Papa Disabili 150904183549
LETTERA APERTA 12 Settembre Set 2015 1500 12 settembre 2015

Cari fanatici religiosi, anche i disabili sono felici

Testimoni di Geova, super cattolici e sacerdoti evangelici, mettetevelo in testa: chi è in carrozzina non per forza soffre. I miracoli? Grazie, ma non ci servono.

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Papa Francesco saluta i disabili in carrozzina durante l'udienza generale del mercoledì.

La mia amica Elena spesso dice che se fondassi una religione e ne fossi la leader, diventerei ricca senza fare alcuno sforzo.
Per giustificare quest'affermazione, a prima vista un po' azzardata, è necessario raccontare alcuni episodi di vita vissuta.
Il primo risale a qualche mese fa. Stavo lavorando nella mia cameretta (lavoro principalmente da casa) quando la mia coinquilina Sara bussa, entra e mi avverte che due testimoni di Geova hanno suonato al citofono.
Subodorando già l'inevitabile incontro con le due messaggere della buona novella, tento la via di fuga più immediata che mi viene in mente - «Non potresti dir loro che non siamo interessate?» - e, guardandola con gli stessi occhioni che fa il gatto con gli stivali nel film Shrek, m'illudo per un attimo che lei acconsenta a prendere l'iniziativa.
Speranza vana: «Ho detto loro che avrei chiamato la padrona di casa», ha risposto Sara, candidamente, riferendosi alla sottoscritta.
SORRISO DI FACCIATA. A quel punto, invocando in modo non propriamente lusinghiero tutti i santi del paradiso, trinità inclusa, mi sono alzata e, camminando con il deambulatore, sono andata ad accogliere le signore che mi attendevano davanti al cancello di casa, con un sorriso caritatevole stampato in faccia.
«Buongiorno!, ho salutato già temendo l'avvicinarsi dell'inevitabile senso comune che sarebbe sgorgato dalle loro labbra.
E infatti le pie donne, notando subito sia l'ausilio che stavo usando sia il mio eloquio particolare, entrambi dimostrazioni della mia disabilità, hanno contraccambiato prontamente al mio saluto, esclamando: «Buongiorno a lei, finiremo mai di soffrire?».
MA QUALE SOFFERENZA. Ecco, appunto, l'inevitabile. «Veramente io sono felicissima», ho ribattuto e, rivolgendomi alla mia coinquilina, le ho chiesto con un tono di voce sufficientemente alto per farmi sentire dalle due: «Tu, Sara, soffri?».
Lei, ridendo, ha risposto di essere felice.
Allora ho concluso dicendo alle mie sventurate interlocutrici: «Ci dispiace, ma non stiamo soffrendo. Arrivederci!», lasciandole al loro destino.

Al ristorante: «So che sei triste, prega la Madonna!»

Alcuni anni fa, invece, di ritorno da una giornata al mare, Elena e io ci siamo fermate a una sagra per cenare.
Eravamo sedute una di fronte all'altra, quando, a un tratto, mi dice: «Che strano, al tavolo dietro di te è seduta una coppia e ora lei ha chiuso gli occhi e, con la forchetta sospesa in aria, sembra stia recitando una preghiera, mentre il suo compagno la osserva esterrefatto».
La scena ci ha offerto uno spunto per riflettere alcuni secondi sull'infondatezza del termine “normalità”, dopodiché abbiamo continuato la nostra serata, sollazzandoci in altre conversazioni.
OCCHIO ALLA SUPER CATTOLICA. Finito di cenare, stavamo tornando al parcheggio, quando abbiamo sentito qualcuno correre nella nostra direzione.
Era la ragazza di prima che, dopo averci raggiunte, mi ha stretta impetuosamente contro il suo petto, esclamando: «Ciao, sono Irina e sono molto cattolica! Lo so che sei molto triste perché sei stata sfortunata, ma devi pregare la Madonna perché i miracoli esistono!».
Dopo essermi divincolata dall'abbraccio ed essere riuscita a riempire nuovamente i polmoni d'ossigeno, ho risposto: «Veramente io sono felice di come sono e soddisfatta della vita che conduco».
Lei: «Non devi fingere, so che dev'essere dura, ma io pregherò per te!».
MODALITÀ TURPILOQUIO. Alla mia amica e a me non è rimasto altro da fare che ringraziarla della lodevole intenzione e allontanarci il più velocemente possibile.
Più tardi, in auto, abbiamo convenuto sul fatto che, per rompere la coerenza delle teorie che la ragazza si era fatta su di me, avrei dovuto risponderle usando il mio solito turpiloquio.
Tuttavia, rendersi conto di non trovarsi di fronte a un'angelica creatura affranta dal dolore, bensì a una scaricatrice di porto della peggior specie, forse sarebbe stato troppo scioccante per la poveretta.

