

L'usanza del sangue che sgorga è comune a tutti

Se la camorra si caratterizza per l’alta litigiosità al suo interno, per la sua imprevedibilità e per il ricorso alla violenza in maniera disinvolta e frequente, dal punto di vista del rituale di affiliazione non sembrano esserci grandi differenze con Cosa nostra e ‘ndrangheta.
Anche in questo caso esiste una ‘pungitura’ per far sgorgare il sangue del nuovo affiliato.
«ABBANDONARLA MAI». Anzi. I tre cavalieri spagnoli che, sempre secondo la mitologia mafiosa, simboleggiano Gesù Cristo, San Michele Arcangelo (patrono anche della polizia di Stato) e San Pietro su un cavallo bianco a guardia della posta della società, promettono che «la camorra in mano mia è come l’ostia consacrata in mano del sacerdote che a morire sì, ma abbandonarla mai».
PUGNALE DI OMERTÀ. E a loro si deve anche la formalizzazione del rituale, matrice di tutte le successive varianti: «Giuro su questo pugnale d’omertà con la punta bagnata di sangue e davanti l’onorata società di essere fedele ai miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e di adempiere tutti i miei doveri e, se necessario, anche col sangue».
Il giuramento era sugellato da una stretta di mano e dal bacio da dare al capo della società.
IL FAMOSO BACIO. Il bacio è sicuramente il gesto rituale che gli italiani hanno ben presente e che identificano maggiormente con l’affiliazione in Cosa nostra; così come hanno compreso l’importanza della pungitura come simbolo di riconoscimento della mafia siciliana dallo sconvolgimento del giudice Paolo Borsellino quando, secondo il racconto della moglie Agnese, gli dissero che l’allora generale Subranni era ‘punciutu’.

Giovani illetterati che sognano di elevarsi

Fermo restando i fondamentali del rito di affiliazione (la pungitura, il santino da bruciare, il giuramento, la disposizione degli uomini d’onore a ferro di cavallo) comuni alle mafie, si sono verificate nel corso degli anni un’infinità di piccole varianti.
Enzo Ciconte ne analizza alcune nel suo libro Riti criminali. I codici di affiliazione alla ‘ndrangheta.
FANTASIA STIMOLATA. «Il simbolismo durante il rito di affiliazione», scrive Ciconte, «era fatto apposta per incendiare la fantasia di giovani illetterati provenienti dalle classi sociali più umili che sognavano di elevarsi, essere riconosciuti e rispettati».
Anche Ciconte fa risalire la strutturazione dei codici, dal punto di vista storico-documentaristico, almeno agli ultimi decenni dell’Ottocento e conferma la teoria che siano effetto dei rapporti stretti nelle carceri fra massoni e altri detenuti.
AFFILIAZIONE AL TRAMONTO. Non si conosce, invece, quale sia l’origine delle varianti delle affiliazioni e se c’è qualcuno che le ‘autorizzi’.
Per esempio non si sa né come né perché uno dei riti ‘ndranghetisti preveda che «l’affiliazione debba essere fatta l’ultimo sabato del mese al tramonto, se possibile fra le 17 e le 18».
Ma se le mafie si evolvono sempre di più, si arricchiscono di persone laureate, si occupano di finanza e bandi pubblici, come è possibile che questi rituali arcaici sopravvivano ancora?
SENSO DI APPARTENENZA. La risposta la fornisce, ancora una volta, Enzo Ciconte: «Quella di Osso, Mastrosso e Carcagnosso è una favola inventata che è diventata vera a furia di ripeterla ossessivamente. I codici forniscono un senso di appartenenza e un’idea di comunità per uomini che per emergere e sopraffare il prossimo con la violenza hanno avuto bisogno di un’ideologia e una cultura che ne giustificassero le azioni».

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