Esperti Usa, Isis ha superato al Qaida
ANALISI 15 Ottobre Ott 2015 1335 15 ottobre 2015

Isis, dal petrolio 500 milioni di dollari in 12 mesi

Il Financial Times: «Bombardamenti americani inefficaci». Secondo l'inchiesta del quotidiano inglese, la produzione del Califfato arriva a 40 mila barili al giorno.

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Il contrabbando di petrolio rappresenta la singola fonte di reddito più consistente per le finanze del gruppo Stato islamico. I jihadisti dell'Isis, negli ultimi 12 mesi, hanno navigato nell'oro nero, incassando dalla vendita clandestina del greggio 500 milioni di dollari.
Le cifre sono del Financial Times, autore di un'inchiesta secondo cui gli oltre 10 mila raid condotti nel corso dell'anno dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti si sono rivelati sostanzialmente un flop. I bombardamenti non avrebbero intaccato le capacità petrolifere del Califfato, stimate dal quotidiano della City in circa 40 mila barili al giorno.

La mappa del Financial Times con i campi petroliferi caduti nelle mani dell'Isis.


OGNI GIORNO DAL PETROLIO 1,53 MILIONI DI DOLLARI. Le conclusioni del Times sono corroborate non solo dalle analisi degli specialisti del settore, ma anche da decine di testimonianze di persone coinvolte in prima persona nel contrabbando di petrolio tra la Siria e l'Iraq. Nei territori occupati dall'Isis ogni giorno il traffico di petrolio frutterebbe 1,53 milioni di dollari. E il mezzo miliardo di dollari di incassi annui è ormai ammesso anche da fonti diplomatiche americane e da singoli funzionari dei servizi d'intelligence occidentali. In sostanza, su questo fronte, l'Isis sembra quasi impermeabile alle bombe della coalizione. Uno stato di cose che contrasta con i successi ottenuti invece a suo tempo dalla comunità internazionale nell'aggredire i canali di finanziamento di Al Qaida dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001.
A DIFFERENZA DI AL QAIDA, L'ISIS È AUTARCHICO. Del resto l'Isis, a differenza di Al Qaida, genera la maggior parte degli introiti di cui ha bisogno dall'interno dei suoi confini e «non dipende da raccolte occulte di fondi dall'estero», precisa il Financial Times. Senza contare che raccoglie denaro anche dalla «tassazione, dalle estorsioni e dal traffico di reperti archeologici».
Un flusso di risorse che alimenta la macchina da guerra dell'Isis, fornisce elettricità ai suoi territori e consente ai jihadisti di fare propaganda criticando le condizioni di vita della popolazione nei Paesi arabi confinanti.
DEIR AZZOR, IL GIACIMENTO PRINCIPALE. Dall'inchiesta del quotidiano inglese, emerge come la principale regione produttrice di petrolio caduta nelle mani dell'Isis sia la provincia orientale siriana di Deir Ezzor. La produzione si aggirerebbe tra i 34 mila e i 40 mila barili al giorno, secondo le testimonianze di alcuni abitanti locali. Il gruppo Stato islamico controlla anche il campo di Qayyara nei pressi di Mosul, nel Nord dell'Iraq, che produce circa 8 mila barili al giorno di greggio, utilizzato prevalentemente a livello locale per produrre asfalto.
ACQUIRENTI SIRIANI E IRACHENI. L'Isis, più ancora che delle esportazioni, beneficerebbe dei mercati 'interni' per vendere il suo petrolio: i territori ribelli del Nord della Siria e le regioni a cavallo del confine tra la Siria e l'Iraq. La maggior parte dell'oro nero verrebbe venduto a commercianti indipendenti direttamente nei giacimenti petroliferi. Acquirenti siriani e iracheni aspetterebbero pazientemente il loro turno, rimanendo in attesa anche per intere settimane.
LA FILIERA DEL CONTRABBANDO. I commercianti, una volta comprato il greggio, hanno diverse opzioni. Possono portarlo nelle raffinerie più vicine, scaricarlo e tornare a fare la fila. Possono rivenderlo a commercianti più piccoli, che poi lo inviano ai ribelli nel Nord della Siria oppure a Est, verso l'Iraq. Oppure possono tentare la fortuna e provare a rivenderlo direttamente sul mercato. La maggior parte degli operatori preferirebbe liberarsi il prima possibile del greggio e tornare a fare la fila presso i giacimenti. Il petrolio, una volta raffinato, viene acquistato da intermediari siriani e iracheni, che introducono il carburante in tutta la Siria e in Iraq. A questo punto, i jihadisti dell'Isis sono quasi del tutto fuori dai giochi. Circa metà del petrolio finisce in Iraq, l'altra metà viene consumata in Siria, sia nei territori controllati dell'Isis, sia nelle aree controllate dai ribelli nel Nord.

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