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RIFLESSIONE 15 Ottobre Ott 2015 1836 15 ottobre 2015

Morte di Elia, la psicoterapeuta Parsi sul rapporto adolescenti-social

''Segna gol da lassù, bomber''. Cuori. Rip. I post sulla pagina del 17enne morto a Milano sono sintomo della solitudine degli adolescenti. Parsi ne parla a Lettera43.it.

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Elia Barbetti.

Un altro 17enne precipitato dal balcone di un hotel.
Un altro adolescente morto senza che i suoi compagni di classe e di camera si accorgessero di nulla, nella notte.
Alcol e droghe leggere trovate in camera.
DUE MORTI SENZA SENSO. Impossibile non accostare la fine di Elia Barbetti, morto all'alba del 15 ottobre, a quella ancora misteriosa di Domenico Maurantonio.
Due morti insensate che dovrebbero lasciare senza parole.
Perché nulla si può dire davanti a un ragazzino che perde la vita durante una gita scolastica per essersi sporto - ma il condizionale è d'obbligo visto che sono ancora in corso le indagini - dalla finestra, magari ubriaco e ''fatto''.
E invece su Facebook è un fiorire di commenti.
POST PER ESORCIZZARE LA MORTE. C'è chi cita Canzone per un'amica di Guccini.
Chi posta, e poi cancella, l'invito in futuro a «farsi un'altra bevuta come quella di sabato».
C'è chi mette semplicemente un cuore, chi un R.I.P (dal latino 'requiescat in pace', in inglese 'rest in peace', riposa in pace).
Chi racconta dell'ultimo litigio e chi chiede al «bomber» di continuare a segnare gol da lassù o di insegnare agli angeli a vivere.
E chi non conoscendolo dice di portare «rispetto».
Tutto senza considerare che no, l'iPhone purtroppo non si porta nell'aldilà, se mai dovesse essercene uno.

Dal 'rest in peace' al 'rest in Facebook'

Maria Rita Parsi.

Più che 'rest in peace' pare che il cordoglio 2.0 abbia inaugurato il 'rest in Facebook'.
Già, perché come spiega a Lettera43.it la psicoterapeuta Maria Rita Parsi, «il mondo virtuale ci difende dalla madre di tutte le angosce: quella della morte». In altre parole, io posso morire, ma il mio avatar non morirà mai.
MORTE E ADOLESCENZA. Il rapporto con la morte, poi, per gli adolescenti è un nodo cruciale.
«Questo periodo della vita è caratterizzato dall'elaborazione di un lutto», continua Parsi, «si abbandona l'infanzia, il bambino muore e si diventa qualcos'altro. Normale, quindi, che l'attrazione per il rischio e la voglia di morire si mescolino».
Ecco perché, e non dall'era di Facebook, in questo passaggio si corre in moto, ci si ubriaca, ci si droga.
Salvo poi postare sui social le proprie 'prodezze'.
Lì, in quelle bacheche online, «non si muore mai. Ci si distrae dalla morte». Quei post, quei cuoricini non sono per Elia. Sono per coloro che li scrivono.
SINTOMO DI SOLITUDINE. «Per non elaborare il distacco e ammettere che ci si ammala e si muore, ammettendo la fine dell'esperienza di vita», dice la psicoterapeuta, «si lascia la propria traccia online. È un sintomo della solitudine in cui ci si arrocca. L'idea di condivisione, poi, è una illusione. Sui social non si condivide un bel nulla, ci si limita a esprimere la propria angoscia». Che, in questo modo, si esorcizza.
ADULTI NON CRESCIUTI. E questo non vale solo per gli adolescenti. I comportamenti dei 'grandi' davanti a un iPad o un iPhone non sono molto diversi. Tanto che viene da chiedersi se sono i ragazzini a scimmiottare gli adulti o gli adulti a non essere mai cresciuti.
Parsi non ha dubbi: «Gli adulti che commentano su Facebook la morte di un personaggio famoso o di un amico in fondo sono bambini. Rifiutano di prendersi la responsabilità dell'angoscia di morire. Tentano, esattamente come gli adolescenti, di distrarsi dalla morte vivendo in un mondo dove non si muore mai».
DOLORE E BANALITÀ IN RETE. Stare nel dolore, abitarlo, è tutta un'altra cosa. E sicuramente «non equivale a scivere banalità in Rete».
Un esempio? Che differenza c'è tra dire a un bimbo «il nonno non c'è più è volato in cielo con gli angeli» e scrivere su Facebook: «Ora insegnerai a tirare i rigori agli angeli»? Nessuna, almeno per gli adulti-bambini.
VIVERE SULLA SUPERFICIE. Alla vita reale si preferisce la 'non vita' virtuale.
Sui social si arriva a «chiedere testimonianza agli altri dei propri passaggi di vita». Per lo stesso motivo, aggiunge la psicoterapeuta, «si seguono gli ex su Facebook, si spiano le loro mosse, le loro nuove frequentazioni invece di prendere il telefono e parlare a tu per tu, incontrarsi, confrontarsi».
Vivere sulla superficie, senza mettersi in gioco, è più semplice. Implica meno responsabilità.

«Il punto di riferimento non è più la famiglia, ma la Rete»

Lo screenshot del profilo Facebook di Elia.

Una cosa è certa: i social hanno distorto la nostra prospettiva, per non parlare di quella dei nativi digitali.
Parsi non demonizza il 'mezzo': «Può essere utile, vi si trovano moltissime informazioni, aiuta a fare ricerche».
Ma, come sempre, tutto sta in come lo si usa.
IL CRITERIO DI FAMA. È inconcepibile, per esempio, che online si possa diventare famosi «perché si pesta un handicappato, perché si corre in auto ubriachi o perché, brutalmente, si muore».
O che li si utilizzi come babysitter surrogate per i piccoli, che ne diventano dipendenti, salvo poi esserne travolti.
«Una volta c'era la televisione, è vero», spiega Parsi, «si stava tutti davanti a un programma. Ora con internet e i social la situazione è diversa: si può accedere a ogni tipo di contenuto e i controlli sono difficilissimi».
Il punto di riferimento (spesso) non è più la socialità della famiglia, ma la Rete.
SERVE UN'EDUCAZIONE SENTIMENTALE. Tutta colpa dei genitori, insomma? Non proprio. Il fatto è che «se non si responsabilizzano, se manca una educazione sentimentale» allora non si va da nessuna parte.
Lo stesso vale anche fuori dal web: le ubriacature in gita, le canne, le bravate ci sono sempre state e sempre ci saranno.
Quello che può realmente fare la differenza «è un'operazione culturale con le famiglie, che devono essere educate prima di educare».
In altre parole «è necessario mettere le madri e i padri nella condizione di poter porre delle regole, di dire semplicemente ai figli: 'No, questo non si fa. Questo è vietato'».
L'ADOLESCENTE CONSUMATORE. Ma non è finita qui. È la stessa concezione di adolescente che deve essere rivoluzionata.
«Ora è considerato solo un consumatore», sottolinea Parsi, «di droghe, di alcol, di vestiti». Senza dimenticare, guardando la bacheca immortale di Elia e le foto con i cocktail in mano nei locali, un dettaglio che proprio dettaglio non è: «Chi dà da bere alcolici a un minorenne non è solo un irresponsabile, ma un criminale».

Twitter @franzic76

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