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CRIMINALITÀ 3 Agosto Ago 2015 1904 03 agosto 2015

Messina Denaro, la lotta per il potere dietro il blitz

In manette 11 uomini di Messina Denaro. Il boss che tiene le fila di Cosa Nostra. Ingroia a L43: «Alla mafia palermitana non piace, vogliono un nuovo leader».

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I suoi uomini vengono arrestati, giudicati e lui resta invisibile. Da 22 anni.
E potrebbe essere ovunque il super latitante Matteo Messina Denaro, uno degli uomini più ricercati al mondo.
Protetto dalla mafia trapanese, quella che in 30 anni - rispetto alle cosche delle altre province siciliane - ha subìto meno colpi, ha contato meno pentiti e sui cui omicidi restano più zone d’ombra.
Questa è una delle ragioni per cui Messina Denaro è ancora potente. Nonostante tutto. Ne è convinto Antonio Ingroia, l’ex procuratore aggiunto di Palermo che ha istruito il processo sulla trattativa Stato-mafia.
ARRESTATI 11 FEDELISSIMI. La polizia, coordinata dalla procura distrettuale antimafia di Palermo, ha arrestato 11 fedelissimi con un ruoli chiave nelle cosche di Trapani. Comunicavano con lui con i “pizzini”, come facevano gli uomini di Bernardo Provenzano.
Il 13 dicembre 2013 furono arrestati 30 fiancheggiatori del boss nell'ambito dell'operazione “Eden”, sempre nella provincia di Trapani. Il cerchio si stringe ancora, eppure - nonostante gli identikit - è difficile immaginare come sia oggi “U siccu” (il magro): è passato troppo tempo dall’estate del 1993.
UN BOSS INAFFERRABILE. Mentre la mafia seminava terrore piazzando dinamite, il boss andò in vacanza a Forte dei Marmi. E iniziò la sua latitanza.
Il pentito Vincenzo Sinacori ha dichiarato che nel 1994 il boss si recò in una clinica oculistica di Barcellona, in Spagna, per curare una forte forma di strabismo e nel 2004 il Sisde tentò di catturarlo attraverso Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano già inquisito per associazione mafiosa. Non c’è stato nulla da fare.

Ingroia: «Messina Denaro ha il controllo sulla nuova generazione mafiosa»

«Sicuramente Matteo Messina Denaro è molto potente», dichiara Ingroia a Lettera43.it, «perché oggi Cosa Nostra ha perso molti pezzi della sua struttura originaria e della sua potenza militare e lui è il superstite di una tragica tradizione. Messina Denaro è tra i responsabili di quella struttura e della stagione più potente e terribile di Cosa Nostra, quella del ’92-’93. Ma ha anche il controllo sulla generazione successiva a quella dei capi storici, dimostrando una grande capacità di tenuta della rete mafiosa sul territorio, soprattutto a Trapani, da sempre poco permeabile».
CHIESTI 10 ANNI IN APPELLO. L’ultima notizia è arrivata pochi giorni fa: il procuratore generale di Palermo Luigi Patronaggio ha chiesto la condanna a 10 anni al padrino di Castelvetrano accusato di associazione mafiosa. Il processo si celebra in appello e nasce dall’inchiesta “Golem 2” sulla rete dei colonnelli e dei gregari del boss, che sono alla sbarra anche per averlo aiutato durante la latitanza.
In primo grado era stato riconosciuto a Messina Denaro il ruolo di capo dei clan di Trapani e Palermo. Il tribunale gli aveva dato 10 anni per la partecipazione all'associazione mafiosa dal 2008 al 2009, mentre per il periodo precedente a carico del boss pesava una condanna passata in giudicato a 20 anni.
TRAPANI, ROCCAFORTE DI COSA NOSTRA. Rispetto allo tsunami del pentitismo, negli anni in cui pezzi significativi di Cosa Nostra “tradivano”, erano pochi i collaboratori di giustizia di Trapani. Non solo.
«Borsellino», ricorda Ingroia, «mi diceva sempre che Trapani era una delle roccaforti da cui è nata Cosa Nostra, con un intreccio molto stretto tra mafia e massoneria. Un connubio da cui discendono poi i rapporti tra mafia e politica, mafia ed economia. Non è un caso se proprio quella provincia è stata teatro di numerosi delitti rimasti tuttora insoluti o su cui comunque restano molti punti interrogativi».
Ne è un esempio l’omicidio di Mauro Rostagno, sociologo, giornalista e leader di Lotta continua.
GONDOLA INDAGATO GIÀ NELL'89. «E parlando dell’ultima operazione», continua Ingroia, «mi colpisce che nell’indagine sia coinvolto come intermediario il vecchio capo mafia Vito Gondola. Lo ricordo perché nel 1989 avevo iniziato la mia carriera di pm a Marsala e lui era tra i principali indagati nell’inchiesta portata avanti da Paolo Borsellino. Ne è passato di tempo e Gondola è la dimostrazione che Trapani sia passata quasi indenne attraverso trenta anni di guerra».

La lotta per il potere: «Per i Palermitani un leader Trapanese è intollerabile»

«La mafia usa la politica, là dove le serve per fare affari», commenta Ingroia, «anche perché ha bisogno di fare cassa».
Si va dai supermercati, ai negozi di abbigliamento, fino ai parchi eolici.
Tanto potere a chi potrebbe dare fastidio?
RIINA RESTA IL CAPO, SULLA CARTA. «Complicato dirlo con certezza, ma di massima i Palermitani difficilmente possono tollerare che l’organizzazione mafiosa sia guidata da un Trapanese», spiega l'ex pm. «Al massimo, il capo dei casi potrebbe essere un Corleonese, qualcuno della stessa provincia. Quindi si può immaginare la volontà di costruire una nuova leadership da contrapporre a quella di Messina Denaro. Perché anche se storicamente il capo non è mai stato rinnovato e resta Totò Riina, di fatto il super latitante tiene le fila delle operazioni».
«LA MAFIA HA PECCATO DI AMBIZIONE». Al di là delle differenze tra le cosche delle varie province siciliane, è un dato di fatto che - sicuramente sul lato economico - la mafia siciliana si è indebolita rispetto a camorra e ‘ndrangheta. «L’errore è stato un eccesso di ambizione», continua Ingroia, «che li ha portati a voltare le spalle al consenso popolare durante le stagioni delle stragi».
Dopo l’arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole a continuare con la strategia degli attentati. «La mafia siciliana ha ingaggiato un confronto troppo ambizioso con lo Stato», spiega l’ex pm, «pretendendo di avviare quella trattativa che oggi è oggetto di un processo. Trattando da pari a pari ha comunque permesso allo Stato di lavorare “sottobanco” per indebolire il suo interlocutore».
GLI AFFARI PRIMA DI TUTTO. Il tutto «mentre camorra e, soprattutto, ‘ndrangheta facevano affari d’oro e diventavano sempre più forti. Non è un caso se all’epoca del “muro a muro” contro lo Stato Cosa Nostra cercò di avere l’appoggio di ‘ndrangheta e camorra. Che glielo negarono». Gli affari sono affari.

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