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EMERGENZA 17 Settembre Set 2015 1930 17 settembre 2015

Ex Jugoslavia, l'eterna minaccia delle mine antiuomo

Pochi fondi e bonifiche a rilento: nell'area restano 2 milioni di ordigni inesplosi. Dal 1991 migliaia di vittime e mutilati. E ora è allarme per i migranti in Croazia.

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Contadini, cacciatori, ora anche i profughi camminano sulle mine della ex Jugoslavia.
Oltre 13 mila migranti si sono riversati in Croazia.
Vengono dalla frontiera insuperabile con l'Ungheria, da Belgrado e dai confini con la Macedonia. Gli autobus serbi li accompagnano verso Zagabria, che ha accettato il passaggio dei richiedenti asilo.
«Refugee Welcome in Croatia» è il saluto che su Facebook riservano gli attivisti di un popolo uscito da una guerra recente. Ammonendo siriani, iracheni, e afghani che attraversano campi di mais e boschi delle insidie del terreno calpestato verso la terra promessa tedesca.
UN PAESE CONTAMINATO. Il passato sembra lontano ma la Croazia è ancora un Paese disseminato dai resti di guerra.
Doveva essere libera dal 2009 dagli ordigni annidati a pochi centimetri dalla superfice, gli hidden killers come li chiamano gli esperti dell'International Trust fund for demining and victim assistance, l'ong slovena che dal 1998 finanzia progetti di sminamento e assistenza alle vittime nei Balcani e nel mondo.
Invece non c'è l'ha fatta neanche uno Stato così avanti nella ricostruzione.
ANCORA 51 MILA MINE. Alla fine del 2014, il Croatian mine action centre (Cromac) impegnato nelle bonifiche con il governo e le forze dell'ordine stima nel Paese ancora 50.966 mine inesplose della guerra tra il 1991 e il 1995, 506 chilometri quadrati sono contaminati, tra questi tutto il tratto del fiume Drava a Nord di Osijek, sul confine serbo-ungherese, e la periferia Sud-Est di Vinkovci, sulla frontiera serba.

La mappa dei territori minati nei Balcani (GRID-Arendal)

Dal 1991 quasi 2 mila persone sono state colpite dalle mine

Gli attivisti diffondono mappe tra i migranti, spiegano cosa significano quei 12 mila cartelli rossi con il teschio piantati in Croazia, che gli arabi potrebbero non capire, e che il rischio è alto perché l'alluvione del 2014 ha smosso il terreno dalle segnaletiche.
Sui social network rimbalzano le indicazioni sulle zone da evitare e anche la polizia si è mobilitata, inviando per l'emergenza una squadra di sminamento nelle zone più sensibili che i profughi stanno attraversando a piedi.
500 MORTI E OLTRE 1.000 MUTILATI. Qualcuno di loro ha braccia o gambe amputate dai conflitti in Siria, Iraq e Afghanistan e non sa del pericolo imminente.
Dal 1991, secondo i dati del Cromac, quasi 2 mila persone sono state colpite dalle mine in Croazia: 506 morte, 1.112 gravemente mutilate e 311 con lesioni più lievi, nella stragrande maggioranza dei casi civili, come quasi tutte le vittime degli ordigni inesplosi.
Anche nellle operazioni di bonifica si sono verificate centinaia di incidenti e una sessantina di addetti sono morti sul lavoro.
600 VITTIME ANCHE IN BOSNIA. Numeri non dissimili dalla Bosnia-Erzegovina (603 morti e oltre un migliaio di mutilati), dove pure decine di sminatori hanno perso la vita per poche centinaia di euro al mese.
E dove i soldi a disposizione per ripulire boschi, strade e strutture sono molti meno che in Croazia, dal 2013 Stato Ue con accesso anche ai fondi strutturali comunitari e che nell'arco di un decennio ha bonificato oltre 600 chilometri quadrati di territorio.

Uno dei 19 mila campi minati in Bosnia (Getty).

In tutti i Balcani restano ancora 2 milioni di ordigni

Se i migranti sposteranno la loro rotta a Est, dalla Serbia alla Bosnia-Erzegovina i rischi saranno maggiori che in Croazia.
Nel Paese ci sono 19 mila campi minati (l'area più pericolosa in Europa) e la fine delle bonifiche è indicata per il 2019.
Per l'Itf le aree contaminate dei Balcani sono ancora in totale un territorio più grande del Lussemburgo, nonostante l'impegno di missioni Nato e di forze nazionali e internazionali, e oltre 2 milioni di mine sarebbero ancora in circolazione.
LA RIABILITAZIONE DEI MUTILATI. Uno stillicidio di civili come in Africa e in Medio Oriente: la clinica dell'International trust fund for demining di Lubiana per l'assistenza e la riabilitazione dei mutilati è diventata un punto di riferimento anche per i feriti da Gaza, dal Libano e dalla Libia.
Nei corsi e nei ricorsi della storia, i profughi s'incontrano in un'Europa con molte responsabilità.
ITALIA, EX LEADER NELLE MINE. Prima di aderire alla Convenzione di Ottawa contro le mine anti-uomo (1997) - Stati Uniti, Israele, Russia, Cina, India, Arabia Saudita e Iran sono tra i non firmatari - l'Italia spiccava come il primo produttore e detiene il primato di ordigni conservati nei magazzini delle forze armate.
I gruppi Sei e Valsella di Brescia erano i leader, nel 1991 Valsella (giudicata poi non colpevole) fu accusata di aver venduto 9 milioni di mine anti-uomo all'Iraq via Singapore, e tuttora il distretto bresciano resta il primo fornitore di armi di piccolo calibro nei conflitti in Medio Oriente.

Twitter @BarbaraCiolli

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