ANALISI 21 Settembre Set 2015 1418 21 settembre 2015

Il papa a Cuba, gli omissis di Francesco con Fidel Castro

L'Isola costretta alla fame. La libertà di opinione. L'impossibilità di viaggiare. La cultura imposta. Le democrazia fasulla. Quel che Bergoglio non ha detto a Fidel.

  • ...

La stretta di mano tra Papa Francesco e Fidel Castro.

Hanno parlato per circa 40 minuti, in un clima «informale e familiare», come lo ha definito la Santa Sede, quasi fraterno.
Due uomini anziani, accomunati dall’istruzione gesuita e della vocazione rivoluzionaria: l’uno all’interno della Chiesa Cattolica, l’altro nei confronti della storia cubana e mondiale.
Papa Francesco e Fidel Castro, 80 e 89 anni, hanno discusso di fede e religiosità; e poi, aiutati dalla lingua condivisa, anche di ambiente, politica mondiale e del futuro dell’umanità.
UN COLLOQUIO STORICO. Un colloquio storico, come hanno subitaneamente vergato commentatori di ogni parte del mondo, tra due uomini che hanno marcato il proprio tempo come pochi prima di loro: avvenuto per di più in un momento cruciale per Cuba, che molti credono all’alba di una nuova era.
TANTI NON DETTI TRA I DUE. Più che quello che i due leader si sono detti, tuttavia, pesa quello che non è stato detto. O, meglio, quello su cui ha taciuto il pontefice. Per ragioni diplomatiche, certo. Perché il compito della Santa Sede, come già ebbe a dire Ratzinger, «non è buttar giù governi». E infine anche perché Francesco è soprattutto un tessitore silenzioso.
Resta che ci sono almeno cinque cose che non possono essere sfuggite a un uomo della profonda umanità qual è Francesco. E di cui, considerato il suo immenso potere (quantomeno di influenza), ci sarebbe piaciuto sentirgli chiedere conto.

1. Perché le condizioni di vita di Fidel sono negate alla maggioranza dei cubani?

Nonostante il regime comunista, a Cuba la popolazione è per la maggior parte cristiana.

Ha fatto il giro del mondo la foto in cui l’ingobbito Lider maximo accoglie Francesco indossando l’ormai celebre tuta dell’Adidas. Una tuta del valore di poche decine di euro, ma che i suoi cittadini potrebbero permettersi soltanto risparmiando per mesi. E restando senza mangiare.
È un dettaglio, va da sé, ma è anche la simbologia perfetta di uno stato di cose. Lo stipendio pro-capite medio cubano è infatti di 30 Cuc (peso convertibile) al mese, pari a circa 26 euro e mezzo.
Anche i dipendenti cubani di istituzioni straniere (come per esempio associazioni culturali europee che operano sull’isola) ricevono il medesimo trattamento: non perché lo stipendio sia realmente così magro, bensì perché viene trattenuto dal governo per finanziare la spesa pubblica.
IL LATTE COSTA UN DECIMO DELLO STIPENDIO. In effetti, come si rileva spesso con ammirazione, sanità e istruzione a Cuba sono gratuite; invece, pur se a prezzi davvero bassi (pochi centesimi) i cubani sono tenuti a pagare il cibo che la tessera annonaria attribuisce loro. Le proteine “convenzionate” sono solo uova (circa una al giorno) e due razioni di pollo in un mese: il resto tocca procacciarselo sul mercato, che è quasi sempre quello nero, dove il latte costa 2,5 Cuc al litro.
L’embargo imposto dagli americani viene spesso indicato come la principale causa per queste scarsità ed è certamente responsabile di un rallentamento significativo dell’attività economica post rivoluzione. Ma non è il solo problema di Cuba: in testa c’è anche la corruzione dei funzionari, che distoglie i prodotti dal mercato “politico” per portarli su quello nero.
L’indice di Transparency International posiziona l’isola al 63esimo posto su 175 per corruzione: sostanzialmente appaiata al Brasile e alla Grecia, solo di un posto davanti alla Turchia – al cui malfunzionamento sempre si grida – e dietro di 10 posizioni anche da Paesi non proprio limpidi come l’Arabia Saudita o la Giordania.
CORRUZIONE ALTISSIMA NEL REGIME. C’è poi un generale – e spesso ammesso – sottosviluppo e sottoutilizzo del territorio, che pure si presterebbe a coltivare praticamente qualsiasi cosa. Nonostante ogni anno si alzino nominalmente gli obiettivi per la produzione agricola, nel 2014 l’isola ha dovuto importare invece circa l’80% di quello che si consuma nazionalmente. E il fatto che il bestiame sia di proprietà dello Stato (soltanto le mucche erano 5,6 milioni prima della rivoluzione), non ha aiutato a far arrivare sulle tavole carne con maggior frequenza.
Insomma, la tuta dell’Adidas – marchio del ricchissimo capitalismo globalizzato – sarebbe inarrivabile per il popolo di Fidel.
D’altronde la villa di Siboney – quartiere a circa 15 km dal centro dell’Havana - in cui Castro ha ricevuto il pontefice è dotata di un grande giardino coltivato con piante da frutto, nonché di una piscina.
LUI IN UNA VILLA, L'HAVANA CROLLA PIAN PIANO. Come non notare il contrasto con la desolazione di quasi tutto il resto dell’Havana, in cui il cemento è sbriciolato dal tempo e dall’umidità e interi palazzi vengono lasciati cadere a pezzi giorno dopo giorno, con la motivazione che non ci sono fondi per ripararli (crollano circa 300 case all’anno)?
Nel 2005, in una celebre intervista pubblicata con il titolo Autobiografia a due voci (Mondadori), Fidel Castro disse al giornalista Ignacio Ramonet che il suo stipendio da presidente e primo ministro era sempre stato pari a quello di un qualsiasi cittadino, all’epoca pari a circa 30 dollari al mese.
Nel 2006, però, Forbes inserì (e da allora ha sempre inserito) Castro nella classifica dei potenti più ricchi del mondo: con un patrimonio di circa 550 milioni di euro, parzialmente conservato in conti esteri.
La cifra si raggiunge, secondo i calcoli della rivista e di molti studi successivi, dall’insieme degli introiti delle holding che a Cuba gestiscono tutto, dai trasporti al turismo alle joint venture con aziende straniere.
In altre parole da attività di commercio, condotte a nome dello Stato: cioè quelle stesse attività che, in nome del comunismo, sono per lo più vietate ai cubani.

