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GIUSTIZIA 13 Ottobre Ott 2015 1445 13 ottobre 2015

Abusi in divisa, nei tribunali è il mese della verità

Cucchi, altri quattro carabinieri indagati. Dal caso Uva a quello Bifolco: sei processi che vedono gli agenti alla sbarra. E che a ottobre possono svoltare. Il sindacato di polizia: «Abbassare la tensione».

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I familiari di Davide Bifolco, il ragazzo di 17 anni ucciso da un carabiniere a Napoli.

«Quando in un servizio di polizia una persona perde la vita è sempre una sconfitta per lo Stato. Chiunque sia la vittima, cittadino o agente»: secondo la tesi del segretario del Siap (Sindacato italiano appartenenti polizia) Giuseppe Tiani, quindi, negli ultimi anni lo Stato ha perso troppe volte.
SVILUPPI PER SEI PROCESSI. In occasione dell’inizio del processo per l’omicidio del 17enne Davide Bifolco (ucciso il 5 settembre 2014 a colpi di pistola da un carabiniere durante un inseguimento), l’Associazione contro gli abusi in divisa (Acad) ha ricordato quelle che per il sodalizio sono le altre vittime.
Solo nel mese di ottobre ci sono udienze relative a sei processi che vedono alla sbarra carabinieri o poliziotti. Altre quattro udienze sono fissate entro il 2015.
Fino a sentenza definitiva gli imputati sono presunti innocenti, però il problema resta.
IL SIAP CHIEDE GARANZIE. Tutto ciò mentre in Italia si sta ancora discutendo del reato di tortura così come del numero identificativo sulle divise degli agenti.
E se i sindacati di polizia Coisp e Sap hanno sempre dichiarato che la nuova legge impedirebbe agli agenti di svolgere il proprio lavoro, il Siap pur avendo messo una pietra sopra l’ipotesi del numero identificativo, apre alla legge.
«Purché vi siano delle garanzie», ha spiegato a Lettera43.it Tiani, secondo cui è necessario partire «dal presupposto che nel nostro Paese non ci sono faide tra cittadini e polizia, ma siamo tutti dalla stessa parte e che i poliziotti devono essere al servizio dello Stato e, quindi, della gente».

Uva, Brunetti, Bifolco: le morti su cui fare luce

Ilaria Cucchi

In questi giorni a Varese sono previste due udienze nel processo per la morte di Giuseppe Uva.
In Corte d’Assise il procedimento a carico di due carabinieri e sei poliziotti (per omicidio preterintenzionale) presenti la notte del 14 giugno 2008 nella caserma dei carabinieri di Varese. Uva vi fu condotto dopo essere stato fermato per schiamazzi e vandalismi.
IN FRANCIA IL CASO DANIELE FRANCESCHI. A Roma, invece, il 7 ottobre il pg ha chiesto in Appello 10 anni per gli agenti che ebbero in custodia Stefano Brunetti, 43enne di Anzio arrestato l'8 settembre 2008 con l'accusa di rissa e morto il giorno dopo in ospedale. Nel 2013, in primo grado, i giudici della Corte di Assise di Frosinone li avevano assolti.
Secondo la versione degli agenti in commissariato Brunetti si rese protagonista di atti di autolesionismo.
In Francia, poi, c’è l’appello per la morte di Daniele Franceschi, che in primo grado ha portato alla condanna di due membri dello staff sanitario del penitenziario di Grasse, in Costa Azzurra. Questo solo per chi, in seguito o in concomitanza con l’intervento delle forze dell’ordine, ha perso la vita.
ILARIA CUCCHI ALLONTANATA DALL’AULA. In attesa della sentenza poi rinviata del processo Bifolco, a Napoli la tensione era forte. Il tribunale era presidiato da una cinquantina di agenti in automezzi blindati. C’erano anche Ia sorella di Stefano Cucchi, proprio nel giorno in cui il fratello avrebbe compiuto 37 anni, e Claudia Budroni, sorella di Bernardino, il 40enne che il 30 luglio 2011 sul grande raccordo anulare di Roma fu ucciso dal proiettile di un poliziotto che lo stava inseguendo. Sono state invitate ad allontanarsi.
«Invitate dagli agenti a lasciare il piano del tribunale dove si trova l’aula d’udienza. Pericolose. Mah», ha scritto sulla sua bacheca Facebook Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Bifolco e di molte, presunte vittime delle divise. Forse solo una questione di ordine pubblico.
CUCCHI, ALTRI 4 CARABINIERI INDAGATI. Il processo per la morte di Stefano Cucchi riprenderà il 15 dicembre in Cassazione. Ma nel frattempo arriva la notizia che altri quattro carabinieri sono indagati: Alessio Di Bernardo, Raffaele D'Alessandro, Francesco Tedesco e Vincenzo Nicolardi.
I primi tre - militari che parteciparono alla perquisizione in casa Cucchi e al trasferimento di questi nella caserma Appia - sono accusati di lesioni aggravate. Il quarto di falsa testimonianza, stessa ipotesi di reato per la quale è iscritto da tempo l'allora vice comandante della stazione di Tor Sapienza, Roberto Mandolini.

