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PROFILO 12 Ottobre Ott 2015 1208 12 ottobre 2015

Jason Rezaian, giornalista americano condannato in Iran

Jason Rezaian, corrispondente da Teheran per il Washington Post, rischia fino a 20 anni di carcere. È accusato di spionaggio in un processo a porte chiuse. Dopo mesi di detenzione in regime di isolamento.

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Il corrispondente del Washington Post da Teheran Jason Rezaian.

Da quando il governo iraniano lo ha imprigionato, a luglio del 2014, Jason Rezaian è stato interrogato tutti i giorni per mesi e mesi, senza accuse e senza la possibilità di farsi assistere da un avvocato. Separato da sua moglie Yeganeh, anche lei giornalista, arrestata e rilasciata su cauzione a ottobre 2014, tenuto in isolamento nelle celle dei Guardiani della rivoluzione, adesso il corrispondente del Washington Post da Teheran è stato condannato e rischia da 10 a 20 anni di carcere.
VERDETTO SENZA DETTAGLI. Tra i capi d'imputazione ne compare uno particolarmente grave: spionaggio. Ma Rezaian è accusato anche di raccolta di informazioni riservate, collaborazione con governi ostili all'Iran, propaganda contro la repubblica islamica e persino di aver scritto una lettera al presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Il suo portavoce giudiziario, Gholam Hossein Mohseni Ejehi, non è in grado di riferire qualcosa di più: «Non ho dettagli sul verdetto», ha dichiarato alle agenzie di stampa internazionali, precisando che Rezaian ha 20 giorni di tempo per presentare un ricorso in appello.
L'avvocato del giornalista, Leila Ahsan, non è ancora riuscita a parlare con il suo assistito. Il tribunale rivoluzionario che l'ha condannato è presieduto dal giudice Abolghassem Salavati, famoso per il pugno di ferro applicato contro dissidenti e attivisti dell'opposizione.

PROCESSO SENZA GARANZIE. Il processo che ha portato alla condanna di Rezaian si è tenuto a porte chiuse ed è stato molto criticato sia dal governo americano, sia dalle organizzazioni che si battono per difendere la libertà di stampa, dentro e fuori dall'Iran. Nemmeno alla madre e alla moglie del corrispondente è stato consentito di assistere alle udienze. E secondo i suoi difensori il giornalista non avrebbe mai dovuto essere arrestato.
Washington ha rinnovato la sua richiesta di rilascio immediato a Teheran anche il 12 ottobre: «A prescindere dalla condanna, gli Stati Uniti continuano a chiedere al governo iraniano di far cadere tutte le accuse contro Jason», ha detto il portavoce del dipartimentro di Stato americano, John Kirby.
L'IRRUZIONE DELLE FORZE DI SICUREZZA. Il 22 luglio 2014 le forze di sicurezza iraniane hanno fatto irruzione nella sua casa di Teheran. Hanno portato via block notes, libri, computer portatili e lo hanno spedito nella prigione di Evin, nota in Iran come il carcere in cui molti prigionieri politici sono detenuti e interrogati.
Il dibattimento è iniziato dopo 10 mesi di isolamento, durante i quali il corrispondente del Post ha potuto incontrare il suo avvocato una sola volta.
«Condizioni illegali, che sembrano fatte apposta per indurlo a una confessione forzata, in diretta violazione dell'articolo 38 della Costituzione iraniana», hanno denunciato i suoi colleghi sul Washington Post.
«ACCUSE PRIVE DI FONDAMENTO». Il giornale lo ha sempre difeso, sostenendo l'inconsistenza delle accuse mosse con notevole ritardo nei suoi confronti.
«Nella sua attività giornalistica non c'è nulla che possa essere interpretato come spionaggio, come collaborazione con governi ostili all'Iran, come raccolta di informazioni riservate o propaganda contro la repubblica islamica», ha sempre ripetuto il quotidiano americano.
DOPPIA CITTADINANZA IRANIANA E STATUNITENSE. Rezaian, 39 anni, vive in Iran da quasi 10 anni e ha iniziato a scrivere per il Washington Post nel 2012. Prima ha lavorato come freelance, sempre dalla capitale Teheran, per altre testate americane, tra cui San Francisco Chronicle, GlobalPost, Ardesia e Monocle. Ha la doppia cittadinanza, iraniana e statunitense, e ha battuto un triste record. È detenuto da un periodo di tempo più lungo rispetto a qualsiasi altro giornalista straniero arrestato dalla teocrazia sciita, più di quanto non lo siano stati i 52 ostaggi americani catturati nell'ambasciata Usa nel 1979, all'alba della rivoluzione khomeinista.
LA POSSIBILITÀ DI UNO SCAMBIO DI PRIGIONIERI. Il caso Rezaian non è solo giudiziario, ma si colloca al centro di una delicata partita politica. Il presidente iraniano Rohani, nelle ultime settimane, ha ripetutamente suggerito la possibilità di realizzare uno scambio di prigionieri. L'Iran sarebbe disposto a rimettere in libertà il giornalista e altri due cittadini iraniani-americani, se gli Stati Uniti facessero altrettanto con alcuni iraniani condannati per aver violato le sanzioni internazionali. Nei 20 giorni di tempo concessi al corrispondente per fare appello contro la sentenza, c'è spazio per mettere in campo sforzi diplomatici in grado di scongiurare gli effetti di una condanna che appare strumentale e ingiusta agli occhi dell'opinione pubblica occidentale.

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