Alla seduta coi cingalesi: «Un giorno camminerai!»

Qualche settimana dopo l'episodio sopra descritto, la signora cingalese che pago per aiutarmi a pranzo e con le pulizie di casa ha iniziato a propormi di incontrare un pastore della chiesa evangelica che frequenta.
A suo dire, il sacerdote mi avrebbe miracolata.
Ha insistito talmente tanto che alla fine ho accettato e abbiamo concordato di trovarci a cena a casa sua.
Ho convinto un'amica ad accompagnarmi a quella che credevo essere un appuntamento tra pochi intimi (la famiglia della signora, il pastore e noi).
C'ERA TUTTA LA COMUNITÀ. Invece, entrate nel salotto di casa della mia dipendente, in una calda serata di luglio, ci siamo trovate di fronte a tutta la comunità cingalese padovana e al pastore che parlava solo la sua lingua d'origine.
Per un attimo abbiamo sperato di poter puntar tutto sull'incomunicabilità a livello linguistico e di riuscire, con questa scusa, a liberarci dell'impegno. Niente da fare: loro avevano pensato anche all'interprete!
Pensavamo di buttarci a capofitto sul cibo per disperazione, ma la padrona di casa ci ha gentilmente informato che avremmo cenato dopo la preghiera, ossia quattro ore più tardi.
VOGLIA DI UNA LAMETTA. Avremmo voluto chiedere una lametta a testa, ma abbiamo desistito temendo, con questa richiesta, di peggiorare la nostra non facile posizione.
Il pastore ha iniziato una catechesi, nella quale, in sintesi, affermava che qualsiasi malattia è originata dai peccati commessi da chi ne è affetto o dalla sua famiglia, antenati compresi.
E VIA COI MIRACOLI... Subito dopo ha proseguito con il racconto dei miracoli da lui compiuti: una persona con difficoltà di deambulazione e un'altra non vedente che, dopo essere stati benedetti da lui hanno acquisito l'uso rispettivamente di gambe e vista (mentre parlava non ho potuto fare a meno di pensare che sentendo la notizia di questi prodigi, l'Inps lo assumerebbe di certo. Sai quante pensioni di invalidità in meno da erogare!).
L'ultimo miracolo era un po' differente dal cliché classico: si trattava di una neonata venuta al mondo senza il cuore a cui, dopo esser stata toccata da lui, è comparso magicamente l'organo.
Dopo questi aneddoti, speravo con tutte le mie poche forze rimanenti che la serata volgesse al termine.
«CREDI NEI POTERI DI DIO?». Invece mi sbagliavo, il bello doveva ancora venire: di lì a poco sarei diventata la protagonista della scena.
Infatti il sacerdote, guardandomi fisso negli occhi, mi ha domandato se io credessi che con la fede in Dio le mie gambe, mani, eccetera sarebbero diventate “normali”.
Io, con le orecchie di tutta la comunità puntate su di me, ho risposto che credo nei 'miracoli' che genera la mente delle persone e grazie a cui può essere considerata una risorsa anche ciò che per senso comune viene ritenuto una sfortuna.
«OGNI MATTINA CAMMINA». Lui ha ribattuto: «Bene, figliola, vedo che credi. Allora io ti dico: ogni mattina, appena sveglia, prova a fare qualche passo da sola e vedrai che, se hai fede, un giorno camminerai!».
Ce ne siamo andate a metà “lezione”, con una scusa, facendo mentalmente il gesto dell'ombrello e con una domanda in testa: «Ma il pastore avrà avuto una convenzione con il reparto di ortopedia?».