Si torna in aula per i casi De Michiel e Narducci

I fratelli Tommaso e Nicolò De Michiel.

Nel frattempo sono attesi sviluppi su altri due casi.
Il 21 ottobre a Venezia continua il processo De Michiel per i fatti del 2 aprile 2009.
I fratelli Tommaso e Nicolò De Michiel, allora 23 e 25 anni, litigavano a due passi da casa quando arrivò una volante.
CINQUE POLIZIOTTI A GIUDIZIO. I poliziotti (cinque quelli a giudizio) hanno sempre sostenuto che i due erano in stato di ubriachezza e che avevano cominciato già dal momento in cui erano stati caricati sul mezzo a dimenarsi e a colpire gli agenti.
Nicolò De Michiel ha presentato ricorso contro l'accusa di ubriachezza e il giudice di pace gli ha dato ragione. Negli uffici della Questura uno dei due fratelli ha subìto lesioni guaribili in 40 giorni (la frattura di due costole, contusioni multiple).
GIOVANE ASSOLTO IN PRIMO GRADO. Il 22 ottobre si torna in aula, a Bologna per il processo a carico di Filippo Narducci, che nel 2010 fu arrestato e poi denunciato da tre poliziotti.
Il giovane è già stato assolto in primo grado.
Per i tre agenti - accusati in un secondo momento di abuso d’ufficio, falso materiale e ideologico, falsa testimonianza e lesioni personali - il tribunale di Forlì ha chiesto per due volte l’archiviazione del procedimento, a cui Narducci si è sempre opposto.

Reato di tortura, il Siap chiede «importanti modifiche»

Il segretario del Siap (Sindacato italiano appartenenti polizia) Giuseppe Tiani.

«Le tensioni individuali e collettive che non hanno trovato soluzione nelle appropriate sedi dei palazzi istituzionali si scaricano sulla piazza e nei rapporti tra cittadini e forze di polizia», ha detto Tiani.
Secondo cui la colpa sta tutta nella inadeguatezza delle leggi esistenti: «Bisogna fissare paletti rigidi rispetto a chi viola, oltraggia e resiste agli ufficiali in uniforme. Detto ciò, se il poliziotto sbaglia è giusto che paghi. Non sono tra quelli che vogliono nascondere. Però servono regole severe, perché non possiamo permettere che si sputi in faccia agli agenti, così come che questi abusino di poteri che lo Stato conferisce loro. Anche io ho partecipato alle lotte studentesche, ma non ho mai usato violenza».
IL NUMERO IDENTIFICATIVO COLLETTIVO. Il Siap aveva dato la sua disponibilità a discutere di un numero identificativo che fosse però relativo a un reparto e non al singolo.
«La piega che ha preso il dibattito», ha detto il segretario generale, «ci spinge oggi a dire un secco no. Non ci sono le condizioni culturali, politiche e sociali».
Sul tavolo politico resta il reato di tortura. «Ci sarebbero importanti modifiche da apportare. Non può essere un reato proprio, a esclusiva delle forze di polizia», ha sottolineato Tiani, che critica aspramente la parte del testo che «estende il concetto di tortura anche al caso in cui si arrechi, con violenza o minaccia, un’acuta sofferenza per vincere una resistenza».
«SERVONO STANZE ADEGUATE». La soluzione: «Ci devono essere garanzie». In concreto? «Ci siano luoghi adeguati nei nostri uffici e nelle caserme militari, ossia di carabinieri e finanza».
Per il segretario del Siap servirebbero «una stanza per gli arrestati con il vetro e una stanza per i verbali con all’interno quattro telecamere dall’alto verso il basso e quattro negli angoli del pavimento, dove la visione di immagini e voci sia a 360 gradi. Non si può prendere un frammento di una condotta e farlo diventare un fatto. Vogliamo essere garantiti anche noi».

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