2. Perché la libertà religiosa sì e quella politica no?

Papa Francesco ha donato a Raul Castro un mosaico de la Virgen de la Caridad.

Francesco, e il cardinale plenipotenziario dell’Havana Ortega, hanno certamente da rallegrarsi della “redenzione” religiosa dei fratelli Castro, resa possibile peraltro dal fatto che l’ateismo non è più obbligatorio per legge dal 1992: Fidel allora diede ai cittadini la libertà di praticare il cristianesimo.
OBBLIGATI AL PENSIERO UNICO. Il papa si sarà chiesto – e magari avrà chiesto – perché uguale libertà non è consentita ai cubani per il pensiero e per le opinioni, politiche e non solo.
Anche finito il tempo delle fucilazioni, il governo castrista non è mai stato tollerante con i dissidenti: da Huber Matos (guerrigliero sulla Sierra e poi costretto all’esilio perché in rotta con il socialismo di Fidel) in poi.
L'AMNISTIA NON TOCCA I PRIGIONIERI POLITICI. Tra i 3.522 detenuti liberati da Raul con l’amnistia che ha preceduto la visita di Francesco, non c’era nemmeno un detenuto politico: solo criminali comuni.
A Cuba scendere per la strada ed esprimere il proprio pensiero può costare fino a 6 mesi di carcere senza alcun processo: gli arresti non sono mai diminuiti, come testimoniano i report allarmati delle Ong.
Dei dissidenti dichiarati rinchiusi da tempo nelle carceri cubane, invece, non si conosce esattamente nemmeno il numero. Di certo c’è solo che qualsiasi attività giudicata “controrivoluzionaria”, cioè contraria al regime castrista, può portare al carcere.

3. Come possono i cubani abbracciare gli altri se non riescono a uscire dal Paese?

L'incontro con Fidel è durato circa 40 minuti.

