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LA MODA CHE CAMBIA 12 Settembre Set 2015 1712 12 settembre 2015

Pennetta e Vinci fatele diventare un modello

Un esempio perfetto per le bambine: ma non solo di impegno. Anche estetico.

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Roberta Vinci e Flavia Pennetta.

Mio marito era stato tranchant. «Stasera preferirei non uscire. Vorrei vedere Serena Williams che si piazza a una partita di distanza dal Grande Slam».
Per gli uomini, Serena non è infatti proprio una donna; è quel genere di donnone dalle fattezze volitive che si può facilmente scambiare, in questi tempi culturalmente aperti e dubitativi moltissimo, per un uomo col gonnellino. Una figura quasi maschile.
Era dunque logico, naturale, quasi scontato che avesse la meglio su quello scricciolo di Roberta Vinci. Quando Vinci ha piazzato il secondo set vincente sulla Williams, replicando la vittoria di Flavia Pennetta su Simona Halep e configurando la prima finale interamente azzurra a Flushing Meadows (un inedito nella storia del tennis italiano, ambosessi) è rimasto senza parole, come credo milioni di altri spettatori, maschi e femmine.
Questo, suppongo, non solo per l'apparente svantaggio fisico di Flavia Pennetta e Roberta Vinci rispetto a Serena Williams e Simona Halep, ma per la scarsa considerazione nei confronti della disciplina e dello spirito di sacrificio degli italiani. Ambosessi, in questo caso.
ITALIA, SPORT E DOLCE VITA. Nel tennis come in altri campi, ci pare scontato che gli atleti stranieri vengano cresciuti a pane, allenamenti e non di rado legnate, mentre i nostri vengano coccolati fra cuscini di piume e mousse al cioccolato, e poverino se hai perso l'incontro non è stata colpa tua. Che siano, insomma, non solo meno preparati, ma anche meno spinti a vincere, meno penalizzati se non portano risultati.
Non a caso, persino noi italiani dei genitori delle sorelle Williams sappiamo tutto, pressioni psicologiche sulle figlie comprese, di quelli di Pennetta e Vinci praticamente nulla, se non che sono imprenditori e professionisti con la passione del tennis.
Molto di loro, come dei genitori Halep, l'abbiamo appreso un paio di giorni fa, da un articolo del Financial Times che si chiedeva che cosa avesse di così speciale la Regione Puglia per dare i natali a due fuoriclasse del genere, forse l'olio buono chissà, e che bello il mare dove hanno nuotato.
UNA QUESTIONE DI EDUCAZIONE. Ma forse, ed è questo il punto a cui vorrei arrivare, questo fantastico risultato è dovuto all'indole di queste due ragazze, a una strepitosa capacità di concentrazione, ma anche a una straordinaria consapevolezza di sè, certamente in parte naturale, ma in misura significativa frutto di un'educazione italiana, affettuosa e mirata si al raggiungimento degli obiettivi, ma mai penalizzante.
Si è capito che Vinci avrebbe vinto quando la Williams ha iniziato ad agitarsi, nel timore di perdere. Quando è stato evidente che in quella partita stesse mettendo non solo la normale, ovvia voglia di vincere, ma tutta la sua vita, la sua figura pubblica, la sua famiglia e la sua storia. Ma il peso psicologico che portava addosso le impediva lo slancio necessario per ottenere il suo scopo.
Dunque, mentre il modello genitoriale Williams-Halep perde e quello Vinci-Pennetta vince insieme con le figlie, credo che dovrebbe vincere, e diventare un esempio, anche il modello femminile che rappresentano: quello di due ragazze per bene, votate sì allo sport ma non a scapito della vita privata e dell'equilibrio personale, ma anche star senza aver bisogno di dover puntare sulla bellezza per diventarlo.
STAR A PRESCINDERE DALLA BELLEZZA. Ed è questo il secondo punto che forse merita una riflessione. In questi giorni di elezione di miss Italia, ha ragione Patrizia Mirigliani quando dichiara che l'insistenza dell'opinione pubblica nel ricercare giustificazioni intellettuali e sofisticata cultura fra le concorrenti è un atteggiamento sbagliato: un concorso di bellezza questo premia, la bellezza, che non necessariamente deve essere accompagnata da una preparazione enciclopedica, come invece sperano i milioni di bruttine a cui solo questo rimane, e che godono nel vedere bellissime stangone inciampare nei congiuntivi.
Ma anche se la santa patronessa del concorso dovesse avere, come ha, ragione, non di meno ora sarebbe corretto promuovere l'immagine di Pennetta e Vinci non come simboli di rinunce, sacrifici e forza di volontà in sè, temi sui quali le donne sono ferrate da millenni, magari e persino opponendole alle concorrenti di miss Italia, ma appunto come esempi di femminilità riuscita e di successo.
E SE FACESSERO UNA BARBIE TENNISTA. Di opposizione fra bellezza e cervello siamo stufissime, e della convinzione che solo cinema e tv garantiscano lo status di star ancora di più. E se adesso la Mattel decide di produrre una bambola con i tratti della Pennetta e la Dami Editore delle bamboline di carta con il gonnellino della Vinci da ritagliare perchè le bambine inizino a giocarci, non ho nulla da obiettare.

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