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GIORNALISMO 21 Agosto Ago 2015 2252 21 agosto 2015

Al Jazeera ha deciso di non usare più la parola migranti

La scelta della tivù: «Non saremo complici di governi e velato razzismo». 

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«L'emittente al Jazeera ha deciso di non usare più la parola migranti. Con un articolo firmato da Milos Bicanski l'edizione inglese della tivù panaraba ha spiegato perché ritiene il termine migranti un ombrello non più «adeguato allo scopo di descrivere l'orrore che si dispiega nel Mediterraneo». Una parola in qualche modo logorata dall'uso che ne fanno i giornalisti e i governi, consumata dal dibattito pubblico ma anche imprecisa.
LE PAROLE LOGORATE DEI MEDIA. «Immaginate di svegliare i vostri figli al mattino (...)», scrive Bicanski, «di tirare i capelli di una bambina in una coda di cavallo, di discutere con un bambino su quale paio di scarpe vuole indossare. Ora immaginate di sapere che più tardi cingerete i loro corpi vulnerabili in giubbotti di salvataggio e li porterete con voi su un gommone, attraverso acque che hanno reclamato molti altri che hanno fatto lo stesso. Pensate alla storia che dovreste raccontare per rassicurarli. Pensate di dover renderla divertente. Come vi sentireste se questa esperienza - la vostra convulsa fuga dalla guerra - fosse diminuita da media che crudelmente etichettassero voi e la vostra famiglia come migranti?».
'MIGRANTE', ETICHETTA CHE DISUMANIZZA. Secondo al Jazeera la parola migrante si è trasformata in uno strumento che «disumanizza, distanzia». Non sono centinaia di persone che annegano quando una barca affonda nel Mediterraneo, né centinaia di rifugiati. Si tratta di centinaia di migranti. Non è una persona - come te, piena di pensieri, di storia, di speranze (...) Si tratta di un migrante. Un fastidio». Le morti dei migranti, spiega l'emittente, valgono meno di quelle degli altri: «Sono numeri». E ancora: «Quando nei media applichiamo una terminologia riduttiva nei confronti delle persone, aiutiamo a creare un ambiente in cui un ministro degli esteri britannico può parlare di 'migranti predoni', e in cui l'intolleranza e il razzismo appena velato possono inasprirsi».
SONO RIFUGIATI E NON SOLO IN UE. E la riflessione sul ruolo del giornalismo prosegue: «Diventiamo gli aiutanti di governi che hanno interesse a non chiamare coloro che annegano nel Mediterraneo per quello che sono: rifugiati. Diamo peso a coloro che vogliono vedere solo migranti economici».
A questo punto al Jazeera mette in fila i dati: «Secondo le Nazioni Unite, la stragrande maggioranza di queste persone fugge dalla guerra». Soprattutto dalla Siria. E poi da Afghanistan, Iraq, Libia, Eritrea e Somalia. Tutti luoghi, per cui viene riconosciuto lo status di richiedente asilo. E non solo in Europa. Anzi.
La Turchia ospita 1,8 milioni di profughi siriani, ricorda Bicanski a nome della sua emittente. In Libano ce ne sono più di un milione. Insomma, non c'è una «crisi di migranti nel Mediterraneo».
SERVE UNA CONVERSAZIONE ONESTA. «Non ci sono risposte facili e l'accoglienza ai profughi è una sfida difficile per qualsiasi paese, ma, per trovare soluzioni, occorre una conversazione onesta», è il ragionamento. E la conversazione dipende dalla cornice costruita dai media, una cornice fatta di linguaggio, di parole. Che devono essere precise.
Per questo movito, il direttore di Al Jazeera English, Salah Negm, è annunciato nell'articolo, «ha deciso che non useremo più la parola migrante in questo contesto. Useremo invece, dove appropriata, la parola rifugiato».

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