In ogni occasione pubblica, Francesco raccomanda ai cristiani di protendersi verso gli altri, di aprirsi, di abbracciare il diverso. E dunque speriamo che abbia suggerito anche ai fratelli Castro di mettere il loro popolo nella condizione di poterlo fare concretamente, e non solo spiritualmente.
Cuba, infatti, per la stragrande maggioranza della popolazione è ancora oggi una prigione a cielo aperto, dalla quale è impossibile andarsene legalmente (a meno di sposare uno straniero).
L'ITER BUROCRATICO COSTA 2 MILA EURO. Per uscire dall'isola occorre presentare carte e sostenere colloqui con funzionari del governo, con un procedimento che arriva a sfiorare i 2 mila dollari circa (evidentemente, una spesa sostanzialmente impossibile per chi non ha un aiuto che arriva da parenti fuori dall’isola).
L’esito non è mai scontato, ma c’è un trend ricorrente: le autorizzazioni sono negate ai giovani, a chi non ha figli e a chiunque non abbia un motivo “serio” per tornare nell’isola.
L'UTOPIA DI POTER VEDERE IL MONDO. Ufficialmente, come lo stesso Castro spesso ha spiegato, la ragione è che «Cuba ha bisogno di quel lavoratore in quel dato momento»; ma ufficiosamente il regime teme che chi esce non faccia ritorno (sono molte d’altronde le defezioni tra gli sportivi o tra i medici che il governo manda all’estero, in aiuto dei Paesi amici).
Il risultato è una popolazione frustrata e costretta a non volgere l’occhio all’esterno, per non concentrarsi troppo sui propri mali.

4. Come accrescere la propria cultura quando a Cuba c'è solo quella imposta?

La cattedrale dell'Havana.

Bergoglio, come Ratzinger prima di lui, ha portato al lider maximo alcuni libri da leggere. Si sa che Fidel è da sempre un lettore eccezionale e lui stesso ha raccontato che ogni volta che l’amico scrittore e premio Nobel Gabriel Garcia Marquez andava a trovarlo metteva in valigia almeno 10 volumi per il lider maximo.
Le possibilità riservate a Castro di restare aggiornato sul mondo e di soddisfare la propria sete intellettuale sono però negate al suo popolo.
SI LEGGE QUEL CHE VUOLE IL REGIME. Chiunque sia entrato in una libreria cubana, incluso quelle più fornite della Capitale, sa che la scelta è scarsa e tendenzialmente monotematica: (parte dei) testi di José Martì, il rivoluzionario repubblicano padre della patria che Castro ha sempre citato come ispirazione, manuali storici ed economici sul socialismo e l’Unione Sovietica, riflessioni di Guevara e di Castro, interviste al Lider maximo, qualche autore cubano, riflessioni sul Sud America socialista e pochi autori amici (Hemingway e Marquez, soprattutto).
Il resto non trova la strada degli scaffali, anche se da decenni i cubani sentono ripetere al loro leader quanto sia importante la cultura e dal papa hanno ascoltato appelli a conoscere l’umanesimo altrui.
Né d’altronde la popolazione può arricchirsi culturalmente grazie alla recente rivoluzione di Internet: non solo perché la rete è controllata dal governo, bensì perché il costo orario della connessione è pari a 2 Cuc, un decimo di uno stipendio medio. Decidere di sbirciare cosa succede nel vasto mondo, dunque, non è alla portata della stragrande maggioranza dei cubani.

5. Quando potranno avere i cubani un leader liberamente eletto?

Francesco è ben consapevole di aver portato una ventata di novità nella Chiesa, stravolgendo paradigmi e abitudini di un’istituzione in crisi di popolarità e dilaniata da lotte intestine.
Pur in tal condizioni – o forse proprio per queste - alle dimissioni di Ratzinger fu il papa che veniva da lontano l’uomo scelto per cambiare la situazione.
NIENTE ELEZIONI DAGLI ANNI 50. Il pontefice si sarà chiesto, dunque, quando un evento così inaspettato potrà coinvolgere anche la società cubana, che non conosce elezioni né leader democratici dagli anni 50 (prima con la dittatura di Batista, poi, nel ’59, con il trionfo della rivoluzione castrista).
Ne avrà fatto parola con Fidel o Raul, il quale peraltro ha già pianificato la successione – nel 2018 – a favore (si dice) del figlio Alejandro?
Quando avranno diritto i cubani al loro conclave, dal quale potrebbe arrivare lo stesso felice rinnovamento della Chiesa cattolica?
I CASTRO APRIRANNO ALLA DEMOCRAZIA? La democrazia potrà cantagiare quella cubana? È quasi certo che Francesco se lo sia chiesto.
Chissà se avrà trovato un modo per spiegarlo pure ai fratelli Castro, così commossi dall’ascesa del papa argentino da riappacificarsi con la propria fede.
Non è un miracolo, ma forse semplicemente la potenza di persone, pensieri ed energie nuove.
Quelle che servirebbero anche a Cuba per cambiare davvero.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso