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MUM AT WORK 26 Settembre Set 2015 1500 26 settembre 2015

Abusi sul figlio a scuola, così mamma Ilaria lotta

Dopo le violenze della ''Cip Ciop'' di Pistoia, ha creato un'associazione per genitori.

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Le violenze delle maestre dell'asilo nido Cip Ciop di Pistoia riprese dalle telecamere.

Bambini di due anni picchiati, abbandonati per terra per ore, lasciati in stanze buie e costretti a mangiare cibo bollente o vomitato.
Questo era il “programma” quotidiano di un nido privato a Pistoia, la ormai (terribilmente) famosa Cip Ciop.
La prima struttura dove sono state usate telecamere per verificare il comportamento degli adulti.
La prima scuola che ha visto andare in prigione le due “insegnanti”, dopo un processo destinato a fare giurisprudenza nel nostro Paese.
UNA VITA TRASFORMATA. La prima volta che dei maltrattamenti di un figlio a scuola hanno trasformato la vita lavorativa di una mamma.
Il 2 dicembre 2009 Ilaria Maggi era al lavoro, dopo che aveva lasciato il suo bambino di 30 mesi alla scuola Cip Ciop.
Ricevette una telefonata: «Siamo i servizi sociali, hanno arrestato le insegnanti di suo figlio, venga a prenderlo».
Lei ricorda così quei momenti: «Tommaso frequentava l’asilo da quando aveva sette mesi. Io conoscevo personalmente le maestre, facevamo gite, eravamo stati a Gardaland tutti insieme, organizzavamo perfino cene di gruppo».
VIOLENZE DAGLI EDUCATORI. Secondo i dati che Telefono Azzurro ha fornito a Lettera43.it, le figure responsabili delle violenze sono quelle più vicine al bambino e conosciute e nel 4,4% dei casi si tratta di insegnanti o educatori.
All’epoca dei fatti Ilaria lavorava tanto.
Faceva turni che a volte la tenevano in ufficio anche la domenica.
«Delle volte mio figlio era l’ultimo a uscire da scuola: capitava che lo andassi a prendere anche alle 20», racconta a L43.
UN LAVORO STRAVOLTO. Dopo Cip Ciop, Tommaso ha ripreso la scuola e la mamma ha continuato il suo lavoro da dipendente.
Ma doveva gestire il lavoro, il bambino e il suo trauma.
«Il problema era timbrare il cartellino. In più lavoravo a 30 chilometri dalla nuova scuola e quando le maestre mi chiamavano per dirmi che il piccolo aveva delle crisi isteriche io dovevo chiedere il permesso, farmelo accettare, timbrare e farmi il viaggio in macchina. Quando riuscivo ad arrivare o aveva spaccato tutto o si era calmato», ricorda.

La Via dei Colori nata come ''medicina''

Del resto l’azienda dove Ilaria lavorava - da 18 anni - è stata molto comprensiva.
Le concedeva permessi e orari flessibili, ma comunque «avevamo vissuto un “trauma globale” e per quanto al lavoro potessero venirmi incontro (tanto che le hanno permesso di partecipare a tutte le udienze, ndr), per mio figlio la vita non era semplice. E spesso a giugno mi ritrovavo ad aver già finito le ferie».
Ha provato di tutto. A farsi aiutare dall’anziano padre e dagli amici.
IL MOMENTO DI AGIRE. Ma «capivo che c’era qualcosa che non era giusto per Tommaso: lui aveva bisogno di più di me. Così sono arrivata al punto di dover decidere se essere una buona madre o una buona dipendente».
Nel frattempo Ilaria aveva fondato un’associazione, La Via dei Colori, «nata come medicina per curare la nostra ferita e occupare i sensi di colpa, rabbia e dolore».
Dieci mesi dopo l’arresto delle maestre di Pistoia, si aprì il caso di una scuola di Pinerolo.
SOLIDARIETÀ FRA GENITORI. Ilaria vide le immagini dei genitori e dei bambini in tivù «e mi veniva solo voglia di abbracciarli: riconoscevo e capivo lo sguardo nei loro occhi».
Così è iniziato il vero lavoro per l’associazione.
«All’inizio non sapevamo cosa fare, se non piangere insieme al telefono. Le mamme coinvolte in storie come quella di Cip Ciop mi chiamavano e mi dicevano “Come si può restare vivi e non uccidersi?”».
ORGANIZZATI CORSI AD HOC. «Quelle prime telefonate ci hanno rafforzato. E mano a mano che la cronaca ci portava casi di maltrattamenti, le persone ci chiamavano. Io e Tommaso per primi vivevamo sulla nostra pelle i problemi, perché avevamo vissuto quell’inferno. Per esempio quando l’ho reinserito a scuola mi sono resa conto che il percorso da fare era diverso, e visto che era una problematica comune, con La Via dei Colori abbiamo organizzato dei corsi ad hoc».

Il cambio di vita per seguire l'associazione

Pian piano il lavoro per l’associazione diventava sempre più impegnativo e Ilaria non è riuscita più a gestirlo come un secondo lavoro.
«Ma non era nemmeno abbastanza per essere il mio primo impiego».
PROMESSA AL FIGLIO. Nonostante questo, mamma Ilaria ha deciso di «investire in questo sogno e nel riscatto di mio figlio. Lui mi ha fatto promettere di non permettere che accada ad altri bambini quello che ha vissuto lui. Io voglio mantenere questa promessa, quindi ho deciso di lasciare il mio impiego e di dedicarmi full time all’associazione».
DALLA TOSCANA A GENOVA. Oggi Ilaria ha cambiato vita.
Ha lasciato la Toscana e si è trasferita a Genova. La Via dei Colori è la sua principale attività lavorativa, che le permette di stare di più accanto a Tommaso e contemporaneamente mantenere la sua promessa: aiutare i bambini vittime di maltrattamenti a scuola.
DIALOGO DA RAFFORZARE. «Mi sono presa un anno per far funzionare l’attività dell’associazione. Adesso lavoriamo a livello nazionale e ci stiamo impegnando su interventi preventivi, per evitare che possano accadere “incidenti” come quello della Cip Ciop. Per esempio a Montecatini tre volte a settimana facciamo un laboratorio per rafforzare nei piccoli l’idea del dialogo con i genitori, per fargli capire che di mamme e papà si possono fidare e che loro possono davvero cambiare le cose».

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