INTERVISTA 21 Agosto Ago 2015 1918 21 agosto 2015

Otello Lupacchini: «A Roma la mafia è metastasi»

Carrozza, petali, canti per il boss. «Simboli di potenza, in una zona edificata dalla malavita». Che oggi «è più pericolosa, coopta e crea consenso». Lupacchini a L43.

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Una carrozza nera, la stessa usata per l'ultimo saluto al principe Antonio De Curtis (guarda la gallery). Un elicottero che lancia petali di rosa. I manifesti, appesi sul muro della chiesa, che salutano il re di Roma, quello che si è preso la città e ora va a prendersi il Paradiso. La colonna sonora del Padrino ad accompagnare l'ultimo viaggio di Vittorio Casamonica, patriarca di uno dei clan malavitosi più potenti di Roma.
Lo spettacolo andato in scena il 20 agosto nel quartiere Tuscolano è impressionante e non poteva che suscitare aspre polemiche.
«FUNERALE PIENO DI SIMBOLI DI POTENZA». Una cerimonia tanto simile a quelle della mafia siciliana, con una scenografia degna dell'epoca d'oro di Cinecittà, nel cuore della Capitale d'Italia.
Un funerale «pieno di simboli di potenza e prepotenza», come l'ha descritto a Lettera43.it il magistrato Otello Lupacchini, una vita professionale passata a combattere la Banda della Magliana, alle prese da 30 anni con personaggi che riemergono di volta in volta dalle carte delle nuove inchieste come Mafia capitale, infiltrandosi tra i palazzi del potere, per foto di rito coi politici e affari poco limpidi.
«È la certificazione del fatto che a Roma ci sono comportamenti e atteggiamenti che non sfigurano rispetto a quelli che erano una volta gli atteggiamenti tipici della mafia siciliana», continua Lupacchini, «e preoccupa che nessuno si sia accorto di quello che accadeva finché le immagini non sono finite nei telegiornali».

Otello Lupacchini, magistrato ed esperto di criminalità organizzata.

