Modella Charli Howard 151017210328
LA MODA CHE CAMBIA 18 Ottobre Ott 2015 0800 18 ottobre 2015

I vestiti non si creano su modelle malate

Gli stilisti lavorano su donne reali. Si sfruttano le ragazzine solo per immagine.

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La modella Charli Howard.

L'inglese Charli Howard si ribella alla sua agenzia.
Ha ragione. Perché nemmeno la moda lavora su corpi come il suo.
Un paio di giorni fa, mentre nella sede centrale della Sapienza si organizzava la strepitosa Maker Faire, ormai l'appuntamento più importante per scambiarsi idee e progetti di invenzioni, con il direttore Risorse umane e organizzazione del gruppo Aeffe, Fausto Bacchini, e un centinaio di studenti del corso di Scienze della moda e del costume, ci siamo rifugiati nella sede distaccata delle ex Vetrerie Sciarra, immaginifico sogno imprenditoriale di inizio 900 adattato a sogni nuovi, per il nuovo ciclo di seminari che mette gli studenti a contatto con l'imprenditoria della moda.
LE MODELLE DI ATELIER? DONNE VERE. In quella occasione, forse per la prima volta dopo diversi anni, ho visto centinaia di occhi spalancarsi di meraviglia quando l'ospite ha raccontato, parlando delle competenze tecniche sartoriali necessarie anche ai manager per poter fare bene il proprio lavoro, come le modelle di atelier rispettino canoni e proporzioni ideali di donna che sono ben diversi da quelli richieste alle modelle di sfilata.
Quando ha dichiarato che la modella di atelier sulla quale il gruppo di Alberta Ferretti lavora ha 42 anni e due figli, e che le sue misure sono quelle sulla quale vengono sviluppate tutte le altre taglie, ho percepito distintamente un risucchio d'aria.
E LE RAGAZZE PELLE E OSSA? Centinaia di polmoni trattenevano il respiro, incapaci di espellerlo per formulare l'unica domanda a cui tutti avrebbero voluto una risposta: se la donna ideale su cui gli stilisti creano i loro vestiti può non essere una ragazzina e può aver addirittura già avuto figli, se quello è un modello di bellezza così possibile da rischiarvi sopra un'intera collezione, le ragazze magrissime che vediamo in passerella che cosa sono?
Immagine. Pura immagine. Un'idea platonica non di bellezza, ma di pensiero attorno all'essere femminile, alla sua essenza, che non rispetta alcun canone, ma tenta costantemente di crearne uno nuovo.
A OGNUNO IL SUO CANONE. Ogni epoca ha avuto il suo, e certi stilisti e couturier se ne sono addirittura creati di propri: il grandissimo Cristobal Balenciaga mandava per esempio in passerella solo donne spagnole come lui, di qualunque altezza, e di peso spesso rilevante, perché convinto che le donne diventassero belle grazie ai suoi abiti, e non il contrario.
In anni più recenti, Jean Paul Gaultier ha saputo fare lo stesso, e i Dolce e Gabbana ci stanno lentamente arrivando, con campagne pubblicitarie che mettono in scena donne di ogni età.
Ma se i canoni della bellezza classica sono sostanzialmente immutati dall'epoca attica in cui vennero dipinte le ceramiche che fra pochi giorni verranno esposte a palazzo Leoni Montanari, sede della Gallerie d'Italia a Vicenza, se quei rapporti e quelle proporzioni, matematiche, non cambiano, e possono continuare a incarnarsi in una bellissima donna di 42 anni dai magici rapporti fra spalle, seno, vita e fianchi, cambiano molto (e non di rado purtroppo) quelli della cosiddetta immagine alla moda.
LA RIVOLTA DI CHARLI. Per questo ho letto esultante la denuncia della modella inglese Charli Howard nei confronti della sua agenzia, che la invitava a perdere altri tre centimetri su fianchi già magri (è una taglia 38): «Non posso tagliarmi le ossa. E mi rifiuto di sentirmi in colpa perché non raggiungo i vostri ridicoli e inottenibili standard di bellezza mentre voi state seduti tutto il giorno alla scrivania divorando torte e biscotti e criticando me e le mie amiche per il nostro aspetto fisico».


In calce al post, ha digitato anche un «vaffa» che mi ha messo addosso un bel po' di allegria cancellando pure qualche senso di colpa per non essere intervenuta abbastanza negli anni in cui avrei potuto farlo: quando nella rivista femminile dove lavoravo era giorno di casting, cioè il lunedì, arrivavo dopo mezzogiorno per evitare di ascoltare i commenti agghiaccianti che provenivano dalla stanza accanto: «Tesoro, che piedi orribili», «oddio ma questo è un servizio di costumi, non di costumi da clown. Chi l'ha mandata questa?», «Amore, ma quanto hai barato sull'altezza?».
La fila di scheletrini appoggiata al muro subiva tutto in silenzio e ripartiva alla volta della metropolitana con i book sottobraccio.
SOLO POCHE SI SALVANO. Talvolta arrivava una nuova ragazza meravigliosa e grintosa come Eva Riccobono (nella nuova commedia di Marco Ponti Io che amo solo te si dimostra anche e sempre di più un'ottima attrice) e mi sentivo meno a disagio, ma la media era ben diversa. E nonostante si facesse più abbacchiata a ogni giro, continuava a rappresentare un modello in grado di influenzare milioni di ragazze.
Per questo, anche diversi anni e molti battage anti-magrezza dopo, l'evidenza che una bellezza matura, naturalmente tonica e ben tenuta, ha ancora la chance di sbaragliare migliaia di bambine pelle e ossa, scelte solo per ben figurare nelle riprese e nelle foto ma improponibili come modello reale, ha fatto ammutolire centinaia di ventenni.
Per questo lo racconto.

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