Biimbi Morti 150903124257
CONTRO 3 Settembre Set 2015 1242 03 settembre 2015

Quanta ipocrisia in chi si indigna per il piccolo Aylan

È troppo semplice piangere sulla foto del suo cadavere. Sarebbe più utile, invece, riflettere sulla sua non-vita.

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Si chiamava Aylan, aveva tre anni ed era fuggito dalle bombe di Kobane insieme con il fratellino più grande, Galip, cinque anni, e la mamma, Rihan di 35.
La loro speranza l'avevano imbarcata al costo di 3 mila euro - 1.000 a testa - su un barcone diretto a Kos.
Ma in quello scampolo di Europa non sono mai arrivati: i loro corpi sono stati recuperati sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia.
Il padre, sopravvissuto, ora vuole tornare a casa per seppellirli. Volevano arrivare in Canada, dove li aspettavano alcuni parenti. Ma il visto era stato loro negato.
L'INDIGNAZIONE E LA COSCIENZA. La foto del corpicino senza vita di Aylan, in pantaloncini rossi e con il volto schiacciato sulla sabbia, recuperato da un soldato ha fatto il giro del mondo. Un pugno nello stomaco, si è detto, in grado di smuovere le coscienze.
Ma si può chiamare coscienza quella che si indigna solo ora, davanti alla foto di un piccolo cadavere? Quella che ignora che, dall'inizio dell'anno, solo nel Mediterraneo sono scomparse 2.500 vite?
Il rischio di assuefazione all'orrore è alto, altissimo.
Sbattere in faccia quell'immagine a chi propugna l'odio, a chi dice «aiutiamoli a casa loro» o, peggio, a chi invita a «bombardare» i barconi non serve. Perché non cambierà l'opinione dei Salvini europei che stanno spuntando come funghi.

Aylan e suo fratello Galip, morti durante un naufragio nell'Egeo.

LA PORNOGRAFIA DELL'ORRORE. Avevamo già pianto sulle foto dei corpi dei bambini di Beslan, di quelli straziati dalle bombe di Damasco, dei piccoli somali e ghanesi affogati davanti alla Libia.
Una pornografia del dolore e dell'orrore che non ha portato a nulla. Il rischio poi che questa immagine straziante sia oggetto di morbosità necrofile o che possa essere strumentalizzata politicamente fa rabbrividire. Perché il confine con la sacrosanta denuncia è sottilissimo, quasi impalpabile.
Il destino dell'ultima foto di Aylan è di restare sepolta nelle bacheche di Facebook e di Twitter, mescolata a quelle delle vacanze o del sushi mangiato a cena. Almeno fino al prossimo naufragio, alla prossima strage, al prossimo bimbo morto che ci indignerà magari un po' meno.
UNA RIFLESSIONE NECESSARIA. Forse, prima che sulla morte, sarebbe meglio spendere un minuto a riflettere sull'esistenza di Aylan, di Galip e di Rihan. Ai motivi che hanno spinto una madre a prendere i suoi due figli piccoli e fuggire. Che non sono poter usufruire di un resort 5 stelle a spese di noi italiani o di noi europei.
Aylan come Galip nella loro vita hanno conosciuto solo la guerra.
Nei quattro anni di conflitto civile in Siria sono morte 240 mila persone: 71.781 civili e 12 mila minorenni, proprio come Aylan e Galip. Trentamila sono gli scomparsi. Negli ultimi due mesi le vittime sono state 10 mila. Un bilancio che non tiene conto delle stragi e delle violenze dell'Isis. Numeri che è bene ricordare e ripetere.
NON CHIAMIAMOLA EMERGENZA. Ma il mondo civile e democratico preferisce indignarsi davanti alla foto della morte di un bambino invece che davanti alla sua non vita. È più comodo postare un'immagine che non cercare di comprendere le ragioni di una guerra e di un esodo diventato epocale. Più semplice trasformare un piccolo cadavere in un simbolo che capire le ragioni vere della sua morte.
Perché le morti di bambini non rientrano nell'emergenza dietro la quale governi e istituzioni si stanno nascondendo: purtroppo sono diventate la quotidianità.
Per questo credo che la foto da pubblicare non sia quella del corpicino di Aylan, un fagotto, un numero, tra le braccia di un soldato turco sulla spiaggia di Bodrum, ma quella di due fratellini che ridono davanti all'obbiettivo. Due bimbi che, a differenza di tanti, non hanno avuto la possibilità di conoscere un mondo senza bombe.
Una foto che potrebbe essere stata scattata nel salotto di ognuno di noi. Ed è per questo che dovremmo sentirci responsabili per tutti gli Aylan e i Galip ingoiati dal mare o soffocati in un tir abbandonato su un'autostrada.

Twitter @franzic76

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