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INTERVISTA 8 Ottobre Ott 2015 0700 08 ottobre 2015

Raffaele Sollecito: «E se la mia storia capitasse a voi?»

Dipinto come un mostro, assassino, bugiardo. Poi assolto. «Non cerco vendetta», dice Raffaele a L43. «Ma questa non è giustizia. E attenti, può succedere a tutti».

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Mentre i giudici della Corte di Cassazione si riunivano in camera di consiglio per decidere della sua vita, Raffaele Sollecito saliva sull'auto guidata dal padre per coprire nel minor tempo possibile la distanza che separa Roma da Bisceglie.
Era il 27 marzo 2015, erano passati quasi otto anni da quando, il 5 novembre 2007, era diventato, con l'allora fidanzata americana Amanda Knox, il primo sospettato dell'omicidio di Meredith Kercher.
QUATTRO ANNI DI CARCERE. In mezzo c'erano stati quattro anni di carcere, sei mesi in isolamento, nella piena consapevolezza di essere innocente e con la fiducia nella giustizia che man mano andava scemando in un'altalena di sentenze contraddittorie: condannato, assolto, rinviato a nuovo Appello, ancora condannato.
Quando, al secondo passaggio in Cassazione, i giudici della Suprema Corte hanno sancito la sua innocenza «per non aver commesso il fatto», Raffaele era in casa circondato dalla sua famiglia.
Solo la sorella era rimasta a Roma, per ascoltare la sentenza e telefonare a casa riportando la notizia.
Da allora, Sollecito è libero.
CONTRO LA MALAGIUSTIZIA. Ha 31 anni e ha passato gran parte della sua gioventù a combattere per dimostrare di non essere un assassino.
Ora che ha convinto i giudici, ha deciso di spiegarlo anche all'opinione pubblica che, dalle ore immediatamente successive al ritrovamento del cadavere di Meredith, l'aveva identificato in un mostro cinico, distaccato e spavaldo.
Per questo ha scritto Un passo fuori dalla notte (Longanesi, 240 pagine, 14,90 euro).
Per se stesso, per tutti gli innocenti che finiscono vittime della malagiustizia. Persino per Meredith. Perché «se non fosse emersa la verità su me e Amanda, avrebbe pagato anche la sua memoria».

Raffaele Sollecito il 27 marzo 2015, giorno della sua assoluzione. Nel riquadro, la copertina del suo libro. © Getty Images

