Charamsa, tantissimi sacerdoti omosex
DIRITTI E FEDE 3 Ottobre Ott 2015 1514 03 ottobre 2015

Gay e cattolici: «Così la Chiesa ci allontana»

Sono omosessuali e credono in Cristo. E sostengono le parole del sacerdote che ha fatto coming out. Un membro del gruppo Emanuele di Padova a Lettera43.

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Udite udite: di omosessuali che recitano il Padre nostro è piena l’Italia. Il coming out di monsignor Krzysztof Charamsa ha provocato le immediate reazioni negative dei vertici ecclesiastici. Padre Federico Lombardi si è affrettato ad annunciare la revoca di tutte le cariche in vaticano (le cattedre alla Pontificia università gregoriana e al Pontificio ateneo Regina apostolorum, il ruolo di ufficiale della Congregazione per la Dottrina della fede e quello di segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale vaticana) e a bollare la sua uscita come «indebita pressione» sul sinodo.
Ma dentro la Chiesa c’è chi nutre speranza che le parole di Charamsa possano smuovere le acque. «I tantissimi sacerdoti omosessuali che non hanno la forza di uscire dall'armadio» a cui lui stesso a dedicato il suo coming out e gli ancora più numerosi fedeli, cattolici praticanti, che si sentono emarginati dal Vaticano.
CIRCA 30 GRUPPI. Sono una trentina i gruppi cattolici omosessuali sparsi in tutta Italia: da Milano a Catania, da Roma a Bisceglie. In tanti hanno aderito alla Rete internazionale dei cattolici arcobaleno, che dal primo al 4 ottobre si è riunita a Roma per la sua prima assemblea. Quelli del gruppo Emanuele sono attivi a Padova dal 1997, per dare voce, speranza e senso ai bisogni spirituali dei gay cattolici della città veneta. «Difficile fare una stima precisa di quanti siano gli omosessuali», ha spiegato a Lettera43.it uno di loro che ha preferito tenere l’anonimato per non avere problemi sul posto di lavoro, «si dice che siamo il 10% della popolazione italiana. Ma tanti gay si stanno allontanando dalla Chiesa. Magari ci fossero più sacerdoti come monsignor Charamsa».
SI INCONTRANO IN UNA PARROCCHIA. Loro hanno trovato una piccola apertura, e si incontrano in una parrocchia di Padova di cui preferiscono non sia pubblicato il nome perché «tanti vengono qui solo per avere degli incontri sessuali. Noi non abbiamo nulla contro il sesso, ma il nostro è un gruppo spirituale». Qui li hanno accolti, non cacciati o giudicati. Qui, qualche sacerdote, partecipa anche alle loro riunioni per parlare di fede. Altri invece no, «si rifiutano proprio perché sanno che il gruppo è frequentato da tanti omosessuali».
Chi ci parla non ha alcuna difficoltà a credere che monsignor Charamsa non sia l’unico prete gay: «Perché dovrei pensare il contrario? Io stesso ho intrapreso un percorso di fede per diventare frate, prima di rendermi conto che quella vita non faceva per me. Ma penso che per un credente gay, che si sente frustrato nei suoi desideri sessuali, scegliere il celibato possa essere una via di fuga. E non capisco che differenza possa fare se un prete votato all’astinenza è eterosessuale od omosessuale».
«NIENTE DI INDEBITO NELLE PAROLE DI CHARAMSA». Racconta di sapere di un gruppo di sacerdoti gay che si ritrovano per discutere insieme della compatibilità tra omosessualità e fede. E non vede niente di indebito nelle parole di Charamsa: «È un prete e può esprimere il suo pensiero tranquillamente. E solo con un po’ di coraggio si può cominciare ad abbattere il tabù».
Ma se provate a chiedergli quali sono le sue speranze la sua voce si fa più triste: «Sono rimasto deluso dal papa. Sembrava aver dimostrato una certa apertura sul tema, ma poi si è fermato. Probabilmente è alla ricerca di un equilibrio interno alla Chiesa e ci sono tante cose che vorrebbe fare ma non può fare. D’altra parte si trova a dialogare con un’ala molto conservatrice, che tocca punti di integralismo come quello delle sentinelle in piedi. Sappiamo che ottenere una piena accettazione è molto difficile, ma speriamo che almeno se ne possa parlare e si possa lavorare insieme».

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