DOMANDA. Una scena così si era già vista in qualche piccolo paese della Sicilia, mai a Roma.
RISPOSTA.
Certo, ma quando un tumore diventa metastasi, le metastasi possiamo trovarle dappertutto. Non sconvolge che una cosa del genere avvenga in un posto o in un altro, ma che possa avvenire ancora una dimostrazione di potenza e di prepotenza del genere da parte di un clan che da 30 anni è sotto la lente della giustizia.
D. Vittorio Casamonica, però, non era ritenuto un soggetto pericoloso da tempo.
R.
Si può anche dire che non ci fossero ragioni particolari per tenerlo sotto controllo, ma preoccupa comunque che si possa organizzare una manifestazione così 'sobria' in una Roma che, anche se ferragostana, è piuttosto incasinata, senza che si percepisca nulla.
D. D'altra parte un elicottero si è alzato in volo, e per farlo doveva avere un'autorizzazione.
R.
E se non l'aveva, come mi sembra sia stato detto, è ancora peggio. Vorrebbe dire che chiunque potrebbe, in qualsiasi momento, farsi un giretto di quel tipo e lanciare, anziché petali di rosa, bombe a mano.
D. Ci sarebbe poco da star tranquilli.
R.
Ho sentito dei ragionamenti abnormi e comunque preoccupanti. Una preoccupazione che nasce dal senso di insicurezza che queste cose danno. Al di là del fatto che costituisca reato o meno organizzare dei funerali con una simbologia tale da dare quest'aria di prepotenza e impunità.
D. Molti hanno obiettato che non si può impedire di celebrare un funerale per un morto.
R.
Come sempre si sposta l'obiettivo dove fa comodo ed è più facile approntare una difesa. Ci mancherebbe non far fare un funerale a chicchessia, ma c'è modo e modo di farelo, e c'è tutta una tradizione mafiosa di funerali di quel tipo e che fino a oggi non aveva mai riguardato Roma.
D. Molti punteranno il dito contro il sindaco Ignazio Marino. Ma le foto coi Casamonica le hanno fatte anche Gianni Alemanno e un ministro della Repubblica.
R.
La caccia al capro espiatorio lascia il tempo che trova. Questo è un clan che da 30 anni entra ed esce dai tribunali, e ci sarà pure un motivo se questo avviene. Da 30 anni, a prescindere da Marino.
D. Il parroco che ha celebrato la messa si è difeso dicendo che non conosceva Vittorio Casamonica. Possibile?
R.
Intanto mi chiederei chi ha costruito il quartiere Tuscolano, in che anni è stata costruita la chiesa di San Giovanni Bosco e che sorte giudiziaria ha avuto il costruttore.
D. Ce lo ricordi lei.
R.
È un quartiere in cui ha avuto un ruolo importantissimo un personaggio come Enrico Nicoletti, che è anche presente all'inizio della carriera criminale del clan Casamonica. Essendo quei terreni dei salesiani, un qualche rapporto con Nicoletti l'avranno avuto.
D. Impossibile ignorare la storia del Tuscolano, per un parroco del Tuscolano.
R.
Un parroco che non conosce i suoi parrocchiani non è una figura esaltante.
D. Anche perché non parliamo di un parroco qualunque.
R.
Tutt'altro. Si tratta di un prete che, se non direttamente, almeno come famiglia, è al centro delle cronache criminali di Roma da un bel po' di tempo.
D. E anche se non l'avesse conosciuto c'erano i manifesti.
R.
Sì, che parlavano di Re di Roma e davano l'immagino di un uomo che aveva comandato in terra e magari voleva andare a comandare nell'aldilà. Indubbiamente è un parroco distratto che evidentemente passa tutta la sua giornata nell'oscurità delle navate vuote della chiesa. Talvolta il silenzio è meglio di tante parole spese per difendersi.
D. Casamonica era davvero il re di Roma?
R.
Questo è un titolo che gli fu dato dalla stampa, da Lirio Abbate, Immagino che lui avesse le sue fonti per fare un'affermazione così importante. Poi i suoi seguaci hanno fatto loro questo appellativo.
D. Forse, più delle scene hollywoodiane che abbiamo visto, a essere inquietanti è quel «era una brava persona» che la gente ripeteva al funerale.
R.
Esatto. La cosa che preoccupa di più nella criminalità organizzata sono il consenso e la penetrazione nel tessuto sociale senza che si incontri nessun limite morale o etico. Sono personaggi indubbiamente di successo. Poi come abbiano conseguito il loro successo è un problema che gli ammiratori non si pongono. Guardano solo ai risultati.
D. Quando è scoppiato lo scandalo di Mafia capitale, molti hanno storto il naso per l'uso di quella parola. Ma a Roma c'è la mafia?
R.
Io ho contestato l'associazione mafiosa alla Banda della Magliana. La contestazione ha retto in tutti i giudizi di merito, in gran parte dei giudizi di Cassazione, sennonché poi, per alcuni personaggi, forse i più importanti dell'organizzazione, è intervenuta una sentenza che ha negato l'associazione. Ma il mio problema non è se Mafia capitale sia caratterizzata o meno dalla mafia.
D. E qual è?
R.
Che non vorrei che subissero una sorte dello stesso tipo e che con la scusa che l'associazione mafiosa diventa associazione semplice, un fenomeno di infiltrazione nei pubblici poteri da parte della criminalità organizzata si riduca a una storia di ladri di polli.
D. Possiamo dire che la criminalità organizzata a Roma ha fatto un salto di qualità?
R.
Più che altro direi che è cambiato il rapporto tra criminalità organizzata e potere inteso come apparati.
D. In che senso?
R.
Una volta erano gli apparati, intesi come servizi più o meno deviati, a signoreggiare la criminalità organizzata per sfruttarla laddove, secondo loro 'a fin di bene', dovevano essere posti in essere atti criminali che non potevano essere posti in essere da rappresentanti delle istituzioni.
D. Per esempio?
R.
Beh, durante la Guerra Fredda si dovevano salvaguardare gli equilibri di Jalta, e si era disposti a tutto per farlo. Il golpe Borghese è uno degli esempi. Ovviamente era una convinzione loro, non mia: io non sono certo un golpista.
D. E adesso non è più così.
R.
Ora il rapporto si è ribaltato e la criminalità organizzata si è posta in una posizione di superiorità rispetto al potere politico.
D. A Roma chi c'è, oltre ai Casamonica?
R.
I Fasciani, i Triassi, altri personaggi che sono ancora operativi ma non si sa fino a che punto criminali anche perché non c'è magari l'interesse a controllarli preventivamente, c'è la criminalità di un tempo sfuggita alla leggi della morte e sopravvissuta alla galera che a un certo punto è riuscita a riciclarsi in nuovi contesti sfruttando le esperienze precedentemente acquisite.
D. La Banda della Magliana forse era più violenta.
R.
Era un periodo diverso. Oggi l'alta criminalità il lavoro sporco l'ha delegato ad altre organizzazioni, spesso di stranieri, e per sé ha tenuto il lavoro tra virgolette pulito. Oggi, più che l'intimidazione, è la corruzione a fare da volano agli affari della malavita.
D. E questo la rende più o meno pericolosa?
R.
Forse è meno percepita a un livello grossolano, ma a un'analisi più raffinata è molto più pericolosa oggi perché riesce più facilmente a mimetizzarsi nelle pieghe di un sistema corto di memoria e propenso al perdonismo.
D. E attiva il consenso.
R.
Sì, perché magari porta il benessere in chi viene cooptato. Non chiede più il pizzo né intimidisce. Si prende tutto attraverso la corruzione.

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