In Romania: potevo far soldi con la mia carrozzina

Dieci anni fa ero in Romania con mia madre.
A quel tempo le persone con disabilità fisiche erano lasciate ai margini e vivevano di elemosina.
Non so se ora la situazione sia differente, ma ricordo di aver incontrato gente con disabilità motorie o sensoriali che chiedevano la carità per strada o sui mezzi pubblici.
Un'amica romena mi aveva spiegato che, culturalmente, era impensabile ritenerli individui in possesso di risorse spendibili per se stessi e per la società.
PRONTI ALLA CARITÀ. Più di una volta, durante la vacanza, è capitato anche a me di incontrare persone desiderose di elargirmi i loro beni ma, di fronte al mio gentile rifiuto, si rassegnavano a tenersi la grana.
Una volta però, sulla nostra strada si è imbattuto un pope ortodosso talmente fremente all'idea di fare del bene e incredulo di fronte al mio energico «no», che mi ha ficcato un bigliettone in mano e se l'è data a gambe levate pur di riuscire a compiere la sua opera di bene.
SOLUZIONE FINANZIARIA! Chissà se, dopo aver letto quest'ultimo aneddoto, qualcuno starà pensando di farsi qualche viaggetto in sedia a rotelle per risolvere i suoi problemi finanziari.
Elena me lo sta suggerendo da anni, ma pretenderebbe il 50% dei compensi ricevuti per avermi consigliato l'idea vincente.
Naturalmente, in quell'occasione, ho consegnato il denaro ricevuto a un'amica romena che ha provveduto a devolverlo a un'associazione di volontariato di sua conoscenza.

Come si può pensare che disabilità sia sinonimo di tristezza?

Forse alcuni, dopo aver letto questi episodi, potrebbero definirmi cinica: in fondo le persone che ho incontrato hanno agito pensando di far del bene, forse anche nel nome del Dio in cui credono.
Le intenzioni, dunque, erano buone.
Mi chiedo però: in base quali teorie questa gente afferma con tanta sicurezza che il solo fatto di avere una disabilità renda necessariamente infelici?
CRITERI DISCUTIBILI. E ancora: che criteri utilizzano per decidere non solo quali siano le esigenze dei disabili, ma anche il tipo di soluzioni che, a detta loro, si dovrebbero adottare per soddisfarle?
Perché, invece di adoperarsi con ogni mezzo per ricondurre coloro che “deviano” all'interno di ciò che viene definito “normalità” o per ricompensare economicamente le supposte sfighe altrui, non cerchiamo di costruire una società che garantisca a tutti il diritto a essere “diversi”, ma ugualmente inclusi nella comunità?
LASCIATEMI LA PENSIONE... Infine, un accorato appello a tutti quelli che incontrerò e a cui ispirerò il desiderio di chiedere o far miracoli sul genere «alzati e cammina!»: cari, vi ringrazio del buon cuore, ma ho un contratto di lavoro di pochissime ore mensili in una piccolissima cooperativa sociale... lasciatemi almeno la pensione d'invalidità.

Leggi gli altri episodi raccontati da Adriana: Disabili in tivù, come cambiano pubblicità e film; Assistente sessuale cercasi; L'elogio della lentezza; Il nodo delle adozioni; Viaggiare in sedia a rotelle; Gli stereotipi su chi è in carrozzella; Sesso, molestie e brutte esperienze; Le difficoltà quotidiane; Comunicare col teatro e la danza; La diversità a scuola fa crescere; Sesso e falsi miti, Convivenza e cohousing.

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