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DIASPORA 2 Agosto Ago 2015 1800 02 agosto 2015

Palestinesi di Siria, profughi senza alcun diritto

Niente cittadinanza di Damasco. Né passaporto. E l'Occidente chiude le porte. Storia di un popolo che non può essere aiutato. E fugge da Siria, Libano e Yemen.

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da Beirut

Palestinesi in fuga dal campo profughi di Yarmuk.

Dall’inizio della guerra civile in Siria decine di migliaia di palestinesi hanno abbandonato il Paese.
La loro posizione negli Stati dove arrivano è drammatica e giuridicamente complessa.
Non sono siriani: Damasco non ha mai concesso la cittadinanza ai palestinesi per usare il loro diritto al ritorno come arma politica nei confronti di Israele.
Per questo non possono essere riconosciuti come profughi.
VISTO TURISTICO. In Libano, per esempio, all’inizio della crisi erano obbligati a entrare con un visto turistico per 15 giorni al costo di 10 dollari.
Non possono nemmeno essere aiutati e accolti dall'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), ma devono contare solo sulle scarse risorse a disposizione dell’Agenzia Onu per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (Unrwa).
NIENTE PASSAPORTO. Infine, non hanno la possibilità di lasciare legalmente il Paese che li ha accolti perché non hanno un passaporto, ma al massimo un documento di viaggio rilasciato dalle autorità siriane.

Un popolo senza patria da quattro generazioni

Libano, una profuga palestinese fuggita dalla guerra in Siria.

Anche la tragedia dei palestinesi di Siria è fatta del dramma di tanti individui.
George è un sociologo siriano palestinese, ma oggi è solo un rifugiato bloccato con la famiglia nello Yemen in guerra, dove lavorava per una Organizzazione non governativa italiana.
DIASPORA LUNGA 67 ANNI. La sua storia quella di un popolo, i palestinesi della diaspora, che da 67 anni non ha una patria.
I suoi genitori erano fuggiti dalla Palestina nel 1948, la Siria li aveva accolti nell’attesa del rientro nelle loro terre.
«Mio padre non mi ha lasciato molte cose», racconta George al telefono, «qualche anno fa mi chiese, però, di conservare le chiavi della casa che aveva lasciato a Nablus, in Palestina. Era certo che io o i suoi nipoti saremmo potuti tornare a casa nostra».
CONVINTI DI TORNARE. Quando i palestinesi, alla proclamazione dello Stato di Israele, fuggirono o furono scacciati dalle loro terre, molti portarono con loro le chiavi di casa, convinti di poter ritornare presto.
Agli oltre 700 mila palestinesi costretti ad andarsene dai loro villaggi è stato sempre negato il diritto al ritorno.
Così rimasero a vivere nei campi profughi dei Paesi confinanti o in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
L’Unrwa li definisce «persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina tra il giugno 1946 e il maggio 1948, che hanno perso tanto le loro abitazioni quanto i loro mezzi di sussistenza come risultato della guerra arabo-israeliana del 1948».
I RIFUGIATI PIÙ NUMEROSI. Questa definizione è stata poi estesa anche ai discendenti di quei profughi.
Oggi sono più di sette milioni, e rappresentano il più grande gruppo di rifugiati al mondo.
Il loro diritto di tornare alle proprie case, e di ricevere un indennizzo per i danni causati a queste, è sancito dalla risoluzione 194, approvata dalle Nazioni unite l’11 dicembre 1948.

Le spaccature non aiutano i palestinesi: divisi tra Assad e l'opposizione

Libano, un campo profughi palestinesi fuggiti dalla Siria.

Da quattro generazioni i palestinesi della Nakba (catastrofe in arabo) si tramandano le chiavi, nella speranza di poter ritrovare un giorno la propria casa.
Oggi anche la casa di George alla periferia di Damasco è un cumulo di macerie.
Negli ultimi anni aveva iniziato a lavorare con alcune Ong internazionali.
TRASFERITO IN YEMEN. Quando la Siria cominciò a destabilizzarsi aveva scelto di trasferirsi in Yemen per lavorare con un’associazione italiana.
«Per noi palestinesi la situazione è davvero brutta là. Non abbiamo cittadinanza, legalmente per la comunità internazionale siamo solo dei rifugiati. Poi paghiamo il prezzo delle nostre divisioni, alcuni gruppi palestinesi si sono schierati con il presidente Assad e altri con l’opposizione».
«SITUAZIONE TREMENDA». La guerra civile ora è arrivata anche in Yemen.
«La situazione è tremenda. Non posso andare da nessuna parte se non cercare di tornare in Siria dove ormai non ho più nulla. Qui sono in pericolo, per i ribelli Hnbouthi sono un palestinese, quindi sunnita e nemico. Per i qaedisti che imperversano nel Paese sono un venduto che ha lavorato con i nemici occidentali».

L’Occidente chiude le porte: soluzione lontana

Siria, l'insediamento palestinese di Yarmouk distrutto dai bombardamenti di Assad.

Per la famiglia di George è iniziata una nuova diaspora.
Il figlio maggiore, prima dell’inizio degli scontri in Yemen, era riuscito ad arrivare in Turchia e da lì a imbarcarsi su una delle tante navi di disperati.
«TRATTATI DA CRIMINALI». «Per telefono mi ha detto che in Italia lo avete trattato come un criminale, gli avete preso le impronte digitali. È arrivato in Svezia, ma lo hanno rifiutato e ora da mesi è in Germania ad aspettare il riconoscimento di rifugiato».
George per cercare di lasciare il Paese con il resto della famiglia si è rivolto all’Unhcr.
SCARICATO DALL'ITALIA. «Mi hanno detto che la mia situazione è complessa. I miei documenti non mi permettono di viaggiare e in Yemen tutte le ambasciate occidentali sono chiuse e non posso chiedere asilo. Poi l’Ong italiana per cui lavoravo ha fatto rientrare tutti gli espatriati e a me ha chiesto di firmare una lettera per sollevarla da ogni responsabilità nei miei confronti».
FUTURO SENZA CERTEZZE. Non può tornare in Siria dove, come già suo padre in Palestina, ha perso tutto.
Non può restare in Yemen, dove rischia la vita solo perché palestinese.
E non può andare in Occidente perché non è un rifugiato siriano.
«All’Unhcr mi hanno detto che stanno cercando una soluzione il più rapida possibile. Temo che sarà la stessa storia del mio popolo, per cui si cerca una soluzione da 67 anni».

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