DOMANDA. Davvero è finito tutto il 27 marzo 2015 con la sentenza della Cassazione?
RISPOSTA.
Alcuni conoscenti mi hanno detto «vabbè, hai vissuto un travaglio assurdo, ma ora sei assolto e innocente. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordiamoci il passato». Questa filastrocca, però, per me non ha senso di esistere.
D. Non ha intenzione di metterci una pietra sopra?
R.
Io non cerco vendetta. Ma questa storia mi ha danneggiato tanto. Mi hanno dipinto come un mostro, assassino, bugiardo. Un ritratto a cui anche oggi è difficile rimediare. Ora voglio raccontare la verità.
D. Un incubo durato otto anni. Come si supera una situazione del genere?
R.
Non si supera. Si tenta di leccarsi le ferite e si cerca un modo per riscattare la propria vita.
D. È per questo che ha scritto un libro?
R.
Sì, e anche perché attraverso la mia esperienza la gente si domandasse tutti i 'perché' necessari affinché una situazione analoga non capiti più a nessuno.
D. Potrebbe accadere a chiunque?
R.
Sì, e io non ci dormo la notte pensandoci. Può succedere a un mio amico, a mio figlio nel futuro, a una persona a me cara.
D. Il gancetto del reggiseno lasciato a terra per oltre un mese, il coltello conservato nella scatola da scarpe, le impronte di Guede scambiate per le sue, i tre pc bruciati. Nel libro elenca tutti gli errori, gli stessi citati dalla Corte di Cassazione che ha assolto lei ed Amanda Knox. Pensa siano stati fatti in buona fede?
R.
Guardi, ci vuole una delicata maestria per bruciare la memoria di un pc. Chiunque abbia mai smontato un computer sa che non è semplice. Io non conosco direttamente queste persone, ci ho parlato solo in questura durante gli interrogatori.
D. Quindi non si sbilancia?
R.
È difficile capire le motivazioni dietro le azioni altrui. Sta di fatto che loro avevano sposato la pista in cui gli assassini eravamo io e Amanda Knox, belli e di buona famiglia.
D. Una storia perfetta.
R. La vittima inglese, la coinquilina americana, il caso è diventato mediatico e chi ci accusava si è esposto davanti a tutti con la sua teoria. E a quel punto è difficile fare marcia indietro e ammettere di aver sbagliato.
D. Se ha dovuto passare tutto quello che ha passato è stato anche a causa delle incongruenze negli interrogatori di Amanda Knox. È mai stato arrabbiato con lei per questo?
R.
All'inizio sicuramente ero molto confuso perché le sue frasi deliranti mi avevano mandato nel pallone catapultandomi in un incubo.
D. Quale?
R. Non capivo fino a che punto quelle dichiarazioni potevano essere verosimili. Non provavo rancore, ma una sorta di rabbia sì. Mi chiedevo: «Che cazzo sta dicendo?».
D. Poi se l'è spiegato?
R.
A mente fredda ho pensato: «Ok, è una ragazza di 20 anni, americana, non capisce bene l'italiano, ha la testa un po' fra le nuvole... Può aver detto qualche stronzata».
D. Che nel processo ha pesato.
R. Mi chiedevo però perché nessuno degli inquirenti si accertasse della credibilità della sua versione. E capivo che stavano prendendo un grosso abbaglio.
D. La vicenda non coinvolgeva solo voi due.
R.
No. C'è anche Rudy Guede. E io cosa c'entro con Rudy Guede?
D. Non lo conosceva?
R. L'ho visto solo una volta, a un'udienza. Non avevo niente a che fare con lui. E la descrizione dell'assassino che lui faceva non corrispondeva a me.
D. Chi ha ucciso Meredith? Solo Rudy Guede?
R.
Io credo di sì.
D. Alla teoria del quarto uomo, il ragazzo con la felpa Napapijri, ci ha mai creduto?
R.
Poco. Anche perché nella stanza del delitto è stato trovato solo il dna di Rudy Guede.
D. Lei pensa di aver sbagliato qualcosa per come si è posto all'inizio?
R.
Io non sapevo di avere le telecamere addosso in quei momenti. Ed ero molto ingenuo.
D. Farebbe cose diverse?
R. Sicuramente oggi terrei degli atteggiamenti più sobri, ma la cosa di cui mi pento di più è di non aver chiamato subito l'avvocato. Gli altri abitanti della casa ce l'avevano, anche se erano innocenti.
D. Andare in Repubblica Dominicana prima dell'Appello bis? Lo rifarebbe?
R.
No. Ne ho fatte di cazzate anch'io, ma l'ho fatto per staccare. Dopo quattro anni di carcere volevo sentirmi libero, e in Italia non lo ero del tutto, la gente mi guardava e giudicava. Sono stato in giro parecchio negli Stati Uniti e oltre per allontanarmi da questo.
D. E oggi la guardano e la giudicano?
R.
Dipende. C'è chi mi si avvicina per darmi il suo supporto, chi non mi calcola ma mi guarda con un po' di irritazione, chi mi riconosce e si esalta perché ha incontrato un personaggio famoso. Ci ho fatto un po' l'abitudine negli anni.
D. Privacy poca, insomma. Mesi dopo la sua assoluzione definitiva finì in un articolo di Selvaggia Lucarelli che l'aveva trovata su Tinder, un social per incontri. Questa cosa le fece rabbia?
R.
Mi ha annoiato. Io ero a Milano, ero su Tinder ma non lo usavo. Ero su quel social come su tanti altri, da Badoo a Twitter a Facebook, per fare la mia tesi. Lei ha trovato il mio profilo e ne ha fatto una questione di Stato. Io ho pensato che possono pure fare questo genere di polemiche, a me non tangono per niente.
D. È più tornato alla villetta di via della Pergola?
R.
Ci sono passato vicino quando sono tornato a Perugia per altri motivi. È una strada in cui si passa facilmente.
