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SPIRITO ASPRO 18 Agosto Ago 2015 1044 18 agosto 2015

Se la Giustizia si benda per celare le lacrime

Il dilemma su Martina Levato e il suo bimbo: separati da una legge crudele ma necessaria.

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Alexander Boettcher e Martina Levato.

Diciamolo subito: Martina Levato è un personaggio agghiacciante e ha detto e fatto cose terribili di cui pare non si sia pentita. Ma una che considera i suoi ex «esperienze corporee negative da cui liberarsi» (perifrasi ardita anche per Nichi Vendola). e se ne libera a colpi di vetriolo, evidentemente non ci sta tutta con la testa. Esattamente come il suo compagno, il figone narcisista psicopatico con l’addome a tartaruga e il cervello a colabrodo che ha fatto di Martina la sua amante, complice e docile strumento.
Ma la pragmatica Madre Natura sa che, se la facoltà riproduttiva dipendesse da un perfetto equilibrio mentale, la specie umana si sarebbe estinta da secoli, ed è per questo che siamo qui a parlare della sorte dell’unica cosa incontrovertibilmente bella realizzata da quella coppia di pericolosi scocomerati: un bambino.
LA ROTTURA DI UN LEGAME PROFONDO. Che non è una cosa, beninteso, ma una piccola persona cui bisogna garantire amore, protezione e sicurezza. Quante di queste cose, e in che misura, sono in grado di garantirgli in questo momento i suoi genitori biologici? Nessuna, secondo i giudici.
Ed è per questo che il piccolo è stato tolto alla madre in sala parto, praticamente dopo il taglio del cordone ombelicale, negando all’una e all’altro il momento (pur avendolo vissuto personalmente quattro volte non riesco a trovare aggettivi sufficienti per descriverlo) del primo sguardo, del primo abbraccio, quel punto di non-ritorno esistenziale in cui una donna capisce che nulla sarà mai più come prima.
Se non avete mai partorito è difficile che possiate capire cosa significhi mettere le mani in quegli istanti delicatissimi e decisivi per due esseri umani.
Non sto facendo mistica della maternità, parlo proprio di natura, di fisiologia del parto e del puerperio. Della biochimica che si mette in moto in contemporanea, nella neo-madre e nel bambino, per creare al più presto, attraverso un urgentissimo, animalesco bisogno psicofisico reciproco, il «bonding», il legame dal quale dipende la sussistenza del cucciolo d’uomo, attraverso l’allattamento e il contatto pelle a pelle.
SEPARARE SUBITO, MENO TRAUMATICO PER IL BEBÈ. Ma è proprio distruggendo all’origine il legame con la madre biologica che si rende meno traumatico, se non indolore, l’ingresso del bimbo nella famiglia adottiva. Il giudice non aveva molta scelta, nel sacrosanto interesse del bambino.
Disgraziatamente, Martina Levato non è abbastanza squilibrata da essere diventata un’incubatrice umana senza istinti ed emozioni, da cui si può estrarre un neonato come se fosse una torta. «Sono disperata, mi hanno distrutto», ha detto, e se c’è una cosa in cui posso sentirla sorella è la totale devastazione che io stessa avrei provato se mi avessero impedito di vedere e toccare il bimbo che ho tenuto nove mesi nella pancia, quando tutto il mio corpo e il mio istinto urlano che il posto giusto per lui è sul mio seno.
Da parte sua, il figlio di Martina non ha avuto modo di leggere i giornali e guardare i tiggì tanto da preferire consapevolmente la nursery del Mangiagalli all’abbraccio di quella sciagurata di sua madre.
La maternità è una cosa maledettamente delicata e complicata, e inquadrare nella legge gli istinti e i sentimenti, la carne e il sangue, è più difficile che far quadrare il cerchio. La vicenda Levato dimostra che a volte per assicurare il benessere di un bimbo la legge è obbligata a infliggere alla madre una pena accessoria, se non una forma di tortura fisica e psicologica, che potrebbe rendere più difficile il recupero.
Il dilemma è crudele e, per ora, pare insolubile anche ai giuristi più sensibili.
In casi come questi la Giustizia ha la benda sugli occhi per nascondere le lacrime.

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