Marino:Alemanno candidato partito Alfano
LA MODA CHE CAMBIA 11 Ottobre Ott 2015 0900 11 ottobre 2015

Il vero difetto di Marino? La mancanza di stile

L'ex sindaco tradito da una manciata di ricevute. Il simbolo della sua piccineria.

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Qualche giorno fa, Alessandro Gilioli scriveva su L'Espresso di come stentasse a riconoscere l'Ignazio Marino che aveva «conosciuto lui», stimato medico e puntuale collaboratore del settimanale, benché propenso alla nota spese allegra, nella triste figurina che era diventato da sindaco di Roma.
UN'EREDITÀ NON FACILE. Ho incrociato per pochi minuti l'ormai ex sindaco della Capitale all'apertura di una mostra senza ricavarne altra impressione se non quella di un uomo totalmente spaesato e calzato malissimo (deformazione professionale, ma se sapeste quanto sono rivelatrici le scarpe: raccontano tutto, dalla famiglia e il luogo di origine alla cultura e le frequentazioni). Conoscendo Gilioli, tuttavia, non esito a credere che abbia ragione e che molti amici romani condividano la sua impressione: quella di un uomo sì avvezzo a scaricare sugli altri (atenei stranieri, cittadini italiani) i costi delle sue cene e delle sue costose bottiglie di vino, ma anche e sostanzialmente perbene. Un uomo costretto a fare i conti con la pesantissima eredità di un buco di bilancio spaventoso in una città costantemente in stato d'emergenza.
IRRITANTE COME LA MINETTI. E invece, quello che io trovo più irritante di Marino sono proprio le poche decine di migliaia di euro scaricate sui contribuenti per quelle cene familiari, così come avevo trovato insopportabile la pitoccheria dell'igienista dentale Nicole Minetti (qualcuno la ricorda ancora?) che, da consigliere regionale della Lombardia, imponeva ai milanesi perfino il costo delle sue creme di bellezza e delle sue merendine. È questo, il peccato imperdonabile, nella politica come nella vita: la mancanza di stile, la piccineria, l'ossessione per le quisquilie, la prospettiva del tinello.

Un personaggio né pessimo né interessante

Marino non si perde per una ruberia clamorosa, che avrebbe una sua grandezza, ma per una manciata di ricevute, per una bottiglia di amarone. Una tristezza infinita che, sommata alla sua propensione per il conticino da massaia (l'elenco delle spese fatto a Uno Mattina era desolante) e la meritocrazia praticata a piacere e per convenienza (la nomina del suo capo ufficio stampa ad assessore è la prova lampante dell'elasticità dei suoi credo), lo rende un personaggio forse non pessimo, ma neanche interessante, neanche meritevole di una seconda chance, che è quanto sembra siamo pronti in molti a dargli, da Sel a Civati, cioè i migliori nemici del premier Matteo Renzi.
VITTIMA DELLA MANCANZA DI GRANDEZZA. Quella di Marino è la tragedia di un uomo piccolo, anzi piccino, di un commerciante al dettaglio della politica. Vittima di se stesso, come hanno detto già in molti, ma soprattutto della propria mancanza di grandezza nel gesto, che paradossalmente non manca nemmeno ai pur kitschissimi Casamonica (l'epiteto di «dottor Bruno» a Vespa che li intervistava a Porta a Porta aveva i caratteri del sublime disprezzo di certi nobili di un tempo). A Marino fa difetto la capacità di suscitare ammirazione, considerazione, nel bene come nel male. Marino non è l'allegro chirurgo in cui tanti vogliono identificarlo. È il docteur Homais di Madame Bovary, il piccolo farmacista contento di sé e dei suoi privilegi che al momento topico lascia la bottega in mano al garzone.

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