D. Però ha visitato la tomba di Meredith in Inghilterra. Ha più pensato a lei?
R.
Sì, ci ho pensato. La visita alla sua tomba è nata dal suggerimento di un amico giornalista britannico, Nigel Scott, che sapeva dove era.
D. Cosa ha provato?
R. Ci sono andato con un sentimento di rispetto e riverenza nei confronti di una situazione molto triste. Per me era un gesto dettato dal dispiacere per una morte così prematura.
D. Ha mai rimpianto la scelta di andare a Perugia o di essersi avvicinato ad Amanda la prima volta che vi siete incontrati?
R.
Ci ho pensato, ma quei pensieri li ho chiusi come meritano: con una risata un po' amara. Non potevo assolutamente dare la colpa di ciò che è successo alla conoscenza di Amanda o a Perugia.
D. Pensa che se Amanda non fosse stata americana, e non avesse avuto dalla sua i media americani, il caso avrebbe avuto lo stesso clamore?
R.
No, forse sarebbe cambiato qualcosa sotto quel profilo. Ma la differenza tra l'atteggiamento americano e il nostro è che loro sono un popolo garantista da sempre.
D. E noi no?
R. Ultimamente ci stiamo avvicinando più alla legge del taglione che a una vera giustizia sociale.
D. È sempre stato così garantista?
R.
Sì. Magari prima in maniera meno consapevole, ma quando a casa si parlava degli episodi di cronaca io non mi esprimevo mai perché ritenevo di non avere gli elementi necessari.
D. Cosa la infastidiva?
R. Mi indignavo quando si parlava di elementi del tutto irrilevanti come accaduto a me: la barba, il taglio di capelli, la maglietta...
D. Però l'esperienza che ha vissuto ha cambiato la sua prospettiva.
R.
Certamente. Ho riflettuto molto sul concetto di pena e sul senso del carcere.
D. Che senso ha?
R.
Per me assolutamente nessuno.
D. Infatti nel suo libro sostiene che il carcere sia vendetta.
R.
Certamente. L'ex magistrato di Mani pulite Gherardo Colombo, in un libro che ho letto e apprezzato, racconta come solo il 20% dei detenuti è effettivamente pericoloso.
D. Gli altri?
R. Sono lì solo per espiare una pena e pagare una vendetta. E il sentimento di vendetta porta solo ad altra violenza.
D. È ciò che chiede la gente.
R. La reazione dell'opinione pubblica a questi casi è spesso di pancia.
D. Perché?
R. È esasperata e si lascia andare a esternazioni pericolose come «ci vuole una pena esemplare, dategli l'ergastolo e buttate la chiave». Così creiamo una civiltà di odio e di violenza.
D. Lei dice di non guardare più la tivù perché ne ha vista troppa in isolamento. Ma conosce gli altri casi di cronaca. È garantista anche con Giuseppe Bossetti e Alberto Stasi?
R.
Certamente. Sempre.
D. Ha visto la polemica che si è creata per la cattedra a tempo indeterminato a Giovanni Scattone? Cosa ne pensa?
R.
Penso che questa sia un'idiozia sociale. Che senso ha condannare una persona, farle scontare una pena, farla uscire dal carcere e poi non permetterle di tornare a vivere?
D. Crede che sia accanimento?
R. Allora uccidila, no? Chi te lo impedisce, il papa? Fatemi capire la serietà e il fondamento di questi discorsi. Il nostro sistema prevede il reinserimento sociale del reo che ha scontato la pena.
D. In carcere ha incontrato tante persone che si professavano innocenti. Lei, dopo anni di sofferenza, è stato assolto anche grazie al lavoro dei suoi avvocati, tra cui Giulia Bongiorno. Si sente più fortunato di chi non può permettersi un collegio difensivo come il suo?
R.
Credo si possa avere un ottimo avvocato anche d'ufficio, spendendo poco. E che ci siano pessimi legali che costano tanto. Il punto non è questo.
D. E qual è?
R.
Credo che sia ingiusto un sistema in cui il pm può produrre prove e perizie d'accusa a spese della comunità, e un avvocato difensore debba utilizzare le risorse private del cliente per fare altrettanto.
D. Cosa è per lei la giustizia?
R.
Un sistema sociale maturo che dia la giusta responsabilità a chi ha sbagliato o non ha rispettato le regole e lo faccia passare attraverso un percorso che tenti di riconciliarlo con la società.
D. Ha ancora fiducia nella giustizia e nelle forze dell'ordine?
R.
Ho conosciuto tanti professionisti seri e capaci che mi hanno dimostrato di esserlo. In loro ho fiducia.
D. E in chi sbaglia?
R. Non si può permettere di passarla liscia senza alcuna conseguenza a chi ha distrutto la vita di una persona.
D. Lei sostiene che la rabbia è paura. Ha ancora paura?
R.
Ho diverse fobie, come gli attacchi di panico che mi vengono quando prendo un aereo. Diversi problemi da risolvere a livello psicologico.
D. E rabbia?
R.
Quella mi viene quando vedo ancora oggi gli atteggiamenti stupidi e sbagliati di finti perbenisti che in realtà sono dei moralizzatori che fanno peggio di quel che dicono.
D. Il libro si conclude con una lunga serie di ringraziamenti. Se avesse dovuto scrivere gli 'anti-ringraziamenti'?
R.
Questa è una bella domanda. Sarebbe stata una lunga lista. In casa editrice stavamo pensando di scrivere la parte oscura del libro. Raccontare solo le persone che mi hanno fatto del male e la lista dei ringraziamenti a loro.
D. Un nome su tutti?
R.
Sono persone che non conosco, non ci ho avuto nulla a che fare. Per questo mi astengo.

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