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FOCUS 19 Ottobre Ott 2015 1807 19 ottobre 2015

De Luca, i motivi dell'assoluzione

Lo scrittore assolto. Ma il dibattito sul reato d'opinione è apertissimo. In Europa soprattutto. Per questo non va ridotto a un reperto bellico.

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Assolto perché il fatto non sussiste.
Finisce così il processo a Erri De Luca, accusato di istigazione a delinquere per alcune frasi rilasciate in un'intervista contro la Tav lette come un 'inno al sabotaggio'.
Parole che, secondo il pm di Torino Antonio Rinaudo, erano «dirette a incidere sull'ordine pubblico». Questo perché, disse, «De Luca ha peso, pregnanza, possibilità di incidere sulla volontà di altri e con la forza delle sue parole ha sicuramente incitato a commettere reati».
Evidentemente per il giudice questo nesso non era così evidente, anzi.
L'ELEMENTO DELLA DISCREZIONALITÀ. Vero, «l'istigazione è punita indipendentemente dal fatto che i reati veicolati vengano commessi o meno», spiega a Lettera43.it Alessandro Gamberini, docente di Diritto penale a Bologna. Ma il confine è molto labile. Anche perché «ciò che distingue un comportamento lecito da uno penalmente rilevante è spesso discrezionale».
La libertà di pensiero è tutelata dall'articolo 21 della nostra Costituzione e va comunque distinta dall'eventuale concretizzarsi di reati attraverso quel pensiero.
«Bisogna aspettare le motivazioni della sentenza», continua Gamberini, «ma credo che il percorso compiuto dal tribunale abbia accertato che nelle parole di De Luca non vi fosse un'idoneità concreta a suscitare comportamenti delittuosi».
LA CENTRALITÀ DEL CONTESTO. Infatti è stato appurato che dopo l'intervista, gli attacchi e i sabotaggi al cantiere di Chiomonte sono addirittura diminuiti.
Ma anche nel caso fossero aumentati, fa notare il professore, sarebbe stato necessario collegarli inequivocabilmente alle parole di uno scrittore di 70 anni. Senza un ragionevole dubbio.
Non solo. Difficile, infatti, accertare che lo scrittore fosse consapevole dell'eventuale effetto delle sue parole. «Lui stesso lo ha negato fermamente nella sua difesa», ricorda il professore, «rivendicando addirittura una accezione non concreta di sabotare». E il tribunale gli ha creduto.
Il termine, aveva poi spiegato in Aula De Luca, «ha un significato nobile, lo hanno utilizzato anche Mandela e Gandhi. La Tav va ostacolata, impedita e intralciata, quindi sabotata per la legittima difesa della salute, del suolo, dell'aria e dell'acqua di una comunitá minacciata».
Dunque lo scrittore non ha innescato alcun reato con le sue parole. Né intendeva istigarlo.
UNO SCRITTORE NON È UN POLITICO. E, per di più, è un letterato, un pensatore solitario. Sì, seguito da molti fan. «Ma non stiamo parlando di un leader politico che ha una presa sul proprio elettorato, sulle proprie truppe», fa notare Gamberini. In altre parole, se le stesse parole fossero state pronunciate da un capo No Tav davanti ai militanti, forse le cose sarebbero andate diversamente.
Tanto per fare un esempio: un politico che incita via social network i propri follower a «prendere a calci in culo i migranti» potrebbe rischiare più di De Luca.

Reato d'opinione: un dibattito apertissimo in Europa

Con la sentenza di assoluzione, dunque, l'articolo 21 della Costituzione ha vinto sull'articolo 414 del codice penale fascista.
Anche se, sottolinea Gamberini, «cavarsela dicendo che il reato d'opinione, o quello che ne resta almeno nel nostro Paese, è un residuo bellico del fascismo» non solo è banale ma per giunta rétro.
Del resto le pene per il vilipendio o per l'apologia sono state nei decenni ridotte.
Ma allora dov'è il limite? Il contesto, a questo proposito, è essenziale. Molto, come si è detto, dipende da chi sei, se istighi o offendi con dolo, e se alle tue parole seguono azioni concrete.
APOLOGIA, CHI L'HA VISTA? «Se per esempio difendo chi occupa le case abusivamente», spiega il giurista, «non commetto una apologia, nonostante stia difendendo di fatto un reato. Perché sto solo esprimendo una opinione».
L'apologia di fascismo è, invece, un capitolo a parte. «La nostra democrazia e la nostra Costituzione sono nate dopo il fascismo», aggiunge il penalista, «ed è comprensibile che l'unico limite espresso e consolidato all'espressione del pensiero sia proprio la difesa del fascismo».
Ma si parla a livello puramente sistemico. Ormai saluti romani e certi rituali sono tanto obsoleti quanto tollerati. Altrimenti molti politici ed ex politici di destra affezionati ad alzare il braccio per salutare le platee e i camerati sarebbero già finiti nei guai.
LA CONDANNA DI BOSSI. Per un De Luca assolto, però c'è un Bossi condannato a 18 mesi per vilipendio all'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Due pesi e due misure?
In questo caso Gamberini non ha dubbi: «Anche il vilipendio non ha più senso, andrebbe eliminato».
Perché «si limita a punire la grossolanità di alcuni politici e visto il livello del dibattito politico». E perché ci sono vilipendi silenziosi e molto più insidiosi che qualche parolaccia.
Detto questo, va ricordato che il dibattito sul reato d'opinione è tutt'altro che roba da museo.
IL TEMA DEL NEGAZIONISMO. «Si pensi al tema del negazionismo», spiega il professore, «in Europa il confronto è apertissimo. Qualche giorno fa una sentenza della Grande Camera della Corte europea dei diritti umani ha ritenuto illegittima la condanna da parte della Svizzera del nazionalista turco Dogu Perinçek che aveva negato pubblicamente il genocidio armeno».
Il tema dunque è tutt'altro che un residuo bellico.

Twitter: